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23 gennaio 2019
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Il 730 precompilato massivo

Gianpaolo Rossini - 04.05.2016

Si legge sul sito dell’agenzia delle entrate che “Dal 15 aprile è possibile il prelievo del 730 precompilato massivo” per la dichiarazione dei redditi 2015. Quanto virgolettato è una scheggia del linguaggio con cui i cittadini hanno a che fare ogni giorno quando devono comunicare con una amministrazione pubblica come quella della agenzia delle entrate o con altre. Una bella gatta da pelare. Innanzitutto il cittadino deve sapere che “prelievo” in questo caso sta per “scaricare” ovvero, con l’inglese universale dei computer, sta per “download”. La parola prelievo è abbastanza nuova per la tecnologia dell’informazione cui siamo avvezzi. Non è neppure male. Ma un emigrato che deve fare il 730 o una persona con cultura media di fronte a questa parola esita subito. Pensa piuttosto ad un bancomat o ad un test clinico. Per giungere al download ci vuole un po’. E’ curioso ma a volte si ha l’impressione che nel linguaggio della pubblica amministrazione si cerchi in maniera vezzosa, e un po’ dispettosa, di riesumare parole che sono comunemente usate con altri significati imponendo loro segni remoti. Altre volte sembra che ci si butti su veri e propri neologismi che paiono quasi fare il verso al linguaggio del vate D’Annunzio o alla prosa futurista di un secolo fa, senza però averne lo spessore poetico ed artistico. leggi tutto

Tangentopoli ci ha insegnato qualcosa?

Michele Iscra * - 14.04.2016

Con l’elezione di Piercamillo Davigo a presidente dell’Associazione nazionale magistrati si è ripresentata la questione del rapporto fra magistratura e politica. Non che il tema fosse mai venuto meno, ma naturalmente la personalità e la storia del nuovo presidente ha rinviato alla questione nei termini che sembrava fosse stata posta da quella stagione che è passata sotto il nome di Tangentopoli. Detto in estrema sintesi: se sia compito della magistratura e se essa sia lo strumento adeguato per reagire al decadimento della etica pubblica.

Naturalmente nessuno difende apertamente questa impostazione, trincerandosi dietro alla più neutra definizione dell’obbligo della magistratura di perseguire i reati. Ciò sarebbe inappuntabile se il problema potesse essere così semplice, perché è ovvio che se uno ammazza qualcun altro va perseguito, ci mancherebbe. Purtroppo in moltissimi casi la questione è molto più sfumata o perché si tratta di fattispecie ambigue in cui non è sempre chiarissimo da subito se siamo di fronte ad un reato o ad un comportamento che potrebbe anche solo essere considerato riprovevole sul piano appunto morale, o perché addirittura si tratta più che di reati consumati di comportamenti che potrebbero sfociare in reati ma che non sono ancora venuti per così dire a compimento.

Una serena discussione sul complesso problema di cosa significhi “affermare il diritto” (questo significa letteralmente giurisdizione) potrebbe essere di grande vantaggio per tutti e soprattutto per l’equilibrio di un sistema politico che è, leggi tutto

Transizioni energetiche e trivelle. Sul referendum del 17 aprile

Duccio Basosi * - 22.03.2016

Per quanto se ne sa in giro, il referendum abrogativo del 17 aprile potrebbe anche averlo convocato Tyler Durden. La prima regola della libera stampa nazionale pare infatti essere: “non parlate mai del referendum del 17 aprile”. La seconda: “non dovete mai parlare a nessuno del referendum del 17 aprile”. Il quesito referendario, è vero, non è di quelli che fanno venire subito voglia di salire sulle barricate: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, 'Norme in materia ambientale', come sostituito dal [...]”? Il fatto che non se ne parli, tuttavia, è un brutto sintomo dello stato della politica e dell'informazione in Italia.

