Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2021
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Cooperazione, fundraising e dignità

Nino Santomartino * - 12.12.2015
Fundraising

Da molti anni ormai si è sviluppato il dibattito sull'utilizzo di immagini “estreme” nelle campagne di raccolta fondi: immagini strazianti di bambini scheletrici, dal respiro ansimante o con lo stomaco gonfio. C'è chi sostiene la logica del "fine giustifica i mezzi" e chi, invece, si oppone, definendo certi metodi come "pornografia del dolore".

Ad ogni campagna di questo tipo il dibattito si riapre e, come spesso accade, si trasforma in polemica senza portare ad alcun risultato.

 

Molto probabilmente, questo dibattito riflette due modi contrapposti di intendere la stessa attività, che si rispecchiano nell’utilizzo delle due diverse terminologie: raccolta fondi e fundraising.

Da un lato, una raccolta fondi come “sterile” tecnica di marketing, complesso di attività che si incentra sulla richiesta di denaro; dall’altro un fundraising inteso come attività caratteristica di una nuova forma di economia basata sulla reciprocità e sulla creazione di rapporti d’interesse (nel significato originario di “essere in mezzo, partecipare”), un nuovo modo di intendere la sostenibilità dei beni comuni.  

 

Un dibattito molto interessante, anche perché il problema non è solo rilevante sul piano del fundraising (o della comunicazione sociale in genere) ma soprattutto su quello etico.

Le organizzazioni non profit, come tutti gli attori della società che promuovono iniziative volte a produrre valore sociale per la collettività, devono assolutamente garantire coerenza tra le attività di fundraising, il modo con cui vengono portate avanti, la loro mission e i loro valori.

Soprattutto da questo punto di vista, il nodo va sciolto una volta e per sempre (o, almeno, per un lungo periodo di tempo), in nome della credibilità delle organizzazioni non profit e della loro reputazione, nei confronti dei donors e di tutti i cittadini.  

                                  

A partire dal 2008, sono stati promossi molti documenti e sono stati compiuti alcuni passi nella direzione di una regolamentazione in materia.

Nel 2008 è stato avviato un percorso che ha portato alla redazione della Carta di Trento per una migliore cooperazione. Nel 2010, nelle Linee guida per la Raccolta dei fondi, promosse dall'Agenzia per il Terzo Settore. Tra il 2009 e l'autunno del 2011 l'Agenzia del Terzo Settore promosse le Linee guida per il sostegno a distanza di minori e giovani e le Linee guida per le buone prassi e la raccolta dei fondi nei casi di emergenza umanitaria, nelle quali le organizzazioni vengono invitate al pieno rispetto del Titolo VI del Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale. Tra il 2010 e il 2011, inoltre, l'Associazione Italiana Fundraiser (ASSIF), propose all'Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) alcune modifiche al Codice; pertanto, nell'autunno del 2011 cominciò un percorso di conoscenza reciproca con alcune associazioni di categoria del mondo della comunicazione (in particolare con la TP), proprio per condividere le proposte da sottoporre allo IAP e di stringere una serie di alleanze strategiche.

 

Ora, però, è necessario andare oltre la polemica, e anche oltre tutti queste iniziative, per quanto pregevoli. Occorre creare un momento di confronto non solo con gli attori sociali e le rappresentanze dei paesi interessati, ma anche con il mondo del fundraising, della comunicazione e delle istituzioni, per individuare punti di convergenza e avanzare proposte che coinvolgano (e corresponsabilizzino) tutti.

 

Sarebbe interessante tentare anche di non fermarsi a una replica dell’iniziativa del Codice etico delle ONG Irlandesi, e di proporre alcune mirate integrazioni al Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Osservando bene tutti i documenti prodotti finora è chiaro come vari professionisti che lavorano con il non profit, e molte organizzazioni non profit, abbiano riconosciuto la necessità di un codice di condotta, e - leggendo attentamente le tre Linee guida dell’Agenzia del Terzo Settore citate - abbiano individuato nel Codice già esistente il quadro di riferimento.

 

Il tentativo di inserire nel Codice di autodisciplina poche norme di condotta per la comunicazione sociale e per le campagne di fundraising potrebbe assicurare quell’elemento di sintesi e di forza che altri documenti prodotti in passato, pur autorevoli, non hanno potuto assicurare.

 

 

 

 

*Responsabile Comunicazione sociale e Rsi nell’esecutivo dell’AOI (Associazione Organizzazioni Italiane di cooperazione e solidarietà internazionale). È componente dell'Osservatorio  sul cambiamento della comunicazione – OPCC dell'Unicom e dell'Osservatorio sul Non profit della CCIAA di Roma. @n_santomartino