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Rebus post elettorale in Grecia
Le recenti elezioni europee in Grecia sono state accompagnate dalle elezioni amministrative assumendo così un peso doppiamente significativo anche alla luce della buona affluenza (58.2%), superiore alla media europea ferma al 43,09%. Non c'è dubbio che il risultato elettorale del SYRIZA attestatosi al 26.6% delle preferenze (6 seggi in Europa) rappresenti un evento storico per la Grecia ma in qualche misura anche per l'Europa poiché per la seconda volta nella storia delle elezioni europee un partito schiettamente di sinistra ottiene la maggioranza assoluta. La prima volta, è il caso di ricordarlo, era il 1984 e si trattava del PCI reduce dall'allora recente scomparsa del suo segretario Enrico Berlinguer. Accanto a questo risultato complessivo vanno ricordate anche le vittorie a livello locale dei candidati del SYRIZA, prima fra tutte quella di Rena Dourou nella fondamentale regione dell'Attica. leggi tutto
La Francia del FN: osservato speciale o modello?
Smaltita la sbornia elettorale, è tempo di mettere un po’ di distacco nel guardare al “fenomeno Front National”. Si dilegua il fumo e il nuovo “terremoto Le Pen” ha lasciato sul terreno altre macerie. Senza voler sottostimare l’importanza e il monito racchiuso nel 25% ottenuto dal FN, l’impressione è che sia ancora troppo presto per parlare di Parigi come “osservato speciale”. E anzi, nonostante il momento di euforia legato al trionfo del renzismo, i “cugini d’oltralpe” ancora possano rappresentare un modello, almeno per il nostro sistema politico-istituzionale.
Tra le numerose interpretazioni del voto francese tre in particolare appaiono stimolanti. leggi tutto
La «Cenerentola d’Europa» vista da Berlino. Da sorvegliato speciale a partner strategico?
All’indomani del voto europeo, agli elettori italiani più esperti saranno forse tornate alla mente le elezioni amministrative del giugno 1975 e le successive elezioni politiche del 1976, quando il Pci balzò d’un tratto al 34,4%. È fin troppo ovvio rilevare che sul piano storico ogni possibile accostamento lascia il tempo che trova. Il Pd non è il Pci e il contesto del 2014 non ha nulla a che vedere con quello della metà degli anni Settanta. Eppure, può essere interessante ricordare la risonanza internazionale che ebbe all’epoca il risultato del Pci e riflettere sul modo in cui è stato accolto all’estero il recente successo del Pd, soprattutto in Germania. leggi tutto
Eurobonds: oggi più di ieri
A lungo si è discusso in Europa l’idea di unificare l’emissione dei titoli pubblici dando vita a obbligazioni pubbliche denominate eurobonds che avrebbero progressivamente sostituito Bot, Btp italiani, Bonos spagnoli, Bund tedeschi e così via. Gli eurobonds però non hanno mai visto la luce per opposizione teutonica. Lo scenario è cambiato per cui vale la pena chiedersi quali sarebbero oggi i vantaggi e i costi degli eurobonds. Resterebbero gli stessi di qualche anno fa o sono mutati da quando la proposta originaria venne avanzata da Juncker e Tremonti sul Financial Times?
La sostituzione dei titoli pubblici nazionali con un unico titolo di eurolandia produrrebbe lo stesso tasso di interesse nelle diverse aree della unione monetaria per governi, imprese e consumatori e la scomparsa dei costosi spread. Qualche anno fa, se avessimo adottato gli eurobonds, quando gli spread erano cospicui, avremmo forse avuto una lieve salita dei tassi rispetto a quelli dei paesi più virtuosi (Germania, Olanda, Finlandia, Austria), una discesa per quelli in difficoltà (Irlanda, Grecia; Portogallo, Cipro, Spagna, Italia) e probabilmente nessuna o scarse variazioni per i paesi sul confine tra bene e male, come Francia e Belgio. Questa previsione era frutto di un’ipotesi pessimista. Gli eurobonds avrebbero reso il mercato dei titoli pubblici molto più liquido con benefici per i forti e per i deboli. leggi tutto
L'assalto disordinato degli eurofobi alla vecchia Europa
Alla vigilia delle prime elezioni europee dallo scoppio della crisi dell'eurozona (2010), gli osservatori erano concordi nel prevedere l'affermazione di due protagonisti: l'astensione e l'eurofobia. Le urne hanno invece riservato alcune sorprese.
Un'affluenza stabile
A partire dal tasso di affluenza (43,1%) che aumenta di un decimale rispetto a cinque anni fa. Il dato non è certo la spia di un rinnovato euroentusiasmo ma si tratta comunque di un'inversione di tendenza se si considera che l'affluenza era costantemente diminuita dal 1979 (62%) in avanti, sino al 43% del 2009. L'Italia (-8% di affluenza rispetto al 2009) si distingue rispetto agli altri «grandi» d'Europa: in Germania (+5%), Francia (+2,5%) e Regno Unito (+1,5%) infatti le urne sono state più frequentate rispetto a cinque anni fa. La partecipazione è ulteriormente diminuita invece nei paesi dell'Europa centro-orientale, con tassi d'astensionismo impressionanti quasi dappertutto, a partire dalla Slovacchia (87%), Repubblica ceca (80,5%), Slovenia (79%) e Polonia (77%). leggi tutto
Le elezioni in Ucraina: vincitori, vinti e scenari futuri
Il “terremoto elettorale” a seguito delle Europee ha fatto forse passare in secondo piano, in Italia e in Europa Occidentale, l’altra consultazione tenutasi in Europa il 25 Maggio. Tuttavia, le elezioni presidenziali in Ucraina potrebbero rappresentare un passaggio cruciale in un paese che negli ultimi mesi ha vissuto le proteste dell’EuroMaidan, la conseguente cacciata del presidente Yanucovich, il referendum che ha decretato l’indipendenza della Crimea e gli scontri nelle regioni Orientali che l’hanno portato sull’orlo di una guerra civile.
