Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Argomenti

Apple a Napoli: cercasi app

Patrizia Fariselli * - 11.02.2016

Un paio di settimane fa in Italia ha ricevuto molta attenzione mediatica l’incontro tra Renzi e il CEO di Apple Tim Cook nella cornice dei damaschi di Palazzo Chigi e davanti a una tazzina di vero caffè, per dare risonanza al massimo livello all’annuncio della creazione a Napoli del primo centro di sviluppo app iOS  in Europa. La stampa e la TV italiane hanno riportato la stessa notizia nello stesso modo, niente più che un’agenzia di 22 righe gentilmente diffusa da Roma dall’ufficio stampa di Apple basato in +44, verosimilmente Irlanda. Siccome il premier Renzi ha detto che “la Apple farà 600 posti di lavoro a Napoli” la notizia è di quelle che fanno esplodere i mortaretti, e dunque siamo andati a cercare i dettagli. Ma non li abbiamo trovati, e non disponendo di contatti privilegiati con le fonti americane, romane o napoletane direttamente coinvolte, abbiamo cercato di farci un’idea in piena solitudine informativa.

Nel comunicato stampa di Apple si parla estesamente della leadership di Apple nell’innovazione e del ruolo maieutico di Apple Store alla crescita di una “vibrant” comunità di sviluppatori di app (1,2 milioni di posti di lavoro in Europa, oltre 75.000 in Italia) e al suo prosperare (10.2 miliardi di Euro di ricavi dalla vendita di app nel mondo). L’iniziativa a Napoli riguarda la creazione di un centro di formazione per fornire a studenti “skills and training” per lo sviluppo di iOS app che concorrano a rafforzare “seamless experiences” entro l’ecosistema Apple generato dalle quattro piattaforme software (iOS, OS X, watchOS, tvOS), leggi tutto

A Scuola con i videogiochi: il progetto BYOEG (parte 2)

Alfonso D'Ambrosio, Serafina Dangelico, Loredana Imbrogno e Sabina Tartaglia * - 04.02.2016

Nel mese di giugno abbiamo deciso di iniziare l’avventura di BYOEG (Bring your own educational game), ovvero creare da zero dei giochi educativi. La nostra idea iniziale vale ancora oggi: basta con pacchetti confezionati da altri, che mal corrispondono ai bisogni reali della classe, ogni docente ha la possibilità di adeguare la lezione alle potenzialità dei propri alunni, ai loro interessi, realizzando un proprio videogioco.

Il progetto BYOEG ha alcuni aspetti originali:

1)      I giochi vengono costruiti dal basso, ovvero dai docenti e dagli studenti

2)      Si utilizzano programmi gratuiti dedicati alla realizzazione di videogiochi

3)      I giochi sono educativi, ovvero esplicitamente finalizzati a veicolare conoscenze e competenze.

4)      I giochi sono veicolati con precise metodologie didattiche (nel nostro caso IBSE, PBL, Problem Solving, Brain storming, Cooperative learning, Learning by doing)


L’utilizzo di un linguaggio quale quello dei videogiochi permette di tenere alto e più a lungo il livello della motivazione, dell'attenzione e della concentrazione e di agganciare anche quei bambini che hanno difficoltà di apprendimento; cambiando il setting della lezione che diventa pratica, creativa, metacognitiva, sperimentale e collaborativa, avendo la possibilità di adeguare lo stile d'insegnamento ai molteplici stili di apprendimento secondo l'ottica di Gardner.
L'uso di Scratch, alla primaria ad esempio,  consente di attuare  un principio educativo per noi molto importante "Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco!” (Confucio); leggi tutto

A scuola con i videogiochi (parte 1)

Alfonso D'Ambrosio, Serafina Dangelico, Loredana Imbrogno e Sabina Tartaglia * - 02.02.2016

Nel linguaggio comune alla parola gioco tutto si associa tranne il termine “serio”. Quando parliamo di gioco ci viene subito in mente quella dimensione ludica, propria dell’età della giovinezza, dove il gioco è un momento in cui , in compagnia (o da soli), si stacca la spina dalle vicende quotidiane, è una dimensione spaziale e temporale, dove è possibile lavorare di fantasia, immaginare scenari nuovi, ovvero una dimensione dove l’ “imparare come si  fa scuola” non è spesso contemplato.

