Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

Come ti rottamo l’università (tanto non serve a niente).

Novello Monelli * - 18.10.2014

Colpo di grazia

 

Se le notizie diffuse nei giorni scorsi dai quotidiani (per primo “Il Sole 24 ore” del 26 settembre) dovessero essere confermate, la legge di stabilità che sta per essere definita  dal Consiglio dei ministri si appresta a sferrare il colpo di grazia al sistema dell’Università e della ricerca. Per finanziare l’assunzione straordinaria di 148mila precari della scuola (e per far fronte ad altre millanta promesse del medesimo genere dispensate in questi mesi) il governo Renzi diminuirebbe il  Fondo ordinario universitario (il budget complessivo a disposizione degli atenei italiani per funzionare) di una quota variabile tra i 170 e i 400 milioni di euro. L’oscillazione delle cifre (quella minore è stata rilanciata da un ulteriore articolo del “Sole” di venerdì scorso) non muta la sostanza, anche se testimonia l’agghiacciante pressapochismo dell’esecutivo a proposito di questi temi. Ogni ulteriore taglio al finanziamento del sistema della ricerca sarebbe infatti un irreversibile atto di autolesionismo, in primo luogo perché, come ha ricordato da ultimo il rettore di Padova, Giuseppe Zaccaria, in un sistema internazionale complesso come quello in cui l’Italia compete (o dovrebbe competere), il sostegno alla ricerca e alla formazione superiore è essenziale. L’attuale 0,43% del PIL destinato al mondo universitario è certamente ridicolo in confronto ai paesi competitori più prossimi geograficamente, come Germania e Francia, ma depotenziarlo ancora sarebbe un crimine. leggi tutto

Perché le imprese pubbliche devono uscire dalla Confindustria

Stefano Zan * - 16.10.2014

Le imprese pubbliche che, stando a fonti giornalistiche, versano ogni anno alla Confindustria circa 25 milioni di euro, devono uscire da questa associazione per almeno quattro ragioni.

La prima è che le imprese pubbliche sono imprese dello Stato, cioè di tuti i cittadini e non si capisce perché i cittadini, per altro del tutto inconsapevoli, debbano finanziare un’associazione privata. Magari questi cittadini sono imprenditori iscritti ad altre associazioni oppure lavoratori dipendenti, iscritti al sindacato, che da anni finanziano, senza saperlo, un’associazione che è concorrente o controparte. Dal momento che, da che mondo è mondo, nel nostro ordinamento l’adesione ad una qualsiasi associazione è volontaria e libera andrebbe quanto meno chiesto loro se vogliono finanziare la Confindustria. E’ facile presumere che non tutti sarebbero d’accordo. D’altra parte non si capisce perché se i trattati europei proibiscono gli aiuti di Stato alle imprese sia invece lecito dare contributi di Stato ad una (sola) associazione imprenditoriale. Oltretutto in una fase di spending review in cui si mette un tetto agli stipendi dei manager risulta ancora più incomprensibile perché le imprese pubbliche debbano finanziare un’associazione privata.

L’ipotesi avanzata da alcuni che questi contributi servano a dare rappresentanza, in termini in particolare di lobby e contrattazione, alle imprese pubbliche tramite la Confindustria non sta in piedi. Infatti, seconda ragione, è ridicolo pensare che presidenti e amministratori delegati nominati direttamente dal governo abbiano bisogno di attori terzi, di intermediari associativi, per parlare con il governo stesso. Anche sul piano contrattuale, terza ragione, considerando le particolarità settoriali e dimensionali leggi tutto

E i pensionati?

Stefano Zan * - 02.10.2014

Un altro pezzo di società di cui non ho parlato nei numeri precedenti è rappresentato dai pensionati che sono assai numerosi nel nostro Paese, spesso relativamente giovani e altrettanto spesso in buona salute. Escludendo i casi estremi delle pensioni minime e di quelle d’oro che hanno ben altri problemi (o non ne hanno affatto) il pensionato “medio” quello cioè che ha una pensione dignitosa, ha molto spesso del tempo libero, ha delle competenze maturate in anni di lavoro, spesso è proprietario della sua casa ma anche di una casetta in campagna, al mare, in collina. Se la pensione è dignitosa è abbastanza saturo ma, non per sua scelta, è seduto. Il suo problema principale è dare un senso al suo tempo: se non è un hobbista sfegatato fatica a far trascorrere le ore della giornata. E’ possibile rimettere in piedi tutte queste persone senza che, ovviamente, sottraggano lavoro ai giovani, nel qual caso saremmo da capo? Proviamo a ipotizzare alcune possibilità. Intanto i pensionati, senza saperlo, sono una multiproprietà naturale. Se, attraverso una loro struttura di fiducia (il loro sindacato o la loro associazione e con software ormai banali) si scambiassero le rispettive case ai mari ai monti o in città per alcune settimane non solo vedrebbero a costo quasi zero nuovi posti ma allungherebbero anche una stagione turistica sempre più ristretta con beneficio dunque non solo per loro. Ma siccome molti pensionati vivono in case di proprietà spesso di grandi dimensioni perché in passato dovevano ospitare i figli, un’accorta operazione immobiliare, cogestita e supportata sempre da una struttura di fiducia, potrebbe portare a forme di co-housing degli anziani che avrebbe ricadute positive a costi estremamente contenuti. Intanto ridurrebbe la solitudine di molti. leggi tutto

Musica a scuola: non si può andare ad orecchio …

Stefania Pombeni - 02.10.2014

Secondo la circolare del 13 marzo 2007 (prot. n° 4624/FR Roma) l’ex ministro Giovanni Berlinguer si prendeva il compito di affrontare finalmente il problema della diffusione della musica nelle scuole.

