Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

Le mani sull’università.

Novello Monelli * - 24.09.2015

Di riforma in riforma

 

L’intervento di Francesca Puglisi, comparso in parallelo sulle pagine de “Il Messaggero” e “Il mattino” del 21 settembre, ha aperto ufficialmente la campagna autunnale dell’ennesima riforma universitaria. Pochi governi della cosiddetta Seconda Repubblica hanno perso l’occasione per portare il proprio contributo allo smantellamento del sistema della ricerca e della formazione superiore. Non uno ha mai saputo affrontare (se non a parole) i reali problemi delle università e della rete degli istituti di ricerca: un cronico sottofinanziamento, aggravato da un dissennato ricorso ai tagli lineari, e un meccanismo di reclutamento dominato da clientelismi di varia natura o da logiche familistiche, raramente dalla volontà di promuovere il merito e l’originalità. A netto degli slogan di prammatica («vogliamo ridare importanza a istruzione e ricerca»), le rivoluzioni copernicane immancabilmente messe in campo da ogni esecutivo hanno portato a molte perdite di tempo, per adempiere a sempre nuovi obblighi burocratici, ma a pochi miglioramenti effettivi. Le due migliori conquiste di questi anni turbolenti sono state il principio di uno sbarramento selettivo in ingresso, che ha portato all’abilitazione scientifica nazionale, e l’esigenza di assicurare una valutazione costante al livello di produzione della ricerca e della didattica, che si esprime nella VQR. Si tratta di due istituti perfettibili, senza dubbio, ma che hanno almeno il merito di tentare un primo passo verso l’articolazione di un sistema sano, dove chi insegna e fa ricerca è il più bravo, non il più affine per prossimità ideologica o parentale. leggi tutto

Una questione fra storia e diritto: le misure coercitive di prevenzione

Fulvio Cammarano ° - 08.09.2015

Alcuni non lo sanno e molti non ci fanno caso, ma il sistema giudiziario italiano prevede la possibilità di prendere “misure coercitive”. Si tratta di provvedimenti che il Pubblico ministero chiede e il giudice può o meno concedere di fronte a determinati tipi di reato ritenuti potenzialmente reiterabili. In sostanza, attorno al soggetto che subisce questa misura, in attesa della sentenza, è possibile creare un recinto virtuale - in sostituzione di quello reale della cella dove potrebbe essere rinchiuso in via preventiva - in modo che torni a delinquere. Il Daspo, ad esempio, impedisce all’ultrà colpevole e scalmanato di frequentare lo stadio e dintorni, luoghi privilegiati per l’esercizio del tifo violento. Un’altra misura è il divieto imposto allo stalker di avvicinarsi  entro una certa distanza dall’oggetto delle sue ossessioni. C’è in queste coercizioni una logica  che intende salvaguardare persone ed  ambiti ben individuabili e circoscritti. Più complicata appare invece la fattispecie del divieto di dimora perché in questo caso la persona colpita dal provvedimento viene espulsa dall’intero suo mondo - quello della città in cui lavora e ha relazioni sociali - e non solo da una piccola porzione di esso. Tale misura, ancora presente nel nostro codice di procedura penale (art. 283, comma 1: “con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive all'imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l'autorizzazione del giudice”), rappresenta il residuo storico di un’interpretazione paternalistica della cultura liberale: leggi tutto

Riformare la scuola

Fulvio Cortese * - 05.09.2015

È stato molto acceso il dibattito che ha animato l’approvazione della “Buona Scuola”, tradottasi nella legge del 13 luglio 2015, n. 107. E c’è da aspettarsi che saranno ancor più intense le discussioni sulle sue modalità attuative. In primo luogo, ci sono già stati gli immancabili ricorsi dei docenti delusi, e altri ne verranno. In secondo luogo, anche le contestazioni sindacali non si placheranno, complice una campagna referendaria ad hoc, volta ad abrogare molte delle nuove disposizioni. In terzo luogo, la legge contiene ampie e importanti deleghe, che il Governo dovrà puntualmente concretizzare.

