Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Elezioni anticipate: nel 2020 o mai più?

Luca Tentoni - 03.08.2019

Nel dibattito in corso sulla possibile durata della legislatura si tende ad esaminare solo le date più prossime, in vista di una rottura fra Lega e M5s che secondo alcuni è imminente, ma per altri è invece destinata ad essere procrastinata il più a lungo possibile. Si ragiona, dunque, su una "finestra elettorale" che improvvisamente potrebbe riaprirsi in caso di problemi in Senato sul "decreto sicurezza bis": il 6 agosto il testo arriverà in Aula, quindi eventuali sorprese potrebbero portare ad una rapida crisi e ad elezioni il 20 ottobre. Tuttavia è altamente improbabile che il Capo dello Stato faccia rinnovare le Camere e attenda la loro prima convocazione che avverrebbe all'inizio di novembre, cioè nel pieno del periodo durante il quale si deve impostare e approvare la legge di stabilità per il 2020. Da alcuni giorni, così, hanno cominciato a circolare ipotesi su un governo di minoranza (un tempo si sarebbe detto "balneare") che si occupi dei conti pubblici e porti il Paese al voto a febbraio dell'anno prossimo. Tutte ipotesi da verificare, che appaiono non molto praticabili. O, meglio, che se tentate potrebbero sembrare facili sulla carta ma difficili da attuare e far durare fino alla scadenza prevista. C'è poi chi dice che nulla leggi tutto

Il crepuscolo del "duumvirato" gialloverde

Luca Tentoni - 27.07.2019

Il "contratto di governo" sta per compiere i suoi primi quattordici mesi di vita, ma il tempo e gli avvenimenti politici lo hanno logorato. Solo per evidenziare una delle caratteristiche principali, la previsione del comitato di conciliazione, si può notare che le procedure per superare contrasti e momenti difficili sono state trasformate in prassi meno formali e più politiche. La stessa struttura del "contratto" era concepita per cercare di dare uguale peso alle richieste di ciascuna parte, evitando le asperità e sorvolando sulle questioni nelle quali Lega e Cinquestelle erano (e sono) molto distanti. La stessa prassi dei primi mesi di governo era improntata ad una serie di scambi alla pari: il M5S otteneva il reddito di cittadinanza, il Carroccio la "quota 100" per le pensioni. Ad ogni provvedimento caro ad un partito doveva affiancarsene uno gradito all'altro. Del resto, la maggioranza gialloverde era nata su un patto fra pari, anche se i numeri in Parlamento non erano affatto tali: poiché i voti si pesano e non si contano, Salvini e Di Maio avevano scelto un accordo alla pari, anche perché non avrebbero potuto fare altrimenti. Due partiti differenti, opposti per molti versi (persino nella distribuzione geografica dei voti) e su leggi tutto

Appunti sulla riduzione del numero dei parlamentari

Luca Tentoni - 20.07.2019

Senza troppa attenzione da parte dei mezzi di comunicazione di massa, sta passando in Parlamento la riduzione del numero dei deputati e dei senatori. Palazzo Madama ha già concluso la seconda lettura, licenziando il testo con un sì sufficiente per l'approvazione ma non per evitare l'eventuale referendum. Poi sarà la volta dell'Assemblea di Montecitorio. Quindi si attenderanno le eventuali richieste di consultazione popolare sul testo: se arrivassero,  assisteremmo ad una campagna fra i fautori del sì e quelli del no, prima dell'esito delle urne (senza quorum di validità, che invece è presente nei referendum abrogativi). Come recita la Costituzione, infatti, "le leggi (di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali) sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti". In altre parole, la riforma non entrerà in vigore se non saranno trascorsi i tre mesi per l'attesa di richieste leggi tutto

Lo spazio e il tempo del confronto nell'era della "politica veloce"

Luca Tentoni - 13.07.2019

Mai, nella storia, le persone hanno avuto accesso ad una quantità di informazioni paragonabile a quella disponibile oggi, grazie ai mezzi di comunicazione di massa (in particolare Internet e specificamente i social network). In politica l'accelerazione è stata più marcata che altrove, perché fino a circa un decennio fa i partiti avevano una certa diffidenza nei confronti delle potenzialità della "rete". Anche cinque o sei anni fa, a ben pensarci, in Italia solo Grillo (e, in modo embrionale, Renzi) aveva scoperto internet come grande piazza virtuale dove aggregare consensi politici veri. Forse il momento iniziale di questo nuovo corso - quello che oggi viviamo - è stato caratterizzato dall'elezione del presidente della Repubblica nel 2013, quando consensi e dissensi nei confronti dei "papabili" si espressero in modo massiccio e forte (qualcuno giunse ad affermare che alcuni "grandi elettori" ne furono colpiti e in qualche modo influenzati). Negli Stati Uniti, invece, tutto iniziò con Obama. L'evoluzione nell'uso dei mezzi più moderni ha però portato presto ad un'esasperazione del linguaggio (Trump si esprime in modo molto più "diretto" – e brusco - di Obama, per dirne una). Ora la vita politica è "in diretta" (poco importa se spontanea o costruita sapientemente), in un flusso che coinvolge i fruitori dei messaggi leggi tutto