Sono ormai passati sette anni da quella famosa circolare e questo problema nelle scuole primarie e secondarie purtroppo ancora sussiste senza che si sia introdotto alcun miglioramento.

Solo il ministro dell’istruzione Stefania Giannini sembra considerare seriamente l’importanza della Cultura Musicale, “sgridando” l’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi per essersi “dimenticato” di questa considerevole materia scolastica.

Infatti la ministra Giannini ha in mente quanto previsto nella riforma prevista dalla l. 124/99 dove per esempio la disciplina “Strumento musicale” è inserita come materia curriculare della scuola secondaria, per quanto questo riguardi alcuni corsi specifici ad indirizzo musicale.

Ci sono però tre aspetti importanti da considerare nella proposta di riforma dell’insegnamento musicale nella scuola: 1) la creazione prossima del liceo musicale, dove per l’alunno si prevede non solo un sostanziale miglioramento delle conoscenze musicali acquisite nelle scuole secondarie ma un vero e proprio percorso di specializzazione da continuare poi nell’ambito universitario; 2) la musica deve essere inserita come materia nel biennio della scuola primaria (2 ore alla settimana); 3) il miglioramento dell’insegnamento della musica nella scuola media.

Prendo in considerazione quest’ultimo punto che mi sta più a cuore, avendo frequentato una scuola media leggi tutto

L’impatto delle politiche del governo sulla società

Stefano Zan * - 30.09.2014

In un recente seminario promosso dalla Confesercenti il responsabile economico del PD ha sintetizzato con molta chiarezza la strategia del Governo: 1) diminuzione della tassazione sul lavoro e sulle imprese; 2) semplificazione e velocizzazione della burocrazia e del processo civile; 3) fluidificazione del mercato del lavoro e nuovi ammortizzatori sociali. L’idea è di fare riforme strutturali cioè non contingenti o occasionali ma che durino per un lungo periodo di tempo. Le riforme strutturali proposte dal governo, necessarie e sacrosante, hanno però alcuni piccoli difetti. Richiedono tempo perché devono essere fatte dal Parlamento. Sono difficili da fare perché devono essere fatte bene e soprattutto evitare le conseguenze non previste. Infine dispiegano la loro efficacia in un tempo non brevissimo. Detto questo proviamo però a ipotizzare che impatto potrebbero avere sulle diverse componenti della società di cui abbiamo parlato nei numeri precedenti. Per quella parte della società che non è né satura né seduta leggi tutto

Fino a quando useremo banconote e monete?

Gianpaolo Rossini - 27.09.2014

Qualche giorno fa il settimanale inglese “Economist” si chiedeva fino a quando useremo banconote e monete metalliche per i nostri pagamenti. Diversi studiosi si stanno occupando del tema, tra cui Kenneth Rogoff vicepresidente del Fondo Monetario Internazionale. La questione tocca diversi aspetti non puramente economici della vita pubblica e privata. Le tecnologie digitali oggi hanno portato due grandi novità. La prima concerne la moneta prodotta dalla banca centrale in collaborazione con il sistema delle banche. La seconda riguarda la nascita di nuove monete digitali che circolano solo sulla rete e che sono gestite da privati o da web communities senza alcuna supervisione dell’autorità monetaria. In alcuni paesi la tendenza è ad usare sempre meno banconote e monete e al loro posto utilizzare il sistema dei pagamenti privato delle banche  con carte di credito, di debito, prepagate e carte bancomat con supervisione della banca centrale, organismo pubblico. Questo ha significato in diversi casi una riduzione della circolazione della moneta prodotta dalla banca centrale, ovvero il contante. Il fenomeno però non è diffuso in modo omogeneo e in alcuni paesi la circolazione del contante legale (legal tender) è ancora su livelli sostenuti. A fianco di questo fenomeno c’è quello del tutto nuovo di monete digitali private. leggi tutto

Una modesta proposta. Se scuola e università sono campo di battaglia per estremismi opposti.

Novello Monelli * - 25.09.2014

In una recente intervista su “Il Manifesto”, Valeria Pinto, autrice un paio di anni fa di un volume non esattamente benevolo sul sistema di valutazione universitario (Valutare e punire), ha lanciato un deciso attacco alle linee guida della futura (cosiddetta) riforma Renzi della scuola. La Pinto enfatizza il carattere classista di un provvedimento apparentemente in linea con il processo ormai quasi ventennale di appiattimento dell’istruzione sulle esigenze dell’economia neoliberista e di debellamento delle sue dinamiche di democrazia interna: “il sistema del merito emana, rafforzandolo, dal riconoscimento della giustizia e dell’evidenza dell’ordine sociale esistente”.   