Sul merito delle innovazioni si potrebbe discutere a lungo, e in realtà le occasioni non sono mancate. Ciò che, però, si fatica tuttora a comprendere è che l’evoluzione storica della disciplina del sistema scolastico è sempre stata, non solo in Italia, la risultante dell’equilibrio tra due diversi poli, e tale sarà anche in futuro.

L’istruzione, lo ricordava con efficacia già Montesquieu, è un essenziale instrumentum regni. Con l’istruzione si pongono le basi per l’esercizio della sovranità, perché se ne alimentano coloro che sono destinati ad esserne, al contempo, i destinatari e i protagonisti. Con l’istruzione, poi, si perseguono anche politiche altre, poiché essa crea i presupposti per la materiale realizzazione di obiettivi della più varia natura, anche di quelli che si rivelino più attuali per il benessere collettivo. leggi tutto

Riparte l’università?

Michele Iscra * - 20.08.2015

Piuttosto in sordina, almeno nei media perché  è ormai questione che interessa una nicchia, sta rimettendosi in moto il meccanismo che dovrebbe dinamicizzare il nostro sistema universitario. La procedura per la valutazione della ricerca nel periodo 2011-2014 da parte dell’ANVUR è ormai avviata in forma ufficiale. E’ stato anche annunciato che si riattiverà una tornata per il conseguimento delle “abilitazioni nazionali”, sia pure con una serie di novità non tutte ancora chiare (salvo la cosiddetta “procedura a sportello”, cioè la possibilità di presentare domande durante un biennio senza scadenze uniche prefissate) e con tempi non proprio rapidi.

Si tratta di due interventi senza dubbio rilevanti. Il primo soprattutto perché consolida la scelta di responsabilizzare il sistema accademico a rendere conto della sua produttività, sempre nella speranza che poi di queste rilevazioni si tenga conto almeno nella distribuzione delle risorse (per la verità in parte lo si è fatto, ma bisogna osare un po’ di più). Il secondo perché consente che non si perpetuino disparità generazionali fra chi aveva conseguito le abilitazioni nella prima tornata e dunque poteva valersi per la propria carriera di quelle valutazioni e chi non aveva potuto farlo (o a volte era stato penalizzato da commissioni che non sempre hanno agito nel modo più condivisibile). leggi tutto

Racconto di una triste visita audioguidata

Fernando Algaba Calderón * - 09.07.2015

Non ci stancheremo mai di ripetere quanto sia importante conservare il patrimonio storico-artistico dell'Italia. Ma quel che conta, o che dovrebbe contare, non è solo tramandare ai nostri successori i tesori dei tempi passati; è anche necessario valorizzarli, per mettere in luce la loro importanza e il loro posto nella storia dell'umanità. Quindi non basta tenere in piedi i monumenti se poi non siamo in grado di raccontare agli altri (o a noi stessi) il valore di quelle opere. In questo senso, ho subito una grossa delusione lo scorso fine settimana durante la mia visita al Palazzo Piccolomini di Pienza, nel senese.

Erano anni che volevo varcare le sue porte, affascinato come tanti dalla figura di Enea Silvio Piccolomini, il dotto umanista più ricordato con il nome che scelse per salire al soglio pontificio, Pio II (1405-1464). Quando sono arrivato mi hanno informato che la prima visita disponibile era dopo un quarto d'ora, poiché l'accesso al palazzo non è libero e c'è una guida che conduce il gruppo. Nell'attesa, ci hanno invitato a visitare il cortile e i giardini, dai quali si può godere di una bellissima vista della Val d'Orcia, un panorama ineguagliabile e decisivo per papa Piccolomini nello scegliere il luogo dove erigere il palazzo.