La fine del "ciclo politico regionale"

Luca Tentoni - 06.07.2019

È tempo di anniversari. Se nel 2018 le elezioni politiche si tenevano esattamente settanta anni dopo il voto per la Prima legislatura repubblicana, nel 2019 si è andati alle urne per le europee, quaranta anni dopo il primo appuntamento con la consultazione per l'Europarlamento. Nel 2020 il voto per l'elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario compirà cinquanta anni. Mezzo secolo che si può dividere in due periodi, più una tappa di transizione. Dal 1970 a tutto il 1990, le elezioni chiamavano alle urne i cittadini di ben quindici regioni italiane: si votava con la proporzionale; i partiti presentavano i propri simboli tradizionali in tutte le regioni, avendo cura di considerare il "test" amministrativo come una tappa verso le successive elezioni politiche. Come accadrà dal '79 per le europee (nelle quali, tuttavia, sarà costante il voto "in libera uscita", molto più marcato che alle regionali), dal 1970 il rinnovo dei consigli ha rappresentato il termometro più affidabile per i partiti. Nel 1975, l'avanzata del Pci alle regionali (col partito di Berlinguer al 33,5% contro il 35,3% della Dc) rese concreta la possibilità del "sorpasso" (un tema che caratterizzò un intero anno di dibattiti politici, fino al voto del 20 giugno 1976). L'anno successivo, alle politiche, i democristiani fecero appello a quello che oggi leggi tutto

Un fossato fra due (e più) Italie

Luca Tentoni - 29.06.2019

A un mese dalle elezioni europee, è giunto il momento di tornare su un aspetto apparentemente "minore" del voto del 26 maggio. Il Paese non è solo diviso fra Centronord a prevalenza leghista e Sud-Isole dove il M5s (indebolito rispetto al 2018) è il primo partito. Ci sono divisioni ben più profonde, che riguardano in primo luogo le città capoluogo di regione (soprattutto le più grandi: Roma, Milano, Torino, Napoli) differenziandole dal resto dei comuni e, in secondo luogo, la demarcazione - molto netta - fra zone centrali delle metropoli e quartieri periferici. I dati su questo doppio cleavage sono importanti perché spiegano quanto sia sempre più evidente la coesistenza di mondi diversi, di elettorati con sensibilità, opinioni, percezioni molto distanti fra loro. Si può ricondurre questa differenza nella categoria "inclusi/esclusi", far riferimento al tenore di vita o alla stabilità del lavoro o, ancora, far riferimento al grado di scolarità. Tuttavia, abbiamo di fronte moltissimi elementi che da soli non spiegano il perché di questa separazione profonda e forse inconciliabile fra due Italie, ma che - presi nell'insieme - ci danno un ritratto di incomunicabilità di mondi (non solo dovuto a quella che qualcuno ha definito tendenza pro o anti-globalizzazione o di coloro che, in questo ambito socio-economico, si leggi tutto

Crisi, partiti e ruolo del Quirinale: le differenze fra il 2011 e il 2019

Luca Tentoni - 22.06.2019

La difficile trattativa fra il governo italiano e l'Ue per evitare la procedura di infrazione comporta dei rischi: il principale è che si arrivi ad un punto di non ritorno, nel quale la prospettiva di ritrovarsi, come nel 2011, a subire forti tensioni sui titoli di Stato, non è affatto improbabile. L'auspicio di tutti è che si trovi una soluzione rapida e indolore, ma se così non fosse, il primo a dover affrontare la situazione sarebbe il Capo dello Stato. Se il compito di Napolitano fu difficile, nel 2011, quello di Mattarella potrebbe essere arduo. Otto anni fa, il logoramento del governo Berlusconi era nei fatti, dovuto non solo a fattori economici e finanziari, ma allo sfaldamento della Cdl e alle vicende personali del presidente del Consiglio. Se, con lo spread alle stelle, Napolitano avesse sciolto le Camere, probabilmente il centrosinistra di Bersani avrebbe colto una facile vittoria. Allora, infatti, il M5s era ancora in una fase intermedia di crescita (nel 2013, invece, sarebbe diventato il primo partito sul territorio nazionale, alla Camera - o, più precisamente, il secondo dopo il Pd, considerando anche i voti della circoscrizione Estero). A destra, la scissione di Fini sembrava avere più consensi di quelli raccolti due anni dopo con Casini e Monti. leggi tutto

