Ultimo Aggiornamento:
23 gennaio 2019
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Argomenti

Come cambieranno le pubblicazioni accademiche

Lorenzo Ferrari * - 31.01.2015

Le pubblicazioni accademiche hanno risentito della rivoluzione digitale in modo ancora limitato, soprattutto per quanto riguarda le scienze politiche e la storia. Tuttavia, è plausibile che nei prossimi anni si rafforzeranno due tendenze che hanno già cominciato a comparire: 1. le pubblicazioni accademiche tenderanno ad abbandonare la carta; 2. si allenteranno i legami tra le pubblicazioni accademiche e le case editrici. Questo cambiamento riguarderà le pubblicazioni accademiche in senso stretto, cioè quelle che servono a presentare i risultati di nuove ricerche dettagliate, condotte in ambiti circoscritti e indirizzate agli altri specialisti del settore. Altri tipi di lavori realizzati dagli studiosi, come quelli rivolti al pubblico generale, continueranno invece ad essere espressi attraverso i libri, la carta e le case editrici.

 

La separazione dalla carta

 

Obiettivo naturale di una pubblicazione accademica è raggiungere l'intera comunità degli specialisti interessati a quell'argomento. In passato, la circolazione delle scoperte e delle idee doveva necessariamente passare dai libri e dalle riviste, che naturalmente erano cartacei. Oggi questo non è più né il solo né il migliore modo di fare circolare scoperte e idee. In formato digitale, le pubblicazioni accademiche possono raggiungere in maniera immediata tutti gli specialisti del settore, ovunque essi si trovino. Grazie ai motori di ricerca e ai social network, un libro o un articolo in digitale leggi tutto

Semu tutti devoti tutti…cittadini!

Arianna Rotondo * - 31.01.2015

A Catania, il 3 febbraio, con l’offerta delle candele, ogni anno iniziano i festeggiamenti in onore della Santa patrona, Agata, per concludersi all’alba del 6 febbraio. Il tempo sospeso della festa per la Santuzza, la martire adolescente, è scandito da una lunga ed estenuante processione che vede impegnati migliaia di devoti, avvolti nel loro sacco bianco. Il pesante fercolo, con il busto reliquiario che ritrae Agata giovane e sorridente, centro ideologico e condensato simbolico del rito, viene trascinato a forza di braccia in un primo lungo giro (4 febbraio) esterno alla città, una sorta di accerchiamento apotropaico, a cui fa seguito un secondo (5 febbraio) giro interno, lungo le principali arterie di Catania, per poi rientrare alle prime luci dell’alba nella sua dimora sotterranea, in Cattedrale. Nell’ultima tranche del suo percorso cittadino, la Santuzza è trascinata di corsa lungo la ripida salita della via di San Giuliano, in una prova di forza dal valore contrattuale. Il rapporto diretto, personale con la Santa è regolato dalla societas dei suoi devoti, gerarchicamente organizzata, che si garantisce annualmente un protagonismo assoluto, possibile solo fuori del tempo ordinario.

Svolgono un ruolo di primo piano anche le autorità politiche ed ecclesiastiche, che in questa sorta di teatro cittadino rappresentano se stesse, il loro ruolo e le loro funzioni. Per il fatto di soddisfare esigenze di consenso e affermare un’appartenenza, la processione è stata da sempre un rituale sfruttato come spazio di esibizione e di contrattazione di poteri. leggi tutto

Perché reinvestire nella famiglia

Ugo Rossi * - 29.01.2015

La famiglia, e i suoi significati affettivi e solidali, è un cardine primario della nostra identità nazionale. Significati che rimangono forti nel “sentire collettivo”, ma che mostrano preoccupanti segni di cedimento se guardiamo ai numeri.

Si sono spese molte parole, analisi, studi sulla secolarizzazione della società occidentale e di quella italiana in particolare, e non c’è bisogno di ripercorrere quelle analisi e valutazioni. Qui si vuole fare un’altra operazione: valutare come nel corso del tempo si sia indebolita la famiglia proprio come elemento fondante dell’identità italiana.

