Governare al centro paga
Che lettura dare dell’esito della seconda prova di elezioni regionali? Ha vinto il centro destra ed è uscito con le ossa rotte il cosiddetto campo largo: vero, ma banale. La faccenda è un poco più complessa e merita qualche riflessione, pur premettendo che ogni regione ha una sua storia specifica, il che vale ancora di più per una regione meridionale e fra queste particolare come è la Calabria.
Tuttavia qualche linea di tendenza si può scorgere se compariamo l’elezione ultima con quella delle Marche e con quanto ci si aspetta dalle prossime regioni chiamate al voto. Igor Taruffi, uno dei personaggi del PD più omogenei alla Schlein, ha invitato a fare i bilanci solo alla fine: lo ha detto per consolarsi di due sconfitte brucianti, ma noi lo prendiamo in parola.
Su cinque regioni che sono andate o che andranno al voto (lasciamo da parte la Valle d’Aosta, troppo atipica), in due hanno già vinto i governatori in carica e in Toscana ci si attende con buona approssimazione che avvenga lo stesso. Nelle tre in cui si voterà tra la settimana prossima e il 23-24 novembre non c’è possibilità di confermare i governatori in carica per via del divieto del terzo mandato, tuttavia i pronostici, realistici, danno la conferma certa del blocco di governo precedente. In due casi, Campania e Puglia, quello del campo largo, in uno, il Veneto, quello del centrodestra (leghista). Ora però, se andiamo a fondo, vediamo che tanto in Puglia quanto in Veneto i candidati sono di fatto due “moderati”: sicuramente De Caro, ma anche il quasi certo candidato della Lega in Veneto, Stefani, è un degno allievo di Zaia, che certo non ha governato da estremista.
Potrebbe fare eccezione la Campania dove il candidato è il Cinque Stelle Roberto Fico che sta facendo un po’ di scena per mostrare un distacco dal precedente regno di De Luca, ma anche qui la faccenda non è così semplice. Per vincere Fico è già venuto a patti con De Luca e ancor più lo dovrà fare per governare, mentre il vero reggente del campo largo in Campania è l’abile sindaco di Napoli Manfredi: anche in questo caso non certo un barricadiero.
Questo contesto a nostro avviso mostra che l’elettorato è meno attratto di quel che si presume dai populismi e dalle demagogie, persino quando questi cavalcano temi di alta sensibilità come la tragedia in corso a Gaza. Nelle regioni si vota in definitiva per avere un governo, non per sperimentare proclami: l’ha verificato sulla sua pelle l’ex sindaco di Pesaro Ricci, che, a dispetto delle sue esibizioni pro Pal, è stato distaccato di otto punti dall’uscente Acquaroli, non certo un carismatico trascinatore di folle. Ancor peggio è andata al pentastellato Tridico battuto con ben 16 punti di distacco dall’uscente Occhiuto, in questo caso personaggio molto radicato nella sua regione contro un paracadutato dalle segreterie dei partiti. All’ex presidente dell’INPS, padre del reddito di cittadinanza, non è servito a molto promettere redditi di inclusione e altri bonus, né denunciare i ritardi nella sanità regionale, perché non era credibile né che con le finanze locali (e con le leggi vigenti) potesse finanziare quelle elargizioni, né che bastasse la sua presenza per far funzionare una macchina della sanità inceppata per ragioni strutturali sotto i precedenti governi regionali a prescindere dal loro colore.
Occhiuto è un politico di Forza Italia, che ha invitato alla pacificazione post elettorale e che viene da una storia di moderatismo: non è un caso che il partito di Tajani abbia spopolato raccogliendo anche con liste collegate un terzo dei voti totali. Giustamente il ministro degli Esteri era euforico, perché quel successo lo conferma sia nel quadro politico generale che al secondo posto della gerarchia della maggioranza di governo. Del resto lo stesso Acquaroli, che invece viene da una storia di destra ben poco moderata (che nelle Marche ha una tradizione anche in alcuni casi imbarazzante), da governatore aveva tenuto una postura scevra da impennate e sceneggiate, il che evidentemente ha pagato.
L’opposizione ex di centro sinistra imparerà qualcosa da quanto è successo o continuerà “testardamente” a sostenere che l’importante è tenere tutto insieme pagando il prezzo di una radicalizzazione per compiacere M5S e AVS? In genere i partiti dalle sconfitte imparano poco, almeno nell’immediato, perché dovrebbero rivedere gli organigrammi dei loro gruppi dirigenti, cosa che sono sempre restii a fare. In particolare al gruppo dirigente del PD manca una robusta esperienza di governo: non ce l’hanno né Schlein, né le persone del cerchio magico che le sta intorno. Quelle esperienze stanno semmai, sia pure non proprio in maniera splendida, nella corrente cosiddetta riformista, ma l’effetto di spaesamento che domina in questi mesi impedisce un serio confronto sul tema.
Si dovranno dunque attendere ancora i test delle prossime regionali. Qui di nuovo il tema vero sarà come si piazzano M5S e AVS e quanto il PD riesce a staccarli in termini di consenso elettorale. Per i Cinque Stelle la prova sarà particolarmente ardua, perché se faranno flop sarà probabilmente impossibile per Conte puntare alla guida dell’opposizione alle prossime elezioni nazionali. Se così non fosse e M5S avesse un buon risultato, il campo largo è destinato a consumarsi in una lotta cruenta per la leadership, il che del resto ha molti precedenti nella storia della sinistra.
L’ipotesi che a bilanciare la situazione possa essere l’avvento di una forza “di centro” che potrebbe anche dialogare in modo costruttivo con i moderati dell’altra sponda è al momento tutta da verificare. Sin qui nelle regionali non ci sembra ci siano segnali robusti in quella direzione.