Infatti, dietro la formula del quesito si nasconde anzitutto una questione pratica ritenuta importante da nove Regioni italiane: si chiede di cancellare la norma che consente alle società minerarie di cercare ed estrarre gas e petrolio, senza limiti di tempo, entro le 12 miglia marine dalle coste. Le espressioni chiave sono “entro le 12 miglia marine” e “senza limiti di tempo”. La prima chiarisce quali impianti di estrazione di idrocarburi sono riguardati dal referendum: non quelli sulla terraferma e non quelli in mare a una distanza superiore alle 12 miglia marine dalla costa. La seconda chiarisce che l'eventuale vittoria del “sì” non determinerebbe l'immediata cessazione delle attività di ricerca e estrazione nemmeno nell'area così delimitata, leggi tutto

L’Italia non è più un paese per Enrico Mattei? Alcune considerazioni sul Referendum del 17 aprile “No-Triv”

Massimo Bucarelli * - 17.03.2016

L’importanza di Enrico Mattei nella storia politica ed economica del nostro paese è ben chiara e nota a molti, se non a tutti. Mattei ebbe l’intuito imprenditoriale e soprattutto la capacità politica di non liquidare l’AGIP, considerata un’inutile eredità del regime fascista. Ne rilanciò, anzi, le attività di perforazione del territorio nazionale e ne fece l’asse portante dell’ENI, l’ente di Stato istituito nel 1953 su sua proposta per provvedere al fabbisogno energetico nazionale. Grazie alle iniziative di Mattei e dei suoi successori, l’ENI è riuscito a inserirsi in breve tempo nel mercato mondiale degli idrocarburi, diventando una delle maggiori multinazionali nel settore energetico (attualmente il sesto gruppo petrolifero al mondo) e la prima azienda italiana per fatturato.

L’azione di Mattei ebbe l’appoggio dei politici, che avevano le maggiori responsabilità di governo, e il consenso dell’opinione pubblica, interessata a recuperare il gap economico e sociale con gli altri paesi industrializzati. Pur essendo arduo fare comparazioni e confronti tra la classe dirigente e la società civile dell’epoca e quelle attuali, per la diversità del contesto politico, delle situazioni economiche e dello sviluppo tecnologico, forse non sarebbe azzardato affermare leggi tutto

In ricordo di Umberto Eco

Giulia Guazzaloca - 27.02.2016

Innumerevoli sono stati in questi giorni i ricordi, le commemorazioni, le analisi della personalità e dell’eredità intellettuale di Umberto Eco. Ma gli elogi in memoria della grandi personalità scomparse lasciano sempre il tempo che trovano; si tratta di un «genere» giornalistico che probabilmente Eco avrebbe incenerito con una battuta. Mentre era in vita, la sua personalità complessa e la sua opera non hanno goduto solo di successi e riconoscimenti. Il carattere caustico e sferzante, l’amore estremo per il paradosso gli hanno provocato, infatti, frequenti attacchi e polemiche; la sua produzione non è sfuggita a critiche anche dure, specie all’uscita de Il cimitero di Praga, e prima ancora con Il pendolo di Foucault.

Ma questo in fondo capita alle grandi personalità che lasciano il segno. Un segno che nel caso di Eco non sta tanto nelle singole opere, o non solo in esse: che fossero celebri romanzi o le note della Bustina di Minerva, rubrica che per trent’anni ha tenuto sul settimanale «L’Espresso»; che fossero complessi scritti avanguardistici sulla filosofia del linguaggio, dove Aristotele spiegava Joyce e viceversa, o saggi teorici sull’estetica. Il segno, Umberto Eco lo ha lasciato ancor più nel tipo di intellettuale che è stato: un intellettuale atipico, vulcanico, fuori dal coro. leggi tutto