E’ possibile imparare giocando e farlo in una dimensione scolastica?

In un comune gioco si imparano strategie, si superano insidie, livelli, si impara giocando. Con il termine serious games si intendono giochi che hanno un chiaro intento educativo, che può essere implicito o esplicito. Nella nostra visione non ha senso parlare di gioco educativo ad hoc, in quanto tutti i giochi veicolano apprendimento, però nel proseguo nell’articolo ci riferiremo al termine gioco educativo, o serious games, quei giochi che non  hanno come principale obiettivo lo svago, il divertimento.

Negli ultimi anni l’attenzione dei giochi educativi si sta spostando verso i giochi digitali, leggi tutto

Come in uno specchio. Il successo di Zalone e gli italiani

Maurizio Cau - 09.01.2016

Uno spettro si aggira nel cinema italiano. È quello di Monicelli, Risi, Sordi, Scola, Germi, Zampa. In due parole, della commedia all’italiana.

Succede ormai da anni che ogni film di successo che con leggerezza più o meno marcata prova a raccontare il Paese venga esaminato in controluce per scoprire i gradi di parentela che può rivendicare con uno dei generi e delle stagioni più alti del cinema nostrano. Poco importa che la cosiddetta commedia all’italiana non possa contare su un canone stilistico chiaro e condiviso; quello è il metro di misura con cui si esamina (e si giudica) ogni commedia prodotta nel nostro Paese. È ciò che capita ripetutamente con il cinema di Checco Zalone, il quale opera dopo opera si va emancipando dal registro comico di derivazione televisiva e si confronta con racconti più ambiziosi capaci di mettere in scena le varie facce dell’italianità. In questi giorni si assiste ai consueti giri di valzer della critica di settore: da un lato c’è chi riconosce in Zalone il nuovo maestro di un genere da (troppi) anni sepolto, dall’altro chi sottolinea la lontananza tra il registro sardonico e dissacrante di Luca Medici (il vero nome del comico pugliese) e le altezze registiche e drammaturgiche di un genere ormai consegnato alla storia.

La riconduzione del cinema di Zalone nelle strette maglie del genere non rappresenta però l’elemento centrale della questione. leggi tutto

Cooperazione, fundraising e dignità

Nino Santomartino * - 12.12.2015

Da molti anni ormai si è sviluppato il dibattito sull'utilizzo di immagini “estreme” nelle campagne di raccolta fondi: immagini strazianti di bambini scheletrici, dal respiro ansimante o con lo stomaco gonfio. C'è chi sostiene la logica del "fine giustifica i mezzi" e chi, invece, si oppone, definendo certi metodi come "pornografia del dolore".

Ad ogni campagna di questo tipo il dibattito si riapre e, come spesso accade, si trasforma in polemica senza portare ad alcun risultato.

 

Molto probabilmente, questo dibattito riflette due modi contrapposti di intendere la stessa attività, che si rispecchiano nell’utilizzo delle due diverse terminologie: raccolta fondi e fundraising.

Da un lato, una raccolta fondi come “sterile” tecnica di marketing, complesso di attività che si incentra sulla richiesta di denaro; dall’altro un fundraising inteso come attività caratteristica di una nuova forma di economia basata sulla reciprocità e sulla creazione di rapporti d’interesse (nel significato originario di “essere in mezzo, partecipare”), un nuovo modo di intendere la sostenibilità dei beni comuni.  

 

Un dibattito molto interessante, anche perché il problema non è solo rilevante sul piano del fundraising (o della comunicazione sociale in genere) ma soprattutto su quello etico.

