Ultimo Aggiornamento:
13 giugno 2026
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Quale test per le prossime elezioni regionali

Paolo Pombeni - 10.09.2025
Elezioni regionali

La telenovela delle candidature per i “governatori” delle regioni che andranno al voto si è quasi conclusa. Il centro sinistra, o meglio il campo largo ha trovato una sistemazione in tutte. Al centrodestra manca veramente solo il tassello, certo non secondario, del Veneto, perché in Campania e in Puglia la scelta del candidato è una questione di scarso significato, essendo improbabile che in quelle regioni ci siano opportunità di vittoria (conseguenza: si devono trovare candidati significativi, ma indifferenti alla sconfitta prevista: la classica quadratura del cerchio). Dunque si inizia già a ragionare su chi esce meglio e chi peggio dalle baruffe di questa fase e soprattutto ci si arrovella a cercar di capire quali presagi trarre per la prossima tornata delle elezioni nazionali.

Avvertiamo subito che ci sono due incognite che possono determinare dei cambiamenti di orizzonte significativi. La prima è se davvero in parlamento si riuscirà a trovare il consenso necessario per una riforma della legge elettorale che si presume sarà nell’ottica del ritorno ad un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla lista che supera una certa soglia (si propone il 40%). Ciò implicherebbe però l’indicazione da parte dei partiti del candidato premier e ovviamente la formazione previa di coalizioni. In questa forma probabilmente si darebbe un certo vantaggio iniziale al destra-centro che ha come candidato indiscutibile l’attuale premier, mentre si creerebbe qualche problema al campo largo dove ci sono più galli nello stesso pollaio. La seconda incognita è se si voterà a scadenza (2027) o se la maggioranza cercherà di anticipare lo scioglimento della legislatura, come si vocifera da più parti: è chiaro che più tempo passa più c’è modo di sistemare querelle interne ai due blocchi, ma anche più possono presentarsi circostanze, specie a livello internazionale, che modificano il quadro di influenze sul voto.

Poiché non abbiamo capacità divinatorie, ci limitiamo a considerazioni su quel che i dati che usciranno dalle urne d’autunno potranno indicarci. Il numero di regioni vinte dal destra-centro o dal campo largo è significativo fino ad un certo punto: sicuramente potrà avere un qualche impatto di immagine, ma è roba che si riassorbe abbastanza in fretta.

Ciò a cui vale la pena di prestare attenzione è altro. In primo luogo si dovrà analizzare il trend dell’astensionismo. I partiti, tutti, hanno fatto molto poco per coinvolgere l’elettorato nel suo complesso, vista la quasi totale assenza di veri programmi di legislatura (le “bandierine” pseudo identitarie sono nebbia elettorale). Ovunque l’immagine che si è data è quella di una politica organizzata per fazioni, talora quasi per bande, con litigiosità poco comprensibili e con personalismi e corporativismi che arrivavano anche al familismo spudorato. In un contesto dove ormai si sta stabilizzando la radicalizzazione in due fronti, chi vive male e disapprova le zuffe di clan è più probabile che si astenga dalla partecipazione al voto piuttosto che cambiare campo (visto anche che “di là” non è che sia meglio). Dunque la crescita o meno dell’astensionismo, che dall’analisi dei flussi si potrà capire come avverrà, darà una prima risposta alla domanda se le politiche di blocco, o di ammucchiata, con i loro costi hanno veramente consolidato le leadership nei diversi campi.

Per Schlein sarà la premessa o per un rafforzamento del suo potere o per l’avvio della lotta interna per la sua successione. Naturalmente non tutto dipenderà dall’astensionismo, perché la distribuzione dei voti fra i partiti all’interno delle due coalizioni sarà altrettanto importante. Nel destra-centro sarà una occasione per valutare sia la tenuta della preminenza di FdI, che il peso rispettivo della Lega e di FI. Nel campo largo andrà valutato, oltre ovviamente alla performance del PD, se M5S trae significativo giovamento dalla sua occupazione di alcune candidature chiave e dal condizionamento forte di altre, e se AVS continuerà a trarre profitto dalla radicalizzazione del quadro politico.

Teniamo presente che si tratterà in ogni caso di dati su cui dovremo applicare la tara della natura di un voto che è regionale-amministrativo, in cui le posizioni “ideologiche” contano fino ad un certo punto, mentre pesano molto condizionamenti e reti locali. Di conseguenza i risultati delle urne d’autunno non saranno meccanicamente trasponibili a livello di voto nazionale.

Tuttavia ci azzardiamo a prevedere che quei risultati si rifletteranno in modo significativo sulla vita interna delle diverse forze politiche. Non crediamo che si potranno trarre più conseguenze di tanto per quel che riguarda l’eterna questione della rinascita o meno di una aggregazione di centro (in un solo partito dominante, o ancora in una pluralità di sigle e personaggi): l’ambito regionale interessato non è idoneo a dare eventualmente più di qualche vago segnale per il tema evocato.

Semmai si potrà assistere a qualche piccola fuga in avanti tanto nel destra-centro, soprattutto ad opera di FI, quanto nel campo largo, forse ad opera dei riformisti dell’area PD ammesso che si sveglino dal letargo, per saggiare la possibilità di de-radicalizzare la spaccatura verticale del Paese ottenuta al prezzo di averne spinto la metà nell’astensionismo.

Anche questo potrebbe essere un aspetto piuttosto interessante.