Alcuni dati statistici sono necessari, non tanto per descrivere un percorso che è nella mente di tutti, ma per sottolineare la velocità con cui è avvenuto e l’intensità che ha fatto registrare. Forse il dato più impressionante, al di là di ogni valutazione ideologica sul valore della famiglia e del matrimonio, è la crescita esponenziale del modello opposto alla famiglia, cioè il numero delle persone sole. Nel 1983 coloro che dal punto di vista statistico erano classificati come “persone sole non vedove” rappresentavano il 5,3 % della popolazione nazionale; in meno di dieci anni, nel 1990, sono quasi raddoppiati, arrivando al 9,3 %. E sono andati poi crescendo fino a raggiungere la cifra del 16,2 % nel 2009. Oggi, alle soglie del 2015, se la tendenza dovesse permanere quella degli ultimi anni, avremmo circa un italiano su cinque che vive da solo. Un dato incredibile in un Paese che ha fatto delle famiglie larghe quasi la sua connotazione identitaria. leggi tutto

BCE: eppur si muove

Gianpaolo Rossini - 24.01.2015

L’annuncio è chiaro e i mercati lo hanno compreso e metabolizzato. La BCE acquisterà titoli sovrani e altre obbligazioni per circa 1140 miliardi di euro a partire da marzo 2015 fino quasi a fine  2016. L’obiettivo primario è di riportare la dinamica dei prezzi vicina al 2% annuo impedendo una deriva deflazionistica che è già in parte in atto in quanto i prezzi nell’aera euro in dicembre sono calati in media dello 0.2% su base annua.  Secondo obiettivo è quello di fornire altra moneta al sistema economico assetato di liquidità come non mai. Una sete che non è da tempi normali in cui la liquidità di oggi potrebbe essere anche sovrabbondante. Ma una sete che è tipica di periodi in cui la fiducia degli individui e degli operatori è molto scarsa e tutti seguitano a cercare il più possibile posizioni liquide perché riluttanti ad impegnarsi in investimenti e attività con livelli minimi di rischio. Dopo insistenti richieste da tutto il mondo economico di gran parte dei paesi euro, eccettuate Germania, Finlandia e Olanda la BCE ha vestito la preziosa tela tessuta per mesi dal presidente Mario Draghi e ha deciso di erogare liquidità al sistema in misura certamente significativa attraverso l’acquisto di obbligazioni soprattutto di enti sovrani. leggi tutto

Invisibile. Il culto islamico in Italia e l’immagine fotografica

Maurizio Cau - 15.01.2015

Tra le reazioni seguite agli attacchi terroristici che hanno scosso la Francia, una delle più discusse e meno felici è stata senz’altro quella dell’assessore veneto all’Istruzione Elena Donazzan. In una circolare ai dirigenti scolastici dell’intera regione ha chiesto di condannare il terrorismo di matrice islamica, espressione di una «cultura che predica l'odio contro la nostra cultura», come dimostrerebbe – in un improbabile e spericolato gioco di specchi analogico – il recente accoltellamento di un uomo italiano da parte di un quattordicenne tunisino.

L’improvvida uscita di Donazzan mostra come in Italia la riflessione sulle forme di integrazione dei “nuovi cittadini” continui a percorrere strade incerte, segnata com’è da una profonda indifferenza (forse varrebbe la pena chiamarla ignoranza) rispetto al paesaggio sociale e culturale della comunità musulmana italiana. L’origine di questa indifferenza, vera e propria anticamera del pregiudizio, va del resto imputata, almeno in parte, agli stessi organi di informazione e di approfondimento, che nei rari tentativi di dare voce alle posizioni articolate e complesse del mondo islamico italiano non sembrano voler oltrepassare lo stereotipo. leggi tutto

Una BCE sempre più asimmetrica?

