Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Argomenti

L'Italia e la Tunisia: vecchi legami e nuove convergenze

Massimo Bucarelli * - 24.03.2015

Il 12 maggio 1881 veniva firmato a Tunisi presso il Castello del Bardo – sede all'epoca del Bey di Tunisi e oggi del Museo Nazionale, teatro pochi giorni fa dell'ennesima strage rivendicata dall'Isis – il trattato istitutivo del protettorato francese sul paese nordafricano.

Il Trattato del Bardo non solo dava inizio al dominio coloniale francese in Tunisia, ma poneva bruscamente fine alle aspirazioni espansioniste italiane su quel tratto di territorio maghrebino, costringendo la classe dirigente del Regno d'Italia a indirizzare altrove, nella vicina Libia e nel Corno d'Africa, i propositi di ingrandimento coloniale. Vari motivi avevano spinto la politica italiana a progettare la possibile colonizzazione della costa e dell'entroterra tunisino: l'estrema prossimità geografica alle isole e alle coste siciliane; considerazioni d'ordine strategico, legate alla necessità di garantire un certo equilibrio nel Mediterraneo, nel tentativo di contenere la presenza francese e britannica; l'esistenza, infine, di una consistente comunità di italiani, che nei decenni precedenti avevano attraversato il Canale di Sicilia in cerca di miglior fortuna, percorrendo il tragitto inverso rispetto a quello compiuto dagli attuali migranti africani disposti a rischiare la propria vita pur di giungere sulle coste italiane.

Alla fine del XIX secolo, tra le comunità europee in territorio tunisino, quella italiana leggi tutto

La cattiva scuola. Ideologismi e demeriti di una riforma (annunciata)

Novello Monelli * - 07.03.2015

C’è del marcio nella buona scuola

 

Come è spesso capitato in questi malaugurati anni di riforme permanenti, non è realmente chiaro cosa succederà al settore scuola nei prossimi mesi. La posizione presa dal presidente del consiglio (ma non sposata dal ministro competente) di prevedere un passaggio parlamentare ordinario senza percorrere la scorciatoia del decreto legge ha però suscitato subito l’allarme di una vasta galassia di sostenitori dell’annunciata riforma “per la buona scuola”. Le reazioni sono state a volte scomposte (è il caso di Laura Boldrini che ha dimostrato una volta di più di non saper mantenere un contegno istituzionale), a volte francamente bizzarre. La FLC-CGIL, branca del principale sindacato nazionale dedicata ai lavoratori di istruzione e ricerca, ha accusato il governo di voler procedere troppo rapidamente e senza alcun confronto, portando avanti proposte irricevibili. Contemporaneamente si è lamentata del venir meno delle promesse di assunzione di 100 o 150mila precari, un provvedimento giudicato “urgentissimo”. In sintesi, in casa CGIL si ritiene che qualsiasi cambiamento del sistema scolastico possa essere oggetto di discussione (possibilmente all’infinito), mentre la stabilizzazione di una massa di docenti pari a poco meno di un quarto dell’attuale organico (circa 700mila docenti, inclusi quelli di sostegno) ha carattere di urgenza. C’è del marcio nella buona scuola, come in tutte le riforme scolastiche che si ricordino negli ultimi vent’anni, ma sicuramente il problema non risiede nei tempi della discussione parlamentare. leggi tutto

La centralità della scuola nella mobilità sociale

Ugo Rossi * - 05.03.2015

La mobilità sociale è un motore che deve funzionare non solo quando le società sono “ricche”, ma anche quando sono “povere”. Senza la possibilità, la speranza e l’opportunità della promozione sociale, una collettività muore interiormente. E oggi l’Italia, accanto a una crisi generalizzata, testimoniata dalla caduta della ricchezza reale, è bloccata anche nella mobilità sociale. Sempre più gli avvocati sono figli di avvocati, gli architetti di architetti, i farmacisti di farmacisti, e sempre più i figli rimangono, nel bene e nel male, nell’alveo tracciato dalla famiglia. Questa situazione, di conseguenza, non crea difficoltà per chi si colloca nelle fasce più alte, mentre è problematica per chi sta in quelle medie e medio-basse.

