Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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I problemi del dopo-voto

Luca Tentoni - 29.10.2016

A pochi giorni dal voto per la scelta del nuovo presidente degli USA, un quotidiano statunitense (USA Today) ha dedicato un dossier al tema "Red blood, blue blood: How do we begin to heal after Clinton vs. Trump?" chiedendo ad alcuni giornalisti come hanno fatto (o possono fare) alcuni paesi a superare divisioni gravi (la Brexit, la crisi economica). Nella premessa si ricorda che l'elezione del 2000 (con i voti contestati della Florida e la battaglia fra George W. Bush e Al Gore) fu accesa e seguita da polemiche, ma oggi "le ferite sono più profonde: se Trump perde, cosa succede ai suoi sostenitori, molti dei quali arrabbiati bianchi che già ritengono di essere stati lasciati indietro? E se Hillary Clinton perde, cosa succede ai suoi sostenitori, tra cui molte minoranze che si sentono frustrate, sotto attacco, e le donne che avevano sperato di rompere un enorme soffitto di cristallo?". In altre parole si tratta di ricomporre una sorta di "unità nazionale" minata tuttavia da conflitti di antica data, difficili da superare. La campagna elettorale statunitense del 2016 ha finito per accentuare le divisioni e i rancori, alimentando inoltre la disillusione. Molti sondaggi indicano che i due candidati in lizza saranno votati da molti solo perchè si è in mancanza di meglio. leggi tutto

Una lunga storia di scontri politici

Luca Tentoni - 22.10.2016

Il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre sarà un appuntamento che segnerà la storia della Seconda Repubblica e forse - indipendentemente dall'esito - costituirà uno degli atti finali della fase politica iniziata nel 1994. La campagna incessante e talvolta "sopra le righe" che sta caratterizzando la battaglia referendaria rappresenta probabilmente il momento di maggiore contrapposizione dell'ultimo ventennio. Possono paragonarsi a questa competizione le elezioni del 1994 e quelle del 2006, precedute e seguite da un clima di scontro politico senza esclusione di colpi. Se però la Seconda Repubblica sembra essere stata connotata come l'epoca della contrapposizione bipolare, quindi del conflitto, la Prima non può essere considerata come un periodo stabile e senza contrasti. Com'è noto, infatti, la storia dei primi 48 anni della Repubblica è stata segnata da almeno sei o sette momenti paragonabili a quello che stiamo vivendo. Nel 1948, 1953 (elezioni politiche), 1974 (referendum sul divorzio), 1976 (elezioni politiche), 1985 (referendum sulla scala mobile), 1991-'93 (referendum sui sistemi elettorali nazionali) un appuntamento con le urne si trasformò in uno scontro destinato a produrre vinti e vincitori, cambiando il corso della nostra storia. Gli effetti sul sistema politico della vittoria democristiana del 18 aprile 1948 caratterizzarono l'intera Prima Repubblica. Quel trionfo della Dc (48,5% dei voti contro il 31% del Fronte popolare composto da Pci e Psi) leggi tutto

Fasi politiche e durata dei governi

Luca Tentoni - 15.10.2016

In un precedente intervento su Mentepolitica (9 luglio 2016) si rilevava, andando alla ricerca di una definizione accettabile (non necessariamente esaustiva) di "governabilità", che "la durata in carica di un governo è una condizione per attuare una linea politica e può essere un fattore positivo se il progetto che anima i protagonisti della compagine ministeriale è chiaro e perseguito con capacità ed efficienza". Nell'analisi non si trascuravano i fattori istituzionali (la legge elettorale), politici (il sistema dei partiti), socio-economici e culturali "di contesto". Era stato rilevato, in quella occasione, che la durata di un Esecutivo non equivale automaticamente all'efficienza del suo operato: così come nella legislazione non conta il numero di leggi ma la qualità degli interventi normativi, anche nell'azione politica non è importante "tirare a campare" ma bisogna far fruttare nel migliore dei modi il tempo che si ha a disposizione per servire il Paese. In questa occasione, invece, passeremo rapidamente in rassegna alcune cifre riguardanti la durata dei governi della Repubblica (63 o 64, comprendendo anche il primo De Gasperi che nacque al tempo della monarchia ma restò in carica durante il referendum istituzionale e nei primi giorni dopo la partenza di Umberto II per l'esilio). Fra questi, 51 sono riconducibili alla "Prima Repubblica" (1946-1994) e 13 alla Seconda (dal 1994).  leggi tutto