The Spotlight: il ruolo cruciale dell’inchiesta giornalistica

Francesca Del Vecchio * - 23.02.2016

Dal 18 febbraio 2016 è in programmazione nelle sale The Spotlight, di Tom McCarthy. Il film-  presentato fuori concorso alla 72ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia- racconta la storia dell’omonimo pool d’inchiesta del Boston Globe che, nel 2001, inizia un’indagine sugli abusi sessuali ai danni di minori. Abusi perpetrati da alcuni sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston e immediatamente insabbiati dall'autorità ecclesiastica, l’arcivescovo Bernard Francis Law. Nel corso del 2002 il quotidiano pubblica oltre 600 articoli, documentando un migliaio di casi di violenze, attestando le responsabilità di circa 70 sacerdoti, tra cui spicca il nome di Padre Geoghan. Nel 2003 al giornale viene assegnato il Premio Pulitzer nella categoria “pubblico servizio”. The Spotlight non ha nulla a che vedere con i film hollywoodiani tutti star e colpi di scena, né vuol scimmiottare il mèlo dai toni stucchevoli. Al contrario: ricostruisce in maniera capillare la genesi dell’inchiesta che ha fatto luce sul fenomeno della pedofilia, raccontando sia le pressioni da parte delle istituzioni laiche, che le intimidazioni ricevute da quelle religiose nella cittadina più cattolica d’America. I personaggi proposti sembrano essere fedeli agli originali, e- per questo- senza pretese di mitizzazione. Il risultato è un film apprezzabile. Il silenzio in cui è avvolta la sala alla fine della proiezione spinge a fare alcune considerazioni. Ovviamente il tema non è nuovo al pubblico, non dopo il racconto di alcune vicende disseppellite- in Italia -dalle Iene. leggi tutto

Apple a Napoli: cercasi app

Patrizia Fariselli * - 11.02.2016

Un paio di settimane fa in Italia ha ricevuto molta attenzione mediatica l’incontro tra Renzi e il CEO di Apple Tim Cook nella cornice dei damaschi di Palazzo Chigi e davanti a una tazzina di vero caffè, per dare risonanza al massimo livello all’annuncio della creazione a Napoli del primo centro di sviluppo app iOS  in Europa. La stampa e la TV italiane hanno riportato la stessa notizia nello stesso modo, niente più che un’agenzia di 22 righe gentilmente diffusa da Roma dall’ufficio stampa di Apple basato in +44, verosimilmente Irlanda. Siccome il premier Renzi ha detto che “la Apple farà 600 posti di lavoro a Napoli” la notizia è di quelle che fanno esplodere i mortaretti, e dunque siamo andati a cercare i dettagli. Ma non li abbiamo trovati, e non disponendo di contatti privilegiati con le fonti americane, romane o napoletane direttamente coinvolte, abbiamo cercato di farci un’idea in piena solitudine informativa.

Nel comunicato stampa di Apple si parla estesamente della leadership di Apple nell’innovazione e del ruolo maieutico di Apple Store alla crescita di una “vibrant” comunità di sviluppatori di app (1,2 milioni di posti di lavoro in Europa, oltre 75.000 in Italia) e al suo prosperare (10.2 miliardi di Euro di ricavi dalla vendita di app nel mondo). L’iniziativa a Napoli riguarda la creazione di un centro di formazione per fornire a studenti “skills and training” per lo sviluppo di iOS app che concorrano a rafforzare “seamless experiences” entro l’ecosistema Apple generato dalle quattro piattaforme software (iOS, OS X, watchOS, tvOS), leggi tutto

A Scuola con i videogiochi: il progetto BYOEG (parte 2)

Alfonso D'Ambrosio, Serafina Dangelico, Loredana Imbrogno e Sabina Tartaglia * - 04.02.2016

Nel mese di giugno abbiamo deciso di iniziare l’avventura di BYOEG (Bring your own educational game), ovvero creare da zero dei giochi educativi. La nostra idea iniziale vale ancora oggi: basta con pacchetti confezionati da altri, che mal corrispondono ai bisogni reali della classe, ogni docente ha la possibilità di adeguare la lezione alle potenzialità dei propri alunni, ai loro interessi, realizzando un proprio videogioco.

