Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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L'Unione europea alla ricerca di un capo

Riccardo Brizzi - 07.06.2014
Herman Van Rompuy e Angela Merkel

A due settimane dalle elezioni europee il nuovo organigramma europeo è ancora lungi dall'essere definito. A partire dal posto più ambito, quello di presidente della Commissione europea, per il quale la partita si sta rivelando decisamente più complessa del previsto, con una serie di veti incrociati tanto a livello istituzionale che intergovernativo. A rendere questo stallo potenzialmente esplosivo è il combinato disposto delle rinnovate ambizioni dell'Europarlamento, del tradizionale euroscetticismo dei governi britannici e di un esito elettorale ambiguo che, senza decretare vincitori in maniera chiara, ha sancito una preoccupante crescita dell'euroscetticismo manifestatasi in tutta la sua portata lungo l'asse Parigi-Londra-Copenaghen.

 

Il braccio di ferro tra Consiglio e Parlamento

 

Il braccio di ferro istituzionale è serrato. Ad avviarlo, lo scorso febbraio, è stato il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, che ormai in scadenza di mandato (si congeda il prossimo novembre) ha tentato di prendere in contropiede il Parlamento europeo annunciando la convocazione di un vertice informale dei ventotto capi di Stato e di governo, il 27 maggio, a due giorni dal voto, per nominare il successore di Barroso. Un modo poco cortese per mettere i nuovi eurodeputati, non ancora insediati né organizzati in gruppi, di fronte al fatto compiuto. A questa accelerazione intergovernativa ne è seguita una opposta da parte degli eurogruppi che, forti del potere di blocco che i trattati attribuiscono all'Europarlamento (cui spetta la conferma, a maggioranza assoluta del candidato presentato dal Consiglio) hanno puntato a togliere alle capitali il potere di nomina del presidente della Commissione (interpretazione peraltro azzardata dal momento che gli stessi testi si limitano a stabilire che il Consiglio debba «tenere conto» del risultato elettorale nella designazione del candidato). Di qui la prematura rivendicazione di vittoria di Jean-Claude Juncker, la sera stessa del voto, appoggiata dai leader degli altri gruppi politici europei, ma sonoramente bocciata dal premier britannico David Cameron, che ha imposto il rinvio di ogni decisione al vertice europeo del 27 e 28 giugno.

 

Il veto di Cameron

 

Il leader conservatore, indebolito dalla vittoria degli eurofobi dello Ukip, intende recuperare credibilità mostrando alla propria opinione pubblica come il Regno Unito sia ancora capace di alzare la voce in Europa e di giocare alla pari con Berlino. E per farlo intende ripercorrere le orme di suoi illustri predecessori: Margareth Thatcher aveva fatto naufagrare nel 1984 la candidatura del francese Claude Cheysson (favorendo involontariamente la nomina di Jacques Delors!), mentre nei decenni successivi erano stati John Major e Tony Blair a porre il veto nei confronti di due belgi - Jean-Luc Dehaene e Guy Verhofstadt - giudicati troppo «federalisti». A differenza di allora però oggi non è più richiesta l'unanimità ma la maggioranza qualificata e di conseguenza Cameron, non disponendo del potere di veto, sta organizzando una «minoranza di blocco» che può già contare sul sostegno di Danimarca, Svezia, Olanda, Ungheria e Finlandia (da notare come - ad eccezione di Copenaghen - siano tutti governi conservatori ad opporsi a un candidato della propria famiglia politica, in nome della salvaguardia della sovranità degli Stati).

 

Il valzer di nomine

 

Angela Merkel, grande burattinaia delle nomine europee dell'ultimo decennio, dopo esitazioni iniziali ha riaffermato il proprio sostegno a Juncker ma sta privatamente moltiplicando i contatti con i leader europei - a partire dal presidente francese Hollande - per valutare l'opportunità di una exit strategy che consenta di evitare la rottura con Londra (è circolato il nome di Christine Lagarde, attuale direttore dell'FMI, come alternativa a Juncker). La corsa è insomma entrata nel vivo e il nome del futuro presidente della Commissione che sarà proposto all'Europarlamento a fine giugno, si colloca nel quadro di un valzer di nomine che contempla altri tre incarichi di vertice delle istituzioni comunitarie: il presidente del Consiglio europeo, quello del Parlamento e l'Alto rappresentante per gli affari esteri dell'Ue. Il «pacchetto» - ha ricordato Van Rompuy - «deve essere accuratamente studiato», perché impone di bilanciare sinistra e destra, nord e sud, est e ovest, grandi e piccoli stati, paesi di nuova e di antica adesione.

Se l'attenzione verso gli equilibri politici e i dosaggi nazionali è sempre stata indispensabile per tenere insieme un'istituzione complessa quale l'Ue, l'eccessiva timidezza con cui i leader europei stanno portando avanti l'attuale partita di nomine rischia di produrre - come è avvenuto nel recente passato - una serie di compromessi al ribasso su figure di modesto profilo. Appare decisamente miope pensare di proseguire con una politica del bilancino di fronte alle sfide epocali che attendono l'Europa nel prossimo futuro, non soltanto sulla scena internazionale ma financo all'interno delle sue stesse istituzioni, dove la pattuglia di chi è intenzionato a demolirle si è ulteriormente ampliata e incattivita.