Le organizzazioni non profit, come tutti gli attori della società leggi tutto

Rispetto delle culture e caricatura del rispetto

Paolo Pombeni - 01.12.2015

La polemica sulla presunta iniziativa del preside di un Istituto di Rozzano, Marco Parma, che è accusato di voler soprassedere alle celebrazioni del Natale con riferimenti al cristianesimo per rispetto delle altre religioni è la triste dimostrazione dell’incultura in cui siamo caduti. Tanto i difensori della presunta  preside  quanto le forze politiche che lo hanno contestato ne sono pervasi.

Va però notato che questa iniziativa che il preside Parma ha smentito arriva dopo un certo can can mediatico a seguito di altre iniziative simili che c’erano state in passato e dopo che la faccenda è stata lasciata correre anche troppo.

Non è una questione di religione, è una questione di storia e cultura e ci permettiamo di dire che alcuni rappresentanti della Chiesa Cattolica sbagliano nel non prendere le distanze da troppi interessati difensori delle radici cristiane, che lo fanno solo per speculazione politica (e che non sono credibili come difensori della fede e della civiltà).

Chiediamoci invece perché coloro che credono di essere all’avanguardia quando vorrebbero abolire una tradizione per il presunto rispetto di quelli che non ci si riconoscono sono semplicemente delle persone senza cultura che per di più mettono a rischio una delle più grandi conquiste dello sviluppo culturale dell’occidente, cioè il pilastro della “tolleranza”. La risposta è abbastanza semplice, ma purtroppo raramente viene sviluppata. leggi tutto

Riformare l'amministrazione

Fulvio Cortese * - 01.12.2015

Il dibattito che quest'estate ha condotto all'approvazione della "legge Madia" (n. 124/2015), e che da allora ne assiste tutta la fase attuativa, appare caratterizzato da posizioni e accenti ben noti. Sono quelli, innanzitutto, di coloro che ne enfatizzano la portata potenzialmente dirompente, trattandosi di una disciplina che - in qualche caso da subito e in molti altri in un futuro virtualmente non troppo remoto - promette di cambiare il volto dell'organizzazione e dell'azione amministrative.

Qualche segnale, in questo senso, è già diritto vigente. Si evocano, ad esempio, le nuove disposizioni sulla conferenza di servizi, sul "silenzio" tra le pubbliche amministrazioni o sull'autotutela, che rispettivamente dovrebbero annunciare, quanto alla rapidità e alla stabilità dei processi decisionali, la fine dei veti incrociati, dei ritardi istruttori e degli improvvidi ripensamenti.

Ma si richiamano anche le ampie deleghe al Governo sulla riarticolazione dell'amministrazione statale, della dirigenza e, più in generale, della disciplina del lavoro pubblico, delle società partecipate e dei servizi pubblici locali: si tratta, in effetti, di snodi cruciali, avvertiti anche dall’opinione pubblica, e che quindi reclamano ancora scelte efficienti e semplificanti. Di non minore impatto, infine, possono essere valutate anche le previsioni sull'approvazione di un italico Freedom of Information Act, immaginato come pietra angolare di un rinnovato approccio alla trasparenza e alle sue ricadute socio-culturali. leggi tutto

Vaccini: il rischio della paura

Franco Giovanetti * - 01.12.2015

In ambito clinico si è abituati a ragionare in termini di malattia-trattamento-risultato atteso (miglioramento o guarigione). I risultati sono tangibili e si ottengono in un tempo relativamente breve. Nel campo della vaccinazione le cose stanno diversamente: l’intervento sanitario agisce su di una persona sana e l’obiettivo è il mantenimento del suo stato di salute. Il soggetto era sano prima di vaccinarsi e rimane sano dopo la vaccinazione. Apparentemente non è cambiato nulla, per cui il beneficio, al di fuori delle situazioni epidemiche, non è immediatamente tangibile. Sebbene le evidenze scientifiche dimostrino l’elevata sicurezza delle vaccinazioni pediatriche, è comprensibile che i genitori abbiano delle remore a somministrare un farmaco ad un bambino sano, soprattutto nei Paesi in cui è proprio grazie alle vaccinazioni che determinate malattie prevenibili sono scomparse o sono state fortemente ridimensionate. I programmi di vaccinazione solitamente attraversano tre fasi: nella prima fase, la malattia si manifesta in forma epidemica o comunque rappresenta un problema rilevante di sanità pubblica. La vaccinazione fa diminuire l’incidenza della malattia e il beneficio è evidente. Tuttavia nel lungo termine si perde la memoria collettiva della malattia e pertanto si riduce la percezione del rischio. Inizia così la seconda fase: la malattia è percepita come un problema irrilevante e le generazioni più giovani ne conoscono a malapena il nome, sicuramente leggi tutto

