Le famiglie affidatarie
La cronaca racconta storie di minori a cui la vita sottrae la presenza e l’accudimento dei genitori naturali. Può trattarsi di accertata incapacità ad esercitare la responsabilità genitoriale, di veri e propri abbandoni, di comportamenti valutati inadeguati dall’autorità giudiziaria, di pene detentive con l’allontanamento del padre o della madre (o di entrambi) dal nucleo familiare, a volte di cause di forza maggiore (es. malattie) che impediscono ai genitori naturali di adempiere ai loro doveri. Cosa succederebbe a questi bambini (taluni in tenera età) o adolescenti (che vivono una delle fasi più delicate dell’esistenza) se non subentrassero istituti giuridici di tutela in grado di farsi carico di questa assenza, attraverso la presa in carico dei minori e dei loro vissuti, così gravidi di sofferenza e di ferite nascoste? In assenza di parenti adeguati, la necessità di un’accoglienza sollecita e protettiva suggerisce un’opzione comunitaria: quelle strutture che un tempo si chiamavano “collegi”. Qualche volta si tratta di una scelta voluta dai ragazzi stessi, pronti a tutto pur di sottrarsi a situazioni esistenziali insostenibili. Altre volte, più spesso, di una soluzione vissuta con angoscia e desolazione, una sconfitta rispetto ai coetanei che hanno la fortuna di vivere in famiglia. Sovente la comunità è un provvidenziale luogo di transito in attesa di una sistemazione più stabile: quella di una famiglia affidataria dove pazientemente si può ricostruire un contesto di accoglienza e di affetti, di intimità domestica, di regole condivise, di buon esempio. Ci sono famiglie che con pazienza e generosità si rendono disponibili ad accogliere nella propria casa bambini e adolescenti e li curano, li accudiscono, si occupano di loro con l’affetto e la dedizione di cui la vita per un motivo o per l’altro li ha privati. Molto spesso si tratta di genitori affidatari che hanno già una loro prole e ciò per i bambini affidati alle loro cure si tratta di un valore aggiunto perché possono vivere con coetanei l’esperienza della nuova vita familiare. Sommessamente vorrei ricordare queste persone che fanno del bene, padri e madri che non fanno distinzione di amore per i propri figli e quelli altrui. Pur sapendo che un giorno forse dovranno restituirli alle famiglie naturali e non sarà un sollievo ma una rinuncia. Non sono genitori “supplenti” ma genitori per vocazione, che operano spesso in silenzio, gratuitamente, che non si fanno pubblicità: in un mondo che ci sta abituando al male e al peggio il bene non fa mai notizia.
L’istituto giuridico dell’affido non è una ‘diminutio’ rispetto alla vera e propria adozione: differisce solo per la durata prevedibilmente a termine in vista di una restituzione ai genitori naturali ovvero in un successivo provvedimento di adozione che può riguardare gli stessi affidatari o altri.
Sul piano delle cautele richieste per procedere ad un affido, tuttavia, è necessario verificare tutte le garanzie di adeguatezza, serietà, disponibilità oggettiva, condizioni economiche per il mantenimento, continuità e requisiti morali dell’impegno che ci si assume. Come detto i genitori affidatari sono consapevoli dei limiti temporali del mandato ma si tratta di persone che si prestano ad assumere questa responsabilità per sottrarre i minori ad una fase di incertezza e precarietà della loro vita, come detto lo fanno per vocazione. Essere genitori non è un mestiere ma l’espletamento di una relazione affettiva primaria che valorizza e amplia il ruolo naturale e sociale della famiglia.