Il progetto BYOEG ha alcuni aspetti originali:

1)      I giochi vengono costruiti dal basso, ovvero dai docenti e dagli studenti

2)      Si utilizzano programmi gratuiti dedicati alla realizzazione di videogiochi

3)      I giochi sono educativi, ovvero esplicitamente finalizzati a veicolare conoscenze e competenze.

4)      I giochi sono veicolati con precise metodologie didattiche (nel nostro caso IBSE, PBL, Problem Solving, Brain storming, Cooperative learning, Learning by doing)


L’utilizzo di un linguaggio quale quello dei videogiochi permette di tenere alto e più a lungo il livello della motivazione, dell'attenzione e della concentrazione e di agganciare anche quei bambini che hanno difficoltà di apprendimento; cambiando il setting della lezione che diventa pratica, creativa, metacognitiva, sperimentale e collaborativa, avendo la possibilità di adeguare lo stile d'insegnamento ai molteplici stili di apprendimento secondo l'ottica di Gardner.
L'uso di Scratch, alla primaria ad esempio,  consente di attuare  un principio educativo per noi molto importante "Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco!” (Confucio); leggi tutto

A scuola con i videogiochi (parte 1)

Alfonso D'Ambrosio, Serafina Dangelico, Loredana Imbrogno e Sabina Tartaglia * - 02.02.2016

Nel linguaggio comune alla parola gioco tutto si associa tranne il termine “serio”. Quando parliamo di gioco ci viene subito in mente quella dimensione ludica, propria dell’età della giovinezza, dove il gioco è un momento in cui , in compagnia (o da soli), si stacca la spina dalle vicende quotidiane, è una dimensione spaziale e temporale, dove è possibile lavorare di fantasia, immaginare scenari nuovi, ovvero una dimensione dove l’ “imparare come si  fa scuola” non è spesso contemplato.

E’ possibile imparare giocando e farlo in una dimensione scolastica?

In un comune gioco si imparano strategie, si superano insidie, livelli, si impara giocando. Con il termine serious games si intendono giochi che hanno un chiaro intento educativo, che può essere implicito o esplicito. Nella nostra visione non ha senso parlare di gioco educativo ad hoc, in quanto tutti i giochi veicolano apprendimento, però nel proseguo nell’articolo ci riferiremo al termine gioco educativo, o serious games, quei giochi che non  hanno come principale obiettivo lo svago, il divertimento.

Negli ultimi anni l’attenzione dei giochi educativi si sta spostando verso i giochi digitali, leggi tutto

Come in uno specchio. Il successo di Zalone e gli italiani

Maurizio Cau - 09.01.2016

Uno spettro si aggira nel cinema italiano. È quello di Monicelli, Risi, Sordi, Scola, Germi, Zampa. In due parole, della commedia all’italiana.

Succede ormai da anni che ogni film di successo che con leggerezza più o meno marcata prova a raccontare il Paese venga esaminato in controluce per scoprire i gradi di parentela che può rivendicare con uno dei generi e delle stagioni più alti del cinema nostrano. Poco importa che la cosiddetta commedia all’italiana non possa contare su un canone stilistico chiaro e condiviso; quello è il metro di misura con cui si esamina (e si giudica) ogni commedia prodotta nel nostro Paese. È ciò che capita ripetutamente con il cinema di Checco Zalone, il quale opera dopo opera si va emancipando dal registro comico di derivazione televisiva e si confronta con racconti più ambiziosi capaci di mettere in scena le varie facce dell’italianità. In questi giorni si assiste ai consueti giri di valzer della critica di settore: da un lato c’è chi riconosce in Zalone il nuovo maestro di un genere da (troppi) anni sepolto, dall’altro chi sottolinea la lontananza tra il registro sardonico e dissacrante di Luca Medici (il vero nome del comico pugliese) e le altezze registiche e drammaturgiche di un genere ormai consegnato alla storia.

La riconduzione del cinema di Zalone nelle strette maglie del genere non rappresenta però l’elemento centrale della questione. leggi tutto