Un vincitore…
Le elezioni di domenica erano chiamate ad eleggere il nuovo presidente. Molti analisti hanno identificato in quest’appuntamento la possibile svolta per l’Ucraina. Negli ultimi mesi, il vuoto di potere lasciato da Yanucovich e la debolezza del governo provvisorio di Kiev hanno portato a una situazione drammatica nelle regioni Orientali, come ci ha tristemente ricordato la recente tragica uccisione del giornalista Andrea Rocchelli e del suo accompagnatore russo. leggi tutto
Il Front National tra passato, presente e futuro
Il voto europeo rappresenta per il FN una grande opportunità, non senza però qualche rischio. Da un lato Marine Le Pen può continuare la sua marcia trionfale apertasi con lo storico 17,9% del I turno presidenziale del 2012 e proseguita con i buoni risultati delle municipali di fine marzo. D’altra parte il voto europeo è storicamente complicato per il FN. Chiedere il voto per eleggere rappresentanti all’interno di istituzioni che si vorrebbero scardinare e sostanzialmente chiudere non è semplice. Più in generale il voto di domenica fornirà indicazioni importanti sull’evoluzione di un partito che è lo specchio nel quale si riflettono aporie e carenze del modello francese. leggi tutto
Qual è la posta in gioco? Italia e Germania alla vigilia del voto
Domani si vota. Ma qual è la posta in gioco? Proviamo a rispondere prendendo per buoni e comparando i messaggi veicolati dalle campagne elettorali di due grandi paesi come l’Italia e la Germania. In Italia si è parlato assai poco di Europa, un po’ più dei «cattivi tedeschi» e dell’euro, molto dei politici italiani corrotti e moltissimo di Beppe Grillo e Matteo Renzi. In Germania non si è parlato quasi per nulla dell’Italia (ad eccezione delle sconcertanti offese di Berlusconi e Grillo), molto poco dell’euro, un po’ più d’Europa e dell’antieuropeismo montante fuori dai confini nazionali, molto di Martin Schulz ma assai meno di Jean-Claude Juncker. leggi tutto
L’Austria tra europeismo di facciata e populismo
Il paradosso della campagna austriaca per le elezioni dell’Europarlamento è che di Europa si parla meno di quanto se ne discutesse solo qualche mese fa, in occasione delle elezioni politiche, svoltesi il 29 settembre 2013. Mentre allora l’euroscetticismo, diversamente modulato secondo la posizione occupata nello spettro politico, era il Leitmotiv di quasi tutti i partiti, compresi i socialdemocratici, timorosi di essere scavalcati a destra dai liberalnazionali (Fpö) di Heinz-Christian Strache, oggi i due maggiori partiti (Spö e Övp), usciti nettamente ridimensionati dalle urne, ma costretti alla riedizione, in versione ridotta, della “grande coalizione”, sono obbligati a un europeismo di maniera, a un chiacchiericcio europeista che anziché affrontare i temi caldi della politica europea, magari avanzando anche qualche soluzione, li lascia appannaggio della destra populista e antieuropea. Su quest’ultimo fronte, vi è innanzitutto da rilevare che il paventato sorpasso della Fpö nelle Politiche dell’anno scorso non si è verificato: i liberalnazionali hanno aumentato sì del 3,1% i propri consensi, raggiungendo il 20,6%, ma sono rimasti il terzo partito, dietro i popolari, con il 24%, e i socialdemocratici, con il 26,9. leggi tutto
La Gran Bretagna al voto: la sfida anti-europea dello Uk Independence Party
La diffidenza degli inglesi nei confronti dell’Unione Europea viene da molto lontano e se sarà vero – come ci hanno detto tutti i sondaggi – che nelle elezioni per il Parlamento europeo della prossima settimana a trionfare ovunque sarà l’euroscetticismo, in Gran Bretagna ciò dovrebbe sorprendere meno che altrove. Dopo due fallimenti, dovuti al veto della Francia di De Gaulle, Londra entrò ufficialmente nella CEE nel 1973 ma l’allora primo ministro, il conservatore Heath, dovette faticare non poco sia per convincere un’opinione pubblica assai tiepida dinanzi alla prospettiva dell’ingresso, sia per ottenere dal Parlamento la ratifica del trattato. E da allora la Gran Bretagna, sempre ostinata a salvaguardare la vecchia special relationship con gli Stati Uniti, è rimasta un partner «scomodo» all’interno dell’Unione: al momento della firma del trattato di Maastricht si garantì la facoltà di non aderire all’euro e di chiamarsi fuori dalle politiche sociali previste dall’accordo; vent’anni più tardi, nel 2011, non ha sottoscritto il Fiscal Compact. leggi tutto