Il primo impatto con la residenza papale, dunque, non delude, anzi, offre al visitatore un primo assaggio dell'esclusività del posto in cui ci si trova, che combina in un unico punto storia, arte, letteratura e natura. In più, in questo periodo, nelle diverse stanze intorno al chiostro c'è una piccola mostra dedicata all'ultimo conte Piccolomini, leggi tutto

Quer pasticciaccio brutto della scuola

Novello Monelli * - 07.07.2015

Stato di riforma permanente

 

Così ci siamo. Salvo improbabili sorprese, il maxi emendamento governativo, approvato in ultima lettura al Senato e che approderà nei prossimi giorni alla Camera, dovrebbe rappresentare l’ultima tappa della riforma della scuola targata Renzi. Diciamolo subito: è una pessima notizia. Perché prima ancora di ogni valutazione di merito sui contenuti, l’emendamento 1934 Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti segna il trionfo di uno sport anche troppo praticato nei palazzi romani: la riforma permanente. Non c’è in pratica esecutivo degli ultimi decenni che si sia sottratto alla voglia di marchiare con il nome dell’ambizioso ministro di turno il settore pubblico, confidando di affermare così il proprio decisionismo e la propria identità politica. La scuola si è sempre prestata particolarmente bene a questo desiderio: riserva di caccia protetta della DC sotto la prima Repubblica, è diventata poi terra di bracconaggio degli esecutivi in cerca di facile visibilità.

E perché no? Chi difende gli interessi (e la dignità) della scuola intesa come luogo di formazione e di merito? I sindacati no di certo, considerato che il loro interesse si esaurisce nel procacciare a più individui possibili un posto purché sia, infischiandosene della competenza, leggi tutto

Scuola, affettività, sessualità: educazione o “diseducazione”?

Chiara Sità * - 04.07.2015

L’anno scolastico si è concluso con una scia di polemiche sul ruolo della scuola in merito all’educazione all’affettività, alla sessualità e al contrasto della disparità di genere. Tra i molteplici punti discussi vi è il documento OMS del 2010 “Standard per l’educazione sessuale in Europa. Quadro di riferimento per responsabili delle politiche, autorità scolastiche e sanitarie, specialisti”.

 

Il documento dell’OMS sull’educazione sessuale

 

In particolare, l’uso nel documento di specifici termini quali masturbazione infantile, amicizia e amore con persone dello stesso sesso, “il mio corpo appartiene a me” ha fomentato inquietudini e allarme, soprattutto in ragione dell’accostamento di questi temi all’infanzia.

Per comprendere meglio il contesto del dibattito, occorre innanzitutto ricordare che le linee guida sono un documento molto ampio di salute pubblica, e non programmi scolastici. Esse non offrono strumenti didattici né guide per l’implementazione di non meglio definiti “corsi di gender”.

Di cosa trattano dunque le linee guida? Sulla base di un’idea di sessualità come fondamentale componente dell’esperienza umana, l’OMS afferma la necessità per bambini e adolescenti di accedere a un’educazione alla sessualità appropriata alle diverse fasi dello sviluppo. L’obiettivo ultimo è formare le capacità di comprendere e rispettare i vissuti propri e altrui, considerate alla base di una vita relazionale equilibrata e soddisfacente. leggi tutto

Laudato si’. Un’enciclica attesa, anticipata e discussa.

Claudio Ferlan - 25.06.2015

L’attesa enciclica sul rapporto uomo/ambiente è stata resa pubblica lo scorso 18 giugno. Che Francesco vi stesse lavorando era noto da tempo e il documento non ha certo deluso chi si aspettava uno scritto ricco di spunti. L’analisi del testo richiede tempo e riflessione, ma vi sono alcune rilevanti considerazioni da fare a proposito di anticipazioni e reazioni alla “Laudato si’. Sulla cura della casa comune”.

