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06 giugno 2026
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Polarizzazione politica e clima d’odio

Paolo Pombeni - 17.09.2025
Meloni clima d'odio

Che ci fosse un preoccupante incremento del fenomeno della polarizzazione nella vita politica italiana l’abbiamo scritto più volte, non certo compiacendocene. Adesso il salto di qualità è dato dalla scelta da parte della presidente Meloni di denunciarlo come espressione di un “clima d’odio” che potrebbe portare ad esiti preoccupanti, secondo un membro del suo governo addirittura ad un ritorno al clima degli anni di piombo. E tutto sarebbe colpa della “sinistra”.

È veramente così? La faccenda non può essere liquidata semplicemente né con una adesione acritica alle intemerate che piovono da destra, né sottoscrivendo disinvoltamente gli argomenti dell’opposizione che nega il pericolo accusando i suoi avversari di drammatizzare alcuni eventi per mobilitare meglio le sue falangi elettorali. La faccenda è seria e merita di essere analizzata.

Partiamo dalla considerazione che ogni contesto politico di democrazia con libertà di opinione prevede inevitabilmente qualche forma di polarizzazione. Senza questa non ci sarebbe competizione per guadagnare il consenso: se le forze politiche ammettessero di essere intercambiabili fra di loro, non esisterebbero più “partiti”, ma solo occasionali aggregazioni attorno a degli obiettivi contingenti che cambiano nel tempo a seconda delle circostanze. Era quel che sognava uno dei primi analisti dei sistemi democratici di partito, Mosei Ostrogorski, che di “partiti macchina” non voleva sentir parlare, ma era una delle tante utopie che circolavano.

La questione dunque non è che ogni forza politica si metta in campo predicando la propria diversità e superiorità rispetto alla concorrenza, indicando questa come inadeguata e indegna, perché così funzionano da sempre le competizioni in democrazia. Sono i limiti e le regole che devono riguardare questi confronti ciò che va preso in considerazione: non si usano accuse infondate e manipolate, si rispetta la dignità personale e la vita privata degli avversari, non si attribuiscono, se non in presenza di prove solidissime, finalità illegali, immorali e quant’altro all’azione di quanti non condividono certi progetti politici. Ovvio che la messa al bando nella battaglia politica del ricorso alla violenza, sotto qualsiasi forma, è una convenzione comunemente accettata vorremmo dire ormai da secoli.

Almeno a parole, praticamente tutte le forze politiche che operano nel parlamento italiano sottoscrivono queste regole di civiltà. Nella pratica le cose sono un po’ più variegate. Innanzitutto il fenomeno di raffreddamento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, reso visibile dall’alto tasso di astensionismo, spinge i partiti ad incrementare gli strumenti di “mobilitazione” della propria audience potenziale. Essendo fortemente indeboliti, quando non prosciugati i canali di partecipazione sociale (associazionismo e quant’altro), ecco che la “retorica” torna ad essere lo strumento principe per lo scopo: neppure solo quella genericamente “parlata”, ma quella che si può diffondere attraverso la stampa, la TV, i social. Per ottenere attenzione nell’affollamento incredibile che tutto ciò comporta, si è tentati di usare la via breve dell’argomentazione ad effetto, dei toni più penetranti possibili, delle immagini che colpiscono e addirittura feriscono.

Il contesto è questo e ben pochi uomini/donne pubblici possono sottrarsi, a meno che non accettino di non tenere più la scena (cosa rarissima), o abbiamo doti di forza personale tale da rendere impattante il loro comportamento antitetico (cosa ancor più rara). Non è che i personaggi per così dire di prima fila siano più attenti e calibrati di quelli delle fila più lontane: semplicemente i primi possono maggiormente giocare a temperare gli acuti con un recitativo più moderato rimanendo però considerati dal pubblico, mentre i secondi godono del loro quarto d’ora di celebrità solo con l’acuto anche stonato (anzi più è stonato più si coglie) e poi ritornano nell’ombra.

Detto questo, va però aggiunto che l’effetto di emulazione gioca un ruolo molto pericoloso. Nelle platee che sono state “movimentate” si agitano personaggi che, alla ricerca del loro momento di celebrità o della chiamata ad essere “duri e puri” nel seguire quanto vien detto nelle intemerate di chi fa opinione, passano dall’inserirsi nella guerra delle parole, al sognare di essere protagonisti di guerre guerreggiate in cui non ci deve essere connessione e forse neppure pietà per il nemico: se faccio parte dell’esercito degli angeli, non posso che lottare per annientare quello dei diavoli.

Naturalmente questo fenomeno, la cui esistenza è difficile negare, presenta una grande varietà di sfumature e l’estensione delle sue frange più radicali è difficile da stimare con precisione. Quel che si viene formando in quei vari ambiti fornisce però materiali alle varie forze politiche per ottenere quella drammatizzazione del contesto che si pensa possa sia compattare i propri “fedeli” attraverso la contrapposizione ai “nemici”, sia bruciare il terreno a quelli che vorrebbero poter restare fuori da una guerra generalizzata.

A nostro modesto avviso, nella fase attuale siamo ancora sul crinale fra una competizione anche molto dura fra i partiti e una discesa verso una guerriglia politica che non si sa se e quanto potrà essere fermata prima che degeneri in una qualche forma di guerra civile (magari, sperabilmente, fredda, ma comunque foriera di sviluppi poco appetibili: a cominciare dal tramonto di un sistema democratico equilibrato).

Dovrebbero essere coscienti di questo contesto, prima ancora dei partiti, inevitabilmente attratti dalla, e obbligati alla, competizione dura, coloro che hanno in mano, per quanto limitatamente, la formazione dell’opinione pubblica: per essi essere al di sopra della zuffa dovrebbe essere più attrattivo (e anche doveroso) che il mettersi alla corte dei piccoli potentati in conflitto fra loro.