Il concetto di mobilità sociale è molto diverso da quello di ugualitarismo sociale. Non si può affermare di essere tutti uguali, se uguali non siamo: è un tratto di “natura” innegabile. Ciò che conta è garantire l’eguaglianza delle opportunità. Ogni persona deve avere la possibilità di esprimere al meglio le proprie capacità, senza vincoli o barriere che derivino dal suo status sociale o economico. Quindi, non uguaglianza dei punti d’arrivo, ma dei punti di partenza, di quelle che nel linguaggio corrente sono definite come “pari opportunità”. Un concetto ormai consolidato nel nostro modo di vedere e di pensare, ma che nei fatti non garantisce che ciascuno abbia la possibilità, tramite i propri talenti, le proprie competenze e motivazioni, di arrivare a un miglioramento concreto e soddisfacente della propria condizione. leggi tutto

Le due Ansaldo e Rai Way: lo strabismo duro a morire della sinistra

Gianpaolo Rossini - 03.03.2015

Storie parallele di aziende pubbliche si sono intrecciate in questi giorni nelle cronache finanziarie e in quelle politiche del bel paese. La prima riguarda Rai Way, azienda pubblica nata da uno spinoff di Rai che nel 1999 ha scorporato l’attività di trasmissione dei segnali. Rai Way è stata l’attore principale del passaggio al digitale terrestre del segnale televisivo in Italia. Ha circa 600 dipendenti, è quotata in borsa e ha una capitalizzazione di 1.1. miliardi di euro. Il prezzo delle azioni in borsa è circa 37 l’utile. Il governo ha dichiarato che manterrà una quota del 51% ovvero il completo controllo dell’azienda e immetterà sul mercato la restante quota in possesso della Rai. Essendo il flottante, ovvero la parte che è già in mano al mercato, circa il 35% del capitale, la quota che resta da mandare al mercato è di circa il 14%. E potrebbe portare nelle casse Rai circa 160 milioni di euro. Qualche giorno fa Ei Towers, la concorrente di Rai Way di Mediaset, ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto (OPA) su tutto il capitale di Rai Way. Questa però è stata collocata in borsa nel novembre 2014 con la clausola che la Rai tenga almeno il 51%, come ha ripetuto il Governo. Il lancio dell’Opa di Mediaset ha suscitato una reazione molto forte nella sinistra del Pd risvegliandone il mai sopito antiberlusconismo e/o antirenzismo. leggi tutto

Una scuola immutata (e in mutande)

Elisa Lucchesi * - 28.02.2015

Essere un docente di ruolo significa svolgere la delicata funzione di formare i cittadini di domani contando sulla dignità di uno stipendio fisso.

 

In questo senso, pare giusto che #labuonascuola di Renzi cerchi di garantire stabilizzazione al personale precario che da anni presta servizio: ciò potrà consentire a molti colleghi una decorosa progettazione del futuro, nonché l'uscita da una condizione fin troppo prolungata di frustrazione ed incertezza.

 

Ma una volta ottenuta la stabilizzazione, l'esercito dei docenti italiani neo immessi in ruolo sarà chiamato a interrogarsi - proprio come i veterani del tempo indeterminato - sulla propria identità alla luce della missione educativa  2.0.

 

Or incomincian le dolenti note  - viene da dire.

E in effetti non solo la questione cruciale - trovare un senso alla funzione docente nella società odierna - non pare affatto di scontata soluzione, ma il personale arruolato rischia di apparire già in partenza demotivato, sfinito dalla lunga gavetta di precariato e privo di concrete prospettive di crescita professionale che garantiscano alla lunga partecipazione e impegno.

 

Lo scenario ipotizzabile, insomma, all'alba della maxi manovra di stabilizzazione, rischia di evocare l'immagine delle truppe esauste passate in rassegna da un Carlo Magno vecchio e rintronato ne Il cavaliere inesistente.