Gianpaolo Rossini - 15.01.2015

La BCE alza i requisiti patrimoniali delle banche. In soldoni gli istituti di credito devono accantonare più denaro e quindi sono costretti a prestarne di meno.  Insomma l’annunciato aumento della circolazione di moneta (quantitative easing) si fa precedere da una manovra che ha l’effetto di ridurre l’effetto di quanto promesso, ma ancora non attuato. Con una mano, prima si toglie e con l’altra, più tardi, si darà. La BCE non fa regali e, se li promette, esige in anticipo contropartite da chi li riceve.  Ma se non bastasse ci sono altre spinosità ancora più insidiose nella politica monetaria di questa banca centrale sempre più arcigna. La prima riguarda il merito (il rating) dei titoli sovrani da acquistare nella manovra di (forse) 500 miliardi annunciata da Draghi. Questo esclude in partenza titoli di Cipro e Grecia negando così la cura ricostituente a chi né ha più bisogno. Alla gente comune le regole (che però nessuno ha mai fatto valere in condizioni di emergenza come quelle di questi giorni) della politica monetaria sono inspiegabilmente crudeli e aggiungono antipatia e distacco verso l’Europa e le sue acide vestali. In occasioni analoghe la FED americana leggi tutto

Una povertà imbarazzante

Cristina Bianchetti * - 08.01.2015

Di periferie si torna sempre a parlare. Ogni questione legata all’urbano si accompagna a qualche invettiva sulle periferie. Con un ritorno di argomenti e di parole che permane al variare di tutto: se ne parla sempre negli stessi modi. I primi, con qualche capacità di anticipazione, sono stati gli esponenti della cultura cattolica dei tardi anni 50, all’interno di una riflessione sul tema della povertà. L’Istituto cattolico di attività sociali (Icas), i Quaderni di azione sociale, i convegni delle Acli o i centri impegnati sul fronte delle nascenti scienze sociali (CNPDS) scoprono allora la periferia, occupandosi di arretratezza e marginalità in una società in rapida trasformazione e ne propongono una doppia declinazione che oppone l’idea della periferia come male della città, specchio della crisi urbana e della perdita della cultura dell’abitare, all’idea della periferia come luogo dell’effervescenza, della vitalità, di un paese che si modernizza. Marginalità, disagio, indebolimento delle reti sociali da un lato, vitalità, effervescenza, dinamismo e innovazione nei modi di usare lo spazio, dall’altro. La capacità di costruire il dibattito di quelle vecchie posizioni è straordinaria. Vi ha fatto i conti, per decenni, la cultura urbanistica. Ma in fondo, anche i «diavoli della periferia» di Toni Negri, condividono con quelle lontane posizioni l’ebbrezza di uno spazio periferico dilatato a comprendere il mondo. leggi tutto

Famiglia e territorio: i fondamenti dell’identità italiana

Ugo Rossi * - 06.01.2015

L’identità italiana, così come si è tratteggiata a partire dagli anni ’50 e’60, è fondata su due valori chiave: la famiglia e il territorio.

Nel primo caso ci si rifà ad un’idea di famiglia, non solo in senso stretto, ma estendendo il ragionamento a tutto ciò che può essere gestito come una famiglia: sia essa un’impresa, una città o l’intero Paese. Il tratto distintivo della famiglia è la creazione di una piccola comunità. È al suo interno che sono valutati i talenti e ciascuno è premiato o punito secondo le sue capacità. La famiglia divide il reddito, ma anche le paure, le preoccupazioni, oltre che le speranze. Se si fa impresa, si fonda sulla famiglia, se c’è da costruire una casa, i soldi si cercano prima in famiglia, poi in banca. E la logica familiare (essere una famiglia, non lasciare nessuno indietro, crescere insieme) è utilizzata anche sul piano dell’amministrazione pubblica.