Lo spreco di suolo in Italia

Tiziano Tempesta * - 17.11.2015

Il suolo costituisce una componente fondamentale di ogni ecosistema, sia esso naturale sia esso antropico, e non è quindi il mero supporto fisico delle attività umane. Il suolo è in grado di produrre numerosi servizi ecosistemici tra i quali vanno ricordati: la funzione produttiva primaria, la funzione di regolazione del ciclo dell’acqua, la funzione di regolazione dei cicli degli elementi fondamentali per la vita, la funzione di conservazione della biodiversità, la funzione di regolazione climatica dovuta alla capacità del suolo di immagazzinare anidride carbonica grazie all’accumulo di sostanza organica. Il consumo di suolo in generale può essere definito come la riduzione della capacità dei suoli di produrre uno o più dei servizi ecosistemici richiamati. I fattori che possono causare il consumo di suolo sono molteplici anche se sicuramente quello che ha assunto maggiore rilevanza nei paesi sviluppati a partire dalla seconda metà del Novecento è l’urbanizzazione dei terreni coltivati.

Si noti però che il trasferimento di fattori di produzione e risorse da settori a bassa produttività a settori ad alta produttività costituisce uno dei motori dello sviluppo economico. Ciò vale sia per il capitale e il lavoro sia per la terra e le altre risorse naturali. Quindi, lo sviluppo economico comporta necessariamente un trasferimento di suolo da usi primari ad usi che potremmo definire urbani in senso lato: la città è da sempre il motore leggi tutto

Suggestioni per una scuola del futuro (ma anche del presente…)

Angela Maltoni * - 10.11.2015

Nella prefazione al libro “Nascita di una Pedagogia Popolare”, Elise Freinet, moglie di Célestin, scrive: “E’ il perenne problema del fanciullo, con le pressanti esigenze del suo presente e del suo avvenire, che determina l’accrescersi della massa di artigiani dediti all’opera educativa. Così si foggia senza pretese il bel mestiere dell’insegnante, così si costruisce una pedagogia valida per tutti i figli del popolo e non per una ristretta minoranza di privilegiati”.

Proprio partendo da questa frase, secondo me, ci si deve muovere per cercare di capire che cosa “dovrebbe” essere la scuola e soprattutto cosa occorra realmente ai bambini per imparare. Tenendo conto del contesto in cui viviamo, sempre più caotico e denso di problematiche socio-culturali, è necessario individuare azioni pedagogiche, metodi d’insegnamento e strategie che si adattino al momento attuale. Sicuramente, a differenza di allora – si parla della Francia negli anni ’50 del secolo scorso – i bambini hanno acquisito una maggiore consapevolezza  riuscendo a ritagliarsi, forse loro malgrado, una maggiore attenzione.

Se da un lato, almeno in apparenza , sono diventati più autonomi grazie all’avvento delle tecnologie – anche se mi viene da pensare che probabilmente lo erano ancor di più quando sapevano utilizzare le mani per costruirsi giochi da usare in strada – dall’altro, purtroppo, sono sempre più spesso in balìa di un mondo dove il tempo è il vero motore di tutto, con i genitori che tendono ad impegnarsi di più per realizzare i loro sogni di “ex adolescenti” leggi tutto