Ultimo Aggiornamento:
25 gennaio 2020
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“Quanto costa il crollo di un impero?”. Dall’89 all’Ucraina

Giovanni Bernardini - 05.06.2014
Kiev, Cattedrale di Santa Sofia

Una buona domanda vale più di tante cattive risposte. Dunque è utile recuperare un interrogativo che Umberto Eco poneva ai contemporanei all’epoca del crollo del muro di Berlino. Facendo leva sul “senno di poi” di cui dispone chiunque volga lo sguardo al passato, la domanda posta da Eco era “quanto costa il crollo di un impero?”. Lo sguardo si volgeva ai tanti precedenti in cui un’entità politica autoproclamatasi o da altri definitiva “impero” era esplosa; in cui, per dirla con Eco, il “coperchio” di un’autorità centrale aveva ceduto alla pressione interna e esterna, lasciando fluire un magma incandescente di ripercussioni destinate a giungere ben lontano dalla sede originaria. Pur senza cadere in ricostruzioni semplicistiche, Eco ricordava come i riverberi più virulenti della fine dell’Impero Romano fossero riscontrabili almeno per sei secoli a venire; per arrivare fino alle tante, drammatiche macerie lasciate in eredità al “Secolo Breve” dal crollo di quattro imperi durante la Prima Guerra mondiale e dall’agonia di quelli coloniali nei decenni successivi.

 

Il futuro dell’89

 

L’“impero” sotto esame era ovviamente quello sovietico, all’epoca in procinto di implodere a partire dalla sua periferia. Fatta salva la soddisfazione di chi considerava quell’esperienza storica come una forma conclamata di tirannia, il trionfalismo per la conclusione della “Guerra Fredda” lasciò spazio progressivamente a valutazioni più misurate sui problemi che essa lasciava in eredità. Certamente alcuni di essi furono regolati con una minimizzazione sorprendente del danno, come la riunificazione tedesca all’interno delle istituzioni europee. E tuttavia l’esplosione a catena di conflitti etnici, religiosi o meramente economici avrebbe causato danni facilmente riconducibili a quel “big bang”. Questo ha a che vedere con l’attuale crisi ucraina? Talmente evidente che vale la pena affrontare la questione da un altro punto di vista: quanto costa la fine di un impero ai suoi oppositori, nel momento in cui essi tardano ad adeguare la loro visione della realtà? In altri termini: quanto ci danneggia continuare a leggere gli eventi ucraini nei termini in cui sono state analizzate le dinamiche dell’“impero” sovietico? Valga l’esasperazione di un noto analista che, di fronte alla reiterata domanda “siamo alla vigilia di una nuova Guerra Fredda?”, ha replicato: Unione Europea e Stati Uniti non sono più insieme come un tempo, Cina e Russia non fanno parte di un blocco ideologico, la Russia è molto meno grande dell’URSS, gli Stati Uniti sono molto meno interessati all’Europa. “A parte questo, certamente”.

 

Nostalgia e inerzia dell’Europa

 

Ciò che oggi nuoce alle aspirazioni europee a giocare un ruolo costruttivo dentro e oltre il caso ucraino è la nostalgia ammantata di inerzia mentale che porta a leggere quanto accade intorno alla Russa di Putin con le lenti di un tempo. Le quali, come ogni frutto dell’ideologia, producono falsa coscienza e discrepanze con le realtà: così l’ultimo ventennio è oscillato tra i due estremi dell’illusione che la Russia fosse semplicemente assimilata all’Occidente, e del ritorno a una sua valutazione in termini di irriducibile alterità. Tutto questo mentre le trame dell’interdipendenza economica hanno mutato in tutt’altra direzione i rapporti tra Unione Europea e Russia, se la prima è oggi dipendente dalla seconda per più di un terzo delle importazioni di gas. Sarebbe dunque auspicabile che la crisi ucraina stimolasse innanzitutto una riforma strutturale del ruolo dell’Unione Europea negli affari internazionali. L’UE ha oggi un disperato bisogno di obiettivi e strategie di lungo termine che vadano oltre la reattività alle iniziative altrui: questo comporta un significativo incremento della sua politicizzazione, ovvero di una maggiore chiarezza di priorità e valori, e la fine della perdurante dissociazione tra proclami effimeri sulla “potenza civile europea” e le sue innegabili esigenze materiali, economiche e di sviluppo. Ne è un esempio l’altisonante richiamo all’embargo economico, che risulta obsoleto a fronte del mega-accordo per l’esportazione di gas siglato tra Russia e Cina di recente: cullarsi sull’idea di un monopsonio energetico come arma di ricatto è l’ultima illusione di grandezza e centralità europea in un mondo profondamente mutato.

Anche per tali ragioni, oggi molti insospettabili analisti mettono sul banco degli imputati la NATO: pretendere che la crisi ucraina le restituisca “una ragione di esistenza” significa attendere, per l’ennesima volta, la sua reinvenzione a vent’anni dalla conclusione ufficiale della sua ragione fondante, ovvero la contrapposizione all’espansionismo sovietico in Europa. Tentativi reiterati nell’ultimo ventennio hanno condotto a risultati eufemisticamente scarsi, dal Kosovo all’Afghanistan passando per il lungo oblio dell’era W. Bush. Con l’aggravante che la predominanza strutturale statunitense pare oggi più che altro un alibi per la mancanza di una capacità propositiva europea, mentre il dispiegamento del dispositivo militare NATO, inutilizzabile nell’attuale crisi, finisce per eccitare il nazionalismo “grande-russo”.

Idee da mettere a fuoco senza tabù per dare risposte ai molti che oggi vengono etichettati sbrigativamente come “euroscettici”, mentre invece domandano legittimamente a cosa serva un’UE incapace di un ruolo riconoscibile e incisivo anche alle proprie frontiere. Un’altra domanda che vale più di tante risposte sbrigative.