Il secondo valore chiave dell’identità italiana è il territorio. Può sembrare riduttivo assumere un riferimento fisico come elemento forte di uno status identitario, ma nell’esperienza del nostro Paese questa è una concezione largamente presente e condivisa. Negli Stati Uniti è norma cambiare residenza, ci si muove dove le opportunità sembrano migliori e perciò non c’è un particolare culto del territorio, se non del quartiere dove si vive (temporaneamente). Da noi il territorio è un riferimento, crea identità personale. Molti non si possono pensare lontani dal territorio dove sono nati e cresciuti; e lì, prima o poi, nel caso se ne allontanassero, intendono ritornare. Da noi, almeno fino ad oggi, più che il ricongiungimento familiare, c’è il ricongiungimento territoriale. leggi tutto

Ricerca scientifica e umanesimo: un tentativo di sintesi?

Federico Ronchetti * - 06.01.2015

Sto tornando con la memoria alla fine di un piovoso e freddo settembre 2013. Sono al CERN di Ginevra, in occasione degli Open Days, un evento che capita in media ogni 3 anni, di solito durante i fermi programmati del Large Hadron Collider (LHC). In questa occasione il pubblico può accedere alle installazioni sotterranee giganti di ALICE, ATLAS, CMS ed LHCb e visitare alcune parti del tunnel che ospita LHC: la macchina acceleratrice di particelle più complessa e potente mai costruita dall’uomo.

 

Come tanti altri che lavorano al CERN ho accettato di fare da guida e di dare una mano nella gestione dello straordinario flusso di più di 70000 visitatori, provenienti da ogni parte d’Europa nonostante il clima avverso e le attese non brevissime.

Entusiasmo, stupore, meraviglia: sono le emozioni che ho visto disegnate sui volti di persone di ogni età, genere e nazionalità nei 18 minuti di visita a tempo contingentato. Molti, moltissimi chiedevano di sapere di più, trattenendosi con me e con le altre guide negli spazi espositivi appositamente allestiti nei diversi siti sperimentali.  Ovviamente, non era possibile, né desiderabile, sottrarsi alla raffica continua di domande: da quelle mirate e competenti degli appassionati, a quelle curiose degli adolescenti, fino agli sconfinamenti - inevitabili a volte - nel campo della metafisica.

 

La lezione che ho tratto da questa esperienza straordinaria, che si rinnova ogni qual volta un gruppo di persone visita il CERN, è che il “pubblico” leggi tutto

Patetici maestri. Come non raccontare la storia della Grande Guerra

Novello Monelli * - 16.12.2014

Il vittimismo patetico


C’è uno spettro che si aggira per l’Italia, ed è il melodramma postumo.

Ciò che sta dimostrando questa prima stagione del centenario della Grande Guerra è la preoccupante tendenza di giornalisti, registi e divulgatori di varia natura a ragionare del passato seguendo più le regole del romanzo rosa che quelle del metodo storico, con il rischio di scivolare in un generico lamento sulla tragedia inspiegabile, voluta da una demoniaca congrega capi di stato maniaci e generali spietati. Così, il conflitto che ha generato il mondo in cui viviamo viene presentato secondo stereotipi manichei  degni di un film di serie C (tutti buoni e tutti vittime tranne pochi cattivoni), con tanti saluti al rigore filologico e alla distanza critica che dovrebbero informare la narrazione del passato. Che nessuno (salvo i cattivoni di cui sopra) volesse la guerra e credesse nella sua necessità è, naturalmente, un grottesco anacronismo. Che una buona parte dei combattenti, soprattutto tra i veterani che avevano vissuto l’orrore della prima linea, abbia poi passato la vita a rimpiangere quella scelta, è un altro. Il fatto è che a buona parte dei cosiddetti divulgatori è estranea la capacità di guardare all’evento guerra in modo complesso. Ad esempio, prendendo in considerazione lo sguardo dei contemporanei, quella generazione 1914 (o 1915) che sulla guerra, sulle sue ragioni e sui suoi significati, così come sulla possibilità del sacrificio di sé in nome del dovere della cittadinanza, ragionava in termini decisamente lontani da noi. leggi tutto