Coalizioni "a responsabilità limitata"

Luca Tentoni - 15.06.2019

Dopo il "vertice" di maggioranza (una pratica non nuova, anche se il governo vuole essere "del cambiamento") la navigazione dell'Esecutivo procede, anche se in acque non certo calme. La crisi può attendere, le elezioni pure. Del resto, a ben vedere, il contratto non rappresenta solo una garanzia esplicita per i contraenti, quella visibile che è rappresentata dall'elenco di temi e di "paletti". C'è anche una garanzia implicita, molto più forte: una controassicurazione che riprende la natura e la prassi dei governi di coalizione (anche di quelli della Seconda Repubblica) e deresponsabilizza i contraenti e i principali esponenti (partiti e leader). A parte i due "nemici" sempre evocati da chi guida il Paese, non volendo assumersi la responsabilità di ciò che non va bene (le colpe vanno ai governi precedenti e, da qualche anno, ai "poteri forti" o agli alleati o alla minoranza del partito che "purtroppo" ti ostacola, impedendo di realizzare paradisi in terra del tutto illusori), il "contratto" fornisce ai soci lo stesso salvacondotto deresponsabilizzante dei vecchi "accordi di coalizione". Così, se non si può realizzare una politica, è colpa del contratto, cioè della necessità di convivere con forze diverse. Naturalmente, non bisogna pensare che il "decisionismo" sia la risposta: anzi, leggi tutto

L'arcobaleno euroscettico

Luca Tentoni - 05.06.2019

I protagonisti principali della campagna elettorale per le europee sono stati gli "euroscettici". Temuti, amati, odiati, forse un po' sopravvalutati (nei grandi paesi hanno vinto solo in Italia e Gran Bretagna, mentre in Francia la Le Pen ha ottenuto il primo posto ma con una percentuale minore rispetto al 2014). Gli euroscettici e gli eurocritici si sono comunque ritagliati uno spazio, anche se non governeranno le istituzioni dell'Ue per i prossimi cinque anni. Molti di questi partiti sono populisti, "perché tutti i populisti sono euroscettici, ma non tutti gli euroscettici sono populisti". Ce lo ricorda Carlo Muzzi, autore di un recentissimo volume per Le Monnier ("Euroscettici - Quali sono e cosa vogliono i movimenti contrari all'Unione europea"). Il libro, che si apre con la prefazione di Cas Mudde, non vuole cercare di offrire una definizione del fenomeno populista (anche se delinea in qualche modo il campo ed offre strumenti interpretativi) ma ha l'obiettivo di dare la parola ad alcuni esponenti dei partiti che - con sfumature e obiettivi diversissimi fra loro - sono critici o molto critici con l'Ue. Muzzi ha incontrato e intervistato nove leader, fra i quali il britannico Nigel Farage, la greca Afroditi Theopeftatou (Syriza), il francese lepenista Louis Aliot ed leggi tutto

Lo scrutinio permanente

Luca Tentoni - 25.05.2019

Il voto del 26 maggio non esaurisce il continuo ciclo elettorale che ormai caratterizza la politica italiana. Fino al 1970, gli unici appuntamenti nazionali con le urne erano riservati alle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato, che si tenevano regolarmente ogni cinque anni (1948, 1953, 1958, 1963, 1968). C'erano poi le elezioni comunali e provinciali, alle quali veniva attribuito un valore non trascurabile in rapporto al quadro politico generale, come dimostrano l'"operazione Sturzo" (fallita) del 1952 in vista delle comunali di Roma (che determinò la rottura insanabile fra De Gasperi e il Pontefice Pio XII) e l'attenzione che molti studiosi dell'epoca (fra tutti, Celso Ghini, mai ricordato abbastanza, autore di elaborazioni di gran pregio e precisione per il Pci) cominciavano a dedicare ai "test" locali. Con un'affluenza intorno o superiore al 90%, il popolo italiano andava alle urne ogni cinque anni per un esercizio di democrazia che assumeva un grande valore anche sul piano simbolico. Le strategie dei partiti erano basate sulla durata della legislatura, sia pure - come si diceva - tenendo conto delle "piccole elezioni di medio termine" in città e province. Dal 1970 con l'elezione dei consigli regionali (15 regioni a statuto ordinario), dal 1972 con le prime elezioni politiche anticipate (seguite da altri quattro scioglimenti anticipati: 1976, 1979, 1983, 1987), dal 1974 col leggi tutto