 

Il docente inesistente

 

Il docente italiano neo immesso in ruolo non è in effetti l'aitante paladino auspicato dalla Giannini, un eroe fresco di conoscenze, protetto dalla sfavillante corazza delle competenze.

È un essere umano: dunque, in quanto tale, effimero e passibile di precoce invecchiamento da burnout.

Sì, perché - parafrasando Seneca - l'Homo Italicus mentre prova a insegnare non solo impara, ma invecchia. leggi tutto

L'Italia e il caos libico: intervento diretto o guerra per procura?

Massimo Bucarelli * - 24.02.2015

La Libia, dopo la caduta del regime di Gheddafi, favorita soprattutto dall'intervento internazionale a sostegno delle rivolte interne, è ancora oggi, a quattro anni da quegli avvenimenti, un paese in preda all'anarchia politica e istituzionale. La fine del governo dittatoriale libico non è stata seguita dall'avvento del pluralismo politico e da pratiche di governo democratiche, ma ha determinato un vuoto di potere, in cui varie fazioni continuano ad affrontarsi. Al governo insediato a Tobruk e composto da forze politiche laiciste, unico attore in campo riconosciuto dalla comunità internazionale, si contrappongono il Congresso nazionale libico di Tripoli, a maggioranza islamista ma vicino ai Fratelli Mussulmani e non allo Stato islamico del Califfo Al Baghdadi, e altre forze fondamentaliste, jihadiste e salafite, affiliatesi all’Isis ed entrate in possesso della città di Sirte, nei cui pressi è avvenuta la drammatica esecuzione dei 21 egiziani copti, ripresa e diffusa dai siti internet e dalle televisioni di tutto il mondo.

Il risultato è una guerra di tutti contro tutti, che fa della Libia non solo un paese profondamente lacerato, teatro di violenze quotidiane, ma anche la principale fonte di instabilità e insicurezza per tutti i vicini, nordafricani, mediterranei ed europei. Tra i paesi minacciati, a vario titolo e a vario leggi tutto

Lo sguardo del Terzo Settore su EXPO 2015

Miriam Rossi * - 19.02.2015

C’è chi la ama e c’è chi la odia a prescindere. C’è poi chi si è fatto un’idea sulla base dell’enfasi posta dagli organizzatori sui numeri grandiosi della manifestazione e c’è chi la collega a cantieri in ritardo, corruzione e appalti truccati, sulla scorta dell’impronta giornalistica sinora conferita all’evento dal circuito organizzativo. L’Esposizione Universale di Milano, la cosiddetta Expo, ha già diviso l’opinione pubblica. E non solo. “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, il filo conduttore per esposizioni, convegni ed eventi culturali dei 184 giorni dell’evento clou milanese non poteva non mobilitare gli addetti ai lavori del Terzo settore, quello dell’assistenza e della cooperazione internazionale, che di giorno in giorno sono chiamati a individuare la corretta ricetta per uno sviluppo sostenibile.

Prima ancora di aprire le porte alle riflessioni e ai dibattiti dei 20 milioni di visitatori stimati, la partecipazione ad Expo è da mesi divenuta oggetto di scontro tra le organizzazioni che si occupano di alimentazione ed energie alternative. La condivisione del presupposto della fallibilità e dei comprensibili limiti di singoli progetti è fuori questione, così come la percezione della globalità della sfida per individuare nuovi modelli di sviluppo volti a garantire cibo e acqua a tutta la popolazione mondiale, salvaguardando inoltre la biodiversità e la salute del pianeta. leggi tutto

I dilemmi delle macro-regioni

Guido Melis * - 19.02.2015

Torniamo a parlare in questi giorni di macroregioni, nell’ambito di quel ritorno quasi ciclico al passato che caratterizza da decenni il nostro dibattito sulle istituzioni. Basterà, in proposito, far cenno (ma mi limito davvero all’essenziale) al progetto della Fondazione Agnelli, vedi Un federalismo dei valori, a cura di Marcello Pacini, Torino, Fondazione Agnelli, 1996) e all’ipotesi di aggregazione formulata nel 1990-94 da Gianfranco Miglio.