Referendum, il gioco delle somiglianze

Luca Tentoni - 08.10.2016

Il referendum costituzionale del 4 dicembre si avvicina, portando con sè polemiche e contrasti che difficilmente potranno essere superati nei mesi immediatamente successivi al voto. In questo nostro appuntamento con Mentepolitica, perciò, cerchiamo di proporvi qualcosa di più "lieve": non un'analisi politologica ma un semplice gioco, alla ricerca di somiglianze che forse non hanno attinenza fra loro e forse non spiegano nulla della mobilitazione elettorale in vista del 4 dicembre: speriamo tuttavia di fornire elementi per una riflessione. Partiamo dal sondaggio pubblicato dal "Corriere della Sera" il 3 ottobre, secondo il quale gli elettori disposti ad approvare la riforma costituzionale sarebbero pari al 23% degli aventi diritto al voto (circa 11,5 milioni), i contrari il 25% (12,5 milioni), gli indecisi l'8% e i non votanti il 44%. In proporzione sulle preferenze espresse, i "sì" avrebbero il 48%, i "no" il 52%. Altri sondaggi danno invece percentuali diverse (EMG: sì 46,7%, no 53,3%; Demopolis, sì 49,5%, no 50,5%; Ixè, sì 51,3%, no 48,7%) ma è un dato di fatto, in questo momento, che le due opzioni oscillino fra il 48 e il 52%: la campagna elettorale - ormai iniziata da mesi - non ha ancora spostato decisamente le preferenze degli italiani verso una delle due scelte. La rilevazione di Pagnoncelli evidenzia inoltre che le appartenenze di partito giocano molto a favore del voto al referendum: leggi tutto

Alla ricerca di un esito chiaro

Luca Tentoni - 01.10.2016

In settanta anni di storia, gli italiani sono stati chiamati una volta a scegliere fra Monarchia e Repubblica (1946) e per tre volte a decidere se confermare o respingere corposi progetti di riforma costituzionale: nel 2001 sul Titolo V, nel 2006 su una più profonda revisione della Seconda Parte della Carta, oggi su un progetto altrettanto vasto (in termini di articoli da modificare) che riguarda soprattutto il bicameralismo e (di nuovo) il Titolo V. Si tratta di consultazioni molto diverse fra loro per contesto storico, economico, sociale, politico e per il merito delle scelte affidate all'elettorato. Tuttavia il tratto in comune è costituito dall'importanza che l'innovazione potenziale o effettivamente attuata può avere sul quadro istituzionale. Il voto del 2 giugno 1946 fu senza il dubbio il più drammatico: la scelta fu preceduta e seguita da accese polemiche, accuse di brogli, incidenti di piazza (per fortuna non gravi). In quel caso, la Repubblica vinse col 54,27% dei voti contro il 45,73% della Monarchia: uno scarto di 8,54 punti percentuali che - visto oggi - potrebbe sembrare netto, tale da non lasciare spazio alle polemiche. Tuttavia, il numero delle schede bianche e nulle fu tirato in ballo per far tornare in gioco la Monarchia: inutilmente, perchè pur considerandole tutte come espressioni contrarie alla Repubblica, leggi tutto

Fra lotta e governo

Luca Tentoni - 24.09.2016

In una democrazia funzionante, tutti i soggetti politici dovrebbero partecipare alle elezioni per vincerle e governare. Tuttavia, in molti casi (presenti e passati) ciò non è possibile per la marginalità elettorale del partito, sul piano della collocazione o su quello del peso in termini di voti o, ancora, per la volontà degli altri di non allearsi (la conventio ad excludendum); oppure è impossibile per motivi nazionali o internazionali o per autoesclusione del partito dal "gioco delle alleanze"; o, ancora, potrebbe essere - per periodi di tempo più o meno limitati - non conveniente per lo stesso soggetto politico. Si può gareggiare per non governare, dunque, e persino perchè non si reputa opportuno farlo. Del resto, alcuni partiti o movimenti hanno ottenuto grandi risultati pur senza essere al governo: fra tutti, un esempio per il passato (i Radicali italiani, con i loro referendum e le battaglie che hanno caratterizzato una parte importante della storia nazionale) e uno attuale (l'UKIP di Farage che ha avviato un processo diventato poi più ampio ed è riuscito nel suo intento di spingere la Gran Bretagna a votare l'uscita dall'Unione europea) lo dimostrano. In un bel libro scritto da Jean-Yves Camus e Nicolas