 

Entia non sunt moltiplicanda: perché prendersela con una valutazione che non c’è?

 

Sarebbe quantomeno prudente, parlando della rivoluzionaria non-riforma ventilata dal nuovo esecutivo, mantenere un po’ di prudenza. Soprattutto considerato che, a parte qualche slide e molti slogan (in primis, quello dei 150.000 precari da assumere d’un botto a partire dal prossimo anno scolastico), di misure concrete e dettagli non del tutto irrilevanti (come le previsioni di spesa) si è parlato sinora poco. In effetti non è chiaro in base a quale presupposto si possa affermare che la non-riforma sia l’ennesimo passo verso la liquidazione della scuola pubblica come luogo di sapere critico. Di quale sistema di selezione e premiazione del merito stiamo parlando? leggi tutto

La società satura e seduta

Stefano Zan * - 25.09.2014

La definizione che De Rita offre sul Corriere della Sera di martedì 16 settembre secondo la quale la nostra società sarebbe “satura e seduta” e priva di inquietudine creativa, mi pare al contempo infondata e fuorviante. Una parte sempre crescente negli ultimi dieci anni della nostra società è tutt’altro che satura. Semplicemente non consuma o perché non ha i soldi o perché è inquieta rispetto ad un futuro incerto. Se in una famiglia un componente è in cassa integrazione, in contratto di solidarietà, in mobilità o è esodato oppure lavora in un’impresa che grazie alle tecnologie riduce l’occupazione (tipico il caso delle banche grazie all’home banking). Se nella stessa famiglia i due figli (tutt’altro che choosy) non trovano lavoro nonostante siano disposti a fare qualsiasi cosa e quindi ti tocca passargli non si ancora per quanti anni una paghetta che equivale a quello che in gergo si chiama salario di cittadinanza. Se nella stessa famiglia devi affiancare ad un genitore anziano una badante per non stravolgere la tua vita normale anche se questo si mangia buona parte del tuo stipendio, allora è evidente che cercherai di ridurre al minimo i tuoi consumi, farai di tutto per risparmiare anche pochi euro al mese (magari 80) per affrontare un futuro assolutamente incerto. Un comportamento assolutamente razionale dopo sei anni di recessione, non emotivo, che induce automaticamente una contrazione dei consumi. leggi tutto

Semantica della seconda repubblica

Luca Tentoni * - 20.09.2014

"Mariano, la svolta: cambia il team di Palazzo Chigi": un titolo così su Rumor, nella Prima Repubblica, non lo avremmo mai trovato su un quotidiano nazionale. La differenza fra la rappresentazione della politica durante gli anni Settanta (e gran parte degli Ottanta) e in quelli della Seconda Repubblica non sta, ovviamente, soltanto nel mutamento dello stile giornalistico. I principali mezzi di comunicazione di allora hanno subito trasformazioni profonde (l'impaginazione, l'impostazione, il formato dei giornali; il colore, la ricerca dell'audience nei dibattiti politici, la spettacolarizzazione dell'attualità per quanto riguarda la TV) e lasciato spazio ad altri media (Internet: in particolare i "social network") ma è cambiato anche il messaggio, oltre al quadro politico-istituzionale (sistema dei partiti; Costituzione materiale; rapporto partito-leader-elettorato; ridislocazione del potere sia nei rapporti centro-periferia, sia in quelli fra governo e Parlamento; tendenziale coincidenza fra premiership e leadership). Come hanno spiegato autorevoli esperti (il nostro è solo uno spunto per sollecitare riflessioni ben più profonde, meditate e ampie di questa) è cambiato anche il modo di "vendere" un partito, con le mutazioni del marketing elettorale sperimentate all'estero (fra tutti: da Séguéla per il futuro presidente francese Mitterrand) e giunte in Italia verso la seconda metà degli anni Ottanta, in tempo per una sperimentazione che faceva da preludio ad un'applicazione più ampia negli anni Novanta, col passaggio dal proporzionale al maggioritario uninominale e dalla "democrazia dei partiti" alla "democrazia delle leadership". Il mutamento non poteva che passare attraverso una rivisitazione del linguaggio, ma anche per una sorta di desemantizzazione. leggi tutto

Se il voto non è più una virtù

Giovanni Bernardini - 09.09.2014

È davvero un peccato che in Italia i sondaggi attraggano l’attenzione pubblica soltanto in occasione delle consultazioni elettorali, come nel caso della pessima performance offerta dalla roulette dei recenti exit poll. In quelle occasioni il mancato adeguamento dei metodi di rilevazione e la ridefinizione del sistema partitico hanno prodotto previsioni grossolanamente fallaci e puntualmente smentite, gettando discredito sulle potenzialità della disciplina stessa. Un peccato perché tali cadute hanno contribuito a ridurre la statistica alla presunta e improbabile dimensione divinatoria, piuttosto che alla sua più proficua vocazione: avvalersi dei dati raccolti presso un campione significativo per comporre una mappa dell’intera popolazione. E come è implicitamente noto leggi tutto