 

La pubblicazione anticipata

 

La diffusione non autorizzata del testo italiano dell’enciclica su L’Espresso online è costata al vaticanista Sandro Magister la sospensione a tempo indeterminato dalla sala stampa vaticana. Si trattava di una bozza, ma come Magister non ha mancato di mettere in evidenza sul proprio blog, davvero molto prossima all’originale. Cosa ha indotto un giornalista di grande esperienza a rischiare una palese violazione della regola dell’embargo, che impone di non pubblicare un documento ufficiale concesso in visione anticipata? Vi sono due possibili risposte.

La prima si risolve nel semplice richiamo allo scoop e alla capacità di informare prima degli altri. Non si darebbe in verità nessuna violazione, dato che il documento sarebbe arrivato a L’Espresso da fonti vaticane. È la tesi di Magister, sostenuta da alcuni suoi colleghi e prospettata nelle brevi note di presentazione dello stesso Magister, secondo il quale l’enciclica “è comparsa all’improvviso sul sito online dell’Espresso … leggi tutto

Clet e la polemica intorno all'opera di Henry Moore a Prato

Fernando Algaba Calderón * - 18.06.2015

Chi abbia visitato Firenze negli ultimi anni avrà avuto occasione di osservare dei particolarissimi segnali stradali: segnali di strada senza uscita che diventano una croce per un Gesù stilizzato, altri di senso unico la cui freccia bianca attraversa un cuore rosso, come quelli che incidono gli innamorati sugli alberi, oppure divieti d’accesso in cui la striscia bianca si trasforma in decine di modi diversi per creare spiritose immagini. L'autore di tutte queste variazioni è Anacleto “Clet” Abraham, artista francese attivo in Toscana da circa dieci anni.

 

Le reazioni alle sue opere sono di ogni tipo e misura: da quelli che considerano queste opere di “street art” come semplici atti di vandalismo urbano fino a coloro che vedono della genialità nel modo in cui Clet riesce a reinterpretare la quotidianità, andando a modificare alcuni dei simboli più asettici delle nostre vite. Se in mezzo a questi due gruppi c'era un qualsiasi margine per l'indifferenza esso si è molto assottigliato dopo gli ultimi interventi dell'artista francese nella città di Prato.

 

Clet ha installato sulle diverse porte delle vecchie mura dei grandi occhi di metallo, che uniti all'apertura delle porte stesse hanno creato non solo diversi ritratti ma anche diverse sensazioni per chi varca le mura, che a questo punto viene praticamente “ingoiato” da questi personaggi dal volto più o meno amichevole. L'intervento si è completato con un'opera molto provocatoria sulla “porta” più recente della città, ovvero l'opera di Henry Moore “Forma squadrata con taglio”, risalente al 1974. leggi tutto

L’Università dimenticata

Paolo Pombeni - 04.06.2015

Va bene che la ministra Giannini sia impegnatissima con la riforma della scuola (peraltro con risultati poco brillanti), ma il suo disinteresse verso una regolare routine delle scadenze di vita dell’università italiana è veramente riprovevole. Dimostra, se ce ne fosse bisogno, che il Ministero funziona male, perché il primo requisito di una buona amministrazione è la capacità di gestire con regolarità le scadenze. Naturalmente si potrebbe aspettarsi qualcosa di più: che so, uno straccio di prospettiva strategica sullo sviluppo del nostro sistema di istruzione superiore, una qualche idea su come implementare le capacità del sistema di ricerca, un pensierino al tema del turn over dei docenti vista l’età media di questi.

Intanto però ci accontenteremmo di una gestione responsabile di alcune scadenze che non sono proprio cosette da nulla.

La prima è la valutazione del sistema della ricerca. Da mesi si vocifera nei corridoi che sta per partire la famosa valutazione ANVUR, i responsabili di questa agenzia ci informano negli incontri che dal loro punto di vista da tempo è tutto pronto, ma la valutazione non parte. Sappiamo tutti che contro questa modalità di valutazione ci sono molte opposizioni (corporative). Come sempre in Italia, la valutazione a parole la vogliono tutti, ma in concreto non ce ne è mai una che vada bene. leggi tutto