Certo, rispetto al passato, interviene adesso un elemento nuovo: la geografia amministrativa italiana, anche in ragione del riassetto che l’economia globale impone nel cuore della crisi attuale, appare oggi particolarmente obsoleta.

Lo era, a ben vedere, sin dall’inizio dell’esperienza unitaria però. Ricordo solo che nella fase costituente dell’Italia unita i progetti regionalisti (Minghetti ecc.) furono subito sconfitti. L’impianto del nuovo Stato si basò piuttosto, nel 1861-65, su comuni e province, restando le regioni fuori gioco, una pura “espressione geografica”. Il disegno (rimasto solo sulla carta) delle regioni “storiche” ricalcò  astrattamente modelli antichi: addirittura quello delle legioni romane, secondo alcuni; per essere poi ripreso dai primi statistici italiani in occasione dei censimenti. Per inciso, l’individuazione delle varie ripartizioni amministrative si ispirò in origine  a due criteri contrastanti: da un lato alla “filosofia” leggi tutto

Nove miti da sfatare sull'immigrazione in Italia

Simone Paoli * - 17.02.2015

In Italia un dibattito serio, sereno, laico sul tema dell’immigrazione non è mai esistito. Spesso polarizzato tra la vuota retorica del “rimandiamoli tutti a casa loro” e l’altrettanto vuota retorica dell’“accogliamoli tutti a casa nostra”, esso si è raramente interrogato sui nodi centrali di una moderna politica dell’immigrazione che, inevitabilmente, avrebbe dovuto legarsi alle più generali strategie di programmazione socio-economica, di intervento educativo-culturale e di politica internazionale del paese; ammesso che si ritenesse utile l’apporto di lavoratori stranieri, i soggetti interessati avrebbero dovuto pubblicamente interrogarsi su quanti immigrati fosse ragionevole e conveniente accogliere e, al limite, da quali aree geografiche, quali settori economici richiedessero manodopera straniera e con quali percorsi di formazione fosse opportuno prepararla, quali modalità di reclutamento fosse utile adottare e quali canali e modelli di integrazione sarebbero stati sostenibili e vantaggiosi nel contesto italiano.

Questo breve articolo non intende certo rispondere a queste domande; francamente, non possiedo né strumenti di conoscenza né, soprattutto, visione politica sufficienti per pormi come soggetto autorevole in un tale dibattito. leggi tutto

Il dito, la luna e “Numero Zero” di Umberto Eco

Giovanni Bernardini - 03.02.2015

Sembra quasi di vederlo, l’intrepido giornalista della testata cui daremo il nome fittizio di “Indipendente”. Il volto illuminato dal monitor e nel cuore la missione perentoria impartita dal caposervizio: screditare “l’intellettuale” (orrore) “di sinistra” (doppio orrore), scovando l’inevitabile magagna celata tra le pieghe del suo ultimo parto letterario. A un tratto sobbalza il giornalista: un account Twitter (non lui, ché ha troppo da scrivere per perder tempo a leggere) ha trovato un passaggio del libro copiato pari pari da Wikipedia! E allora via, la “notizia” finisce in bella evidenza sul sito del quotidiano, condita da allusioni alla polemica scatenata sui social network (leggi: che il giornalista sta montando ad arte). Certamente si può soprassedere quando simili episodi accadono a “persone qualunque”, giornalisti inclusi: ma se in ballo c’è “uno dei più importanti intellettuali italiani”... Poi l’ultima raffica, pane per i più fini palati complottisti: il passaggio incriminato risulta oggi “improvvisamente modificato” nella popolare enciclopedia online. “Solo una coincidenza? Misteri della letteratura …”.

Chissà se il giornalista, prima che il rimestio nel torbido divenisse il suo pane quotidiano, ha mai sognato di diventare l’autore del grande romanzo che gli desse fama e gloria. Se così fosse, si consoli: col minimo sforzo ne è divenuto almeno l’interprete involontario. La sua parabola ricorderebbe quella altrettanto ingloriosa del protagonista di “Numero Zero”, l’ultimo romanzo di Umberto Eco oggetto dei suoi strali. leggi tutto