Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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La "retrotopia", il pericolo del nostro tempo

Luca Tentoni - 11.11.2017

Il passaggio dall'età delle garanzie (i "Trenta gloriosi": 1945-1975) a quella della globalizzazione ha prodotto conseguenze sociali e politiche che la crisi economica dell'ultimo decennio ha accentuato. In molti sondaggi condotti nei più grandi paesi occidentali si nota una costante percezione, da parte dell'opinione pubblica, che non solo il tenore di vita, ma in generale il mondo che si lascerà alle prossime generazioni saranno caratterizzati da una maggiore insicurezza, da una più elevata disuguaglianza economica fra i ceti e da un impoverimento della classe media e di quella già ora meno abbiente. La risposta "emotiva", diciamo così, è un rovesciamento di prospettiva: se non si riesce a credere ad un futuro di "magnifiche sorti e progressive" e non si accetta il presente, si prova a puntare sul passato. Un passato idealizzato, una sorta di Arcadia nella quale anche gli aspetti più negativi sono oggi visti in modo meno doloroso, quasi sfumato. Questa chiusura si riverbera nel desiderio - che sembra guadagnare terreno nell'opinione pubblica - di un ritorno ai vecchi stati nazionali, all'elogio dell'unità che presuppone il rifiuto della diversità. Secondo Zygmunt Bauman (nel libro scritto poco prima di morire: "Retrotopia", Laterza 2017) stiamo sperimentando una nuova stagione di "nostalgia": citando Svetlana Boym, l'autore ricorda leggi tutto

Centro-periferia, le radici storiche del voto lombardo-veneto

Luca Tentoni - 04.11.2017

Nelle ultime due settimane, l'esito dei referendum consultivi in Lombardia e Veneto è stato analizzato sotto moltissimi aspetti. L'Istituto Cattaneo, per esempio, ha confermato l'apporto essenziale della Lega (che con i suoi due presidenti di regione ha fatto da traino alla consultazione) e il contributo degli elettori del M5S (in misura maggiore rispetto a Pd e Forza Italia) all'affluenza. Si è sfiorato, in alcune analisi, un tema che tuttavia ci appare cruciale nella piena comprensione delle dinamiche di questo voto: il differente comportamento degli elettori dei capoluoghi rispetto a quello degli aventi diritto al voto che vivono negli altri comuni. La maggiore affluenza "in provincia" è dovuta alla forza della Lega, che nelle città principali ottiene sempre percentuali molto più basse che altrove, mentre nel caso del M5S c'è una maggiore omogeneità. L'"impronta leghista", dunque, spiega molto, ma a nostro giudizio non tutto. C'è una correlazione forte fra i voti al Carroccio e l'affluenza, ma c'è anche una differenza strutturale che risale addirittura alle elezioni per l'Assemblea Costituente. La "disomogeneità elettorale" che si riscontra confrontando le percentuali dei partiti nei capoluoghi e nei non capoluoghi è un elemento che in Lombardia e ancor più in Veneto ha contrassegnato l'intera storia repubblicana. Inoltre, non è affatto leggi tutto

Dove va la democrazia?

Luca Tentoni - 28.10.2017

Le democrazie contemporanee sono chiamate giornalmente a misurarsi con nuove sfide (la globalizzazione, la crisi economica, il terrorismo) e con nuovi soggetti politici (i partiti populisti, ma - più in generale - i populismi, siano essi di governo o di opposizione). È in questo contesto che, alla ricerca di alternanza, una parte consistente dell'opinione pubblica finisce per preferire la rottura, come testimoniano alcuni dei più importanti appuntamenti elettorali dell'ultimo biennio. Lo stesso populismo ha cambiato natura: "il divorzio fra le classi popolari in generale, quella operaia in particolare, e la sinistra socialista, al pari dell'erosione continua delle classi medie offre spazi politici al populismo". Così, "le democrazie sono divise da un cleavage territoriale che oppone, da un lato, le grandi metropoli globalizzate, inserite economicamente e culturalmente nel mondo e, dall'altro, il mondo dei piccoli e medi comuni, rurale, in ritirata di fronte ai grandi flussi della crescita e del cambiamento". Questo è il quadro che emerge da una delle più importanti ed estese ricerche internazionali, appena pubblicata ("Où va la démocratie?" - 2017, ed. Plon) e realizzata dall'Ipsos per la Fondation pour l'innovation politique (Fondapol). Il volume è una miniera di dati sullo stato della democrazia e dei singoli 26 paesi esaminati (22 dell'Unione europea, più Svizzera, Norvegia, leggi tutto

Crisi della politica e panacea "tecnica"

Luca Tentoni - 21.10.2017

Puntualmente, gli ultimi sondaggi (fra i quali quello di Demos&Pi per "Repubblica" del 16 ottobre) delineano un panorama partitico frammentato, nel quale nessun soggetto, da solo, è neppure in grado di arrivare a conquistare il 30% dei voti validi (per di più, in un contesto nel quale l'affluenza stimata alle politiche della primavera 2018 appare molto inferiore al 75% del 2013). Il "consenso sociale" dei singoli partiti è dunque molto più basso del proprio peso numerico: ciascuno dei due più forti (Pd e M5S) non arriva a rappresentare neppure il 20% degli aventi diritto al voto. Persino le possibili aggregazioni nei collegi uninominali della riforma elettorale "in fieri" sono accreditate di una quota di consensi che al massimo è pari o di poco superiore a un terzo dei consensi espressi dagli intervistati. Salvo le roccaforti storiche di partiti e coalizioni (alcune delle quali, peraltro, appaiono indebolite dalla smobilitazione e della fluidità elettorale dell'ultimo decennio) stiamo probabilmente per assistere, in molti collegi uninominali, a battaglie che si giocheranno e si vinceranno con margini di poche centinaia o migliaia di voti, con esiti talvolta prossimi al limite della casualità. L'indice di bipartitismo, alle prossime politiche, potrebbe attestarsi intorno a quota 53-54, contro il 51% del 2013, il 46% del 2001, il 41,6% del 1996, il 41,3% del 1994, il 45,8% dell'anno di transizione 1992. leggi tutto

È meglio giocare per non vincere?

Luca Tentoni - 14.10.2017

I risultati delle ultime elezioni in Germania hanno confermato una tendenza ormai abbastanza consolidata in alcuni regimi democratici: se c'è una "Grande coalizione" uscente, i partiti di opposizione guadagnano consensi. Nel caso tedesco del 2017, CDU-CSU (-8,6%) e SPD (-5,2%) hanno fatto registrare diminuzioni in termini percentuali (a vantaggio soprattutto di Fdp e AfD), mentre - alla fine della "grande coalizione necessitata" del 2011-2013 - in Italia, fu il Pdl a pagare il prezzo più alto (il 15,8% dei voti, pari a poco più di sei milioni; anche il Pd, tuttavia, perse in voti assoluti 3,5 milioni di consensi e in percentuale il 7,8%). Per fare un esempio più lontano nel tempo si può risalire al 1979, quando il Pci cedette il 4% dei voti mentre la Dc restò sostanzialmente sulle posizioni del 1976 (si trattava, è bene ricordarlo, di una Grande coalizione in due fasi e del tutto anomala: un’intesa politica ma senza l’ingresso dei comunisti al governo e, all’inizio, addirittura con la sola “non sfiducia”). In tutti i casi, le opposizioni ne hanno tratto frutto: alla fine degli anni Settanta, da noi, i radicali ebbero un notevole incremento di voti (per l'epoca, quando la mobilità elettorale era modesta) passando dall'1,1 al 3,4%. Nel 2013, tranne Idv e Lega (che attraversavano un momento particolare) leggi tutto

Governare il vuoto

Luca Tentoni - 07.10.2017

Alle prossime elezioni siciliane e, in primavera, alle politiche (senza dimenticare le regionali in Lombardia e Lazio) assisteremo quasi certamente alla conferma di una tendenza all'astensionismo ormai consolidata. Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, la partecipazione elettorale va vista in funzione dell'importanza che il cittadino attribuisce sia al tipo di consultazione (nazionale, regionale, comunale, europea), sia all'oggetto del voto (nel referendum, il tema; nel voto nazionale o locale, la mobilitazione può essere frutto dell'offerta politica - 2006, 2008 - o del momento storico - 1948, 1976 - o dalla "contendibilità" di un comune), sia alla valenza che il "non voto" può assumere (nei referendum, per far mancare il quorum e impedire la vittoria dei "sì" abrogazionisti; alle elezioni, l'espressione di una protesta o della mancanza di offerte accettabili o, ancora, il segno del distacco e della disaffezione verso un partito, il sistema politico o l'intero quadro istituzionale). Quel 24,8% di astenuti alle elezioni nazionali del 2013 (al quale va aggiunto il 2,7% di schede bianche e nulle, per un totale di 12,9 milioni di voti non espressi: il 27,5% degli aventi diritto) ha un valore apparentemente minore del 52,6% che nel 2012 non è andato alle urne per il rinnovo dell'assemblea regionale siciliana (senza contare che l’astensionismo, nell’Isola, ha toccato quota 57,1% alle europee 2014, mentre nel leggi tutto

Riflessioni sulla riforma elettorale

Luca Tentoni - 30.09.2017

La nuova proposta di riforma elettorale per Camera e Senato torna ad assegnare una certa quota di seggi (circa il 37%, contro il 75% del Mattarellum) in collegi uninominali col plurality system, in ciascuno dei quali il candidato che arriva al primo posto è eletto. Non si tratta di un ritorno al maggioritario, perchè il meccanismo è di impianto proporzionale: il fatto che non ci sia scorporo dei voti utilizzati dai vincitori nei collegi uninominali è l'indizio che il fine dell'introduzione di questa quota di posti assegnata col "sistema inglese" è solo quello di dare un piccolo premio ai partiti che riescono a coalizzarsi e ad imporsi in un certo numero di realtà locali. Il nuovo Rosatellum non è il sistema tedesco, dunque (puramente proporzionale per chi supera lo sbarramento del 5%) e neppure il Mattarellum (il difetto del quale, a nostro modesto parere, era proprio la quota proporzionale, che "annacquava" l'effetto della competizione maggioritaria uninominale). È, più semplicemente, un modo per introdurre l'apparentamento di partiti (per vincere nei collegi) e nel contempo consentire la competizione fra le liste (per il 63% dei seggi). Un compromesso per superare il blocco delle posizioni dei partiti circa l'attribuzione di un premio di maggioranza: il Pd voleva continuare ad assegnarlo al primo partito, leggi tutto

I risvolti elettorali della "fine del dibattito pubblico"

Luca Tentoni - 23.09.2017

L'uso non sempre ragionevole e accorto dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, il mutamento del linguaggio politico e il clima di campagna elettorale permanente rischiano di produrre effetti sullo stato delle democrazie? Se lo chiede Mark Thompson, nel suo "La fine del dibattito pubblico" (Feltrinelli, 2017). L'autore, che è stato direttore generale della Bbc (ora è al "New York Times") si pone un problema che riguarda le democrazie in generale, ma che in Italia appare particolarmente grave. Le nostre elezioni politiche si avvicinano, ma viviamo ormai da anni (se non dall'inizio della cosiddetta "Seconda Repubblica") in un clima di campagna elettorale senza soluzione di continuità. La mobilitazione generale finisce per ridurre al minimo gli spazi del confronto civile e persino della convivenza fra i sostenitori dei soggetti politici in competizione: "quando l'ideologia è al picco" - ricorda Thompson - "e per tanti partiti e per gli attivisti di tutti i partiti questo significa sempre, incontrare l'avversario a metà strada equivale a un tradimento". Citando il saggio "The Spirit of Compromise" di Amy Gutmann e Dennis Thompson (Princeton University Press, 2012), lo studioso stigmatizza il fatto che le campagne elettorali sono diventate interminabili, invece di essere limitate a periodi precisi prima delle elezioni. In primo luogo, dunque, leggi tutto

Sistemi elettorali, i risvolti politici del “disallineamento”

Luca Tentoni - 16.09.2017

Non è detto che avere due sistemi elettorali diversi sia un problema per tutti. Per alcuni potrebbe essere addirittura una risorsa. La possibilità di apparentamenti per il Senato e non per la Camera permette di creare coalizioni regionali per Palazzo Madama e, nel contempo, di sviluppare una competizione serrata fra alleati/avversari per Montecitorio. Da una parte amici, dall'altra concorrenti; da un lato (Senato) il “piano A” - la coalizione fra simili – e dall'altro il “piano B” - dove ognuno corre per conto proprio e, all'apertura delle urne, può allearsi con chi vuole. Durante la Seconda Repubblica, invece, le cose sono andate diversamente: di solito, le coalizioni (per scelta politica, non per obbligo giuridico, s'intende) erano omogenee in entrambi i rami del Parlamento. Persino nel 1994, quando Berlusconi creò la doppia coalizione Forza Italia-Lega al Nord (con AN fuori) e Forza Italia-AN nel Centrosud, non ci furono differenze fra Camera e Senato. Stavolta, invece, per esempio, un elettore del Lazio potrebbe trovarsi sulla scheda per la Camera FI, Lega e FdI in concorrenza fra loro, mentre su quella per il Senato potrebbe vederli coalizzati. Da un punto di vista politico, ogni leader sarebbe autorizzato a dare la propria interpretazione dell'impegno preso con gli elettori. leggi tutto

Limiti e risorse della "Grande coalizione" all'italiana

Luca Tentoni - 09.09.2017

Mentre in Germania si attende il voto del 24 settembre per sapere se sarà confermata al governo del Paese la "Grosse Koalition" fra i democristiani della Merkel e i socialdemocratici di Schulz, in Italia i due possibili alleati di una maggioranza consimile provano a mantenersi distanti: un po' per l'approssimarsi delle elezioni siciliane (che vedranno contrapporsi il candidato del Pd a quello del centrodestra unito), un po' perchè nessuno può dare per scontata oggi un'intesa "necessitata" che si concretizzerebbe eventualmente dopo le elezioni generali di marzo (con più che probabili durissime reazioni della Lega: Salvini, se escluso dall'accordo Berlusconi-Renzi, denuncerebbe il "tradimento" del Cavaliere). Inoltre, soltanto accennare all'eventualità di un'alleanza Pd-Ap-FI farebbe "fuggire" una parte dell'elettorato "di frontiera": da una parte, verso Mdp e sinistra; dall'altra, verso Lega e FdI. Secondo i sondaggi più recenti, oggi i tre partiti avrebbero complessivamente circa il 44% dei voti, contro il 47,2% ottenuto nel 2013 da Pd e Pdl. Con una buona campagna elettorale, Berlusconi, Renzi e Alfano potrebbero riuscire a raggiungere quota 47, ma la conquista della maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere non sarà né scontata, né facile. I possibili protagonisti italiani della "Grande coalizione" si presentano alle elezioni politiche con alcuni problemi "strutturali" leggi tutto