Ultimo Aggiornamento:
13 giugno 2026
Iscriviti al nostro Feed RSS

Far politica nell'età dell'incertezza

Paolo Pombeni - 13.05.2026
UK e Italia

Per chi si occupa di storia politica quel che sta succedendo in Gran Bretagna induce molte riflessioni. Per lunghi decenni il modello bipartitico del sistema inglese è stato considerato il meglio del costituzionalismo occidentale, il traguardo a cui dovevano puntare tutte le democrazie. Colpisce il triste tramonto del sistema fondato sull’alternanza fra i “tories” (il partito conservatore) e, dopo i liberali, il “labour” (erede della tradizione progressista, anche liberale). La tornata di elezioni amministrative ha mostrato un paese che passa dall’identificazione con i due partiti “storici” ad una frammentazione con molti soggetti nuovi e senza storia: il “Reform UK” di Nigel Farage populista di destra, un partito “verde” abbastanza confuso nelle sue proposte, il ritorno in scena alla grande dei nazionalismi in quello che doveva essere “il Regno Unito”, gli scozzesi, i gallesi, gli irlandesi, per non parlare di formazioni minori.

Perché val la pena di riflettere su quanto è accaduto in Gran Bretagna? Non certo per compiacere la moda di vedere dappertutto presunti venti di destra populista o di sinistra radicale che segnerebbero un tornante nella storia politica dell’Occidente, ma semplicemente per capire che la precedente organizzazione del quadro costituzionale attorno ad una competizione bipartitica, o almeno tendenzialmente tale, era frutto, là dove si era rivelata possibile, di una lunga progressiva stagione di stabilità in senso lato “culturale”: la scelta era tra un conservatorismo moderato e disposto ad accettare il cambiamento e un progressismo altrettanto moderato che proponeva dei cambiamenti che non scardinassero il quadro dei risultati raggiunti.

 Non solo in Gran Bretagna, ma in tutto l’Occidente (altrove non c’è un sistema storico di costituzionalismo consensuale) questo modello culturale, talora definito la politica del consenso, è andato in crisi. Siamo di fronte a cambiamenti profondi, talora percepiti razionalmente, talora mitizzati in immaginari angoscianti, che hanno sconvolto le pubbliche opinioni: la grande maggioranza si aspetta, per dirla con una frase fatta, che così non si possa andare avanti. Di qui la corsa di tutti i partiti, quelli tradizionali, ma anche, e forse ancor più quelli di nuovo conio, di offrirsi all’elettorato come “quelli che hanno capito” e che di conseguenza vogliono accreditarsi come disponibili, ma anche come preparati a gestire il grande cambiamento.

L’andamento è ovviamente diverso a seconda delle tradizioni di ciascun paese: lo shock per i cambiamenti è maggiore là dove ci sono fenomeni collettivi di percezione delle rotture rispetto ad un passato, vero o per lo più mitico. È quanto si è verificato appunto in Gran Bretagna, dove da tempo c’è la convinzione che non sia più come una volta (di qui il rapporto controverso con l’Europa, per esempio), ma anche in Germania per l’eredità delle fratture dell’unificazione, senza le quali il successo di una componente come la AfD non è comprensibile. Qualcosa di simile si può vedere in Francia, dove alla crescista del Rassemblement National di Le Pen si contrappone la reazione del radicalismo estremista della France Insoumise di Melenchon.

Il fenomeno tocca anche l’Italia, dove si assiste ad un lungo governo della coalizione di destra centro a cui si contrappone la ricerca di consolidare una coalizione alternativa in nome di una alternativa in cui il collante è dato da una definizione di sinistra progressista che nega la legittimità dei nuovi venuti descritti come reazionari (per la verità neppur molto “nuovi venuti” perché sono forze in vario modo presenti da almeno un trentennio come alternative di governo). Anche da noi la questione che si pone è come l’elettorato, in specifico quella parte che partecipa perché sino ad oggi siamo ad un astensionismo che sfiora il 50% degli aventi diritto, affronterà le prossime elezioni nazionali previste al più tardi per l’autunno del prossimo anno.

Come giocherà negli equilibri elettorali quella che si prevede essere una accentuazione degli elementi di crisi economica e sociale (facilmente prevedibile vista la situazione internazionale)? Con i sondaggi che danno le due coalizioni testa a testa, la domanda è se a prevalere sarà la voglia di affidarsi ad un rimescolamento delle carte o ad un mantenimento di quel che resta degli equilibri in essere, per malconci che possano essere. Al netto di quanto possano fare le manipolazioni del sistema elettorale (a cui si sta lavorando) e la redistribuzione dei consensi dei diversi circuiti dei ceti dirigenti che devono trovare casa, vecchia o nuova, fra i partiti in competizione (un elemento troppo sootovalutato), molto dipenderà dall’elaborazione delle analisi della crisi che le diverse componenti delle forze politiche riusciranno a far diventare patrimonio diffuso della nostra opinione pubblica.

In definitiva un peso non marginale lo giocheranno le convinzioni circa il futuro che ci attende: se questo è dato da tutti per incerto e molto problematico, si sarà portati a scegliere fra l’accettare l’avventura di un nuovo assetto politico e il tenersi prudentemente la relativa nuova stabilizzazione determinata da una maggioranza politica abbastanza di nuovo conio.

Per ora entrambe le coalizioni contrapposte giocano a mantenere tutto sotto il segno dell’ambiguità. La sinistra promette un ridisegno degli equilibri, ma lasciando intendere che al tempo stesso poi le classi dirigenti rimarranno più o meno quelle di una certa tradizione. Il destra-centro fa appello alla conservazione di un certo sistema di potere, anche se afferma di rivederlo in profondità (ed offre spazio a chi cerca di risistemarsi). Per entrambi gli schieramenti ci sono molte obiezioni e critiche da fare a queste tattiche, fra il resto declinate con molte varianti dai membri dei partiti coalizzati, ma in definitiva molto dipenderà dal contesto che avremo al momento del voto: in mancanza di una diffusa riflessione non partigiana sul nostro futuro, molto resterà in mano alle volubili, ed oggi scarsamente prevedibili, evoluzioni dei sistemi politici concorrenti nel formare il cosiddetto spirito pubblico: quello internazionale, quello europeo, quello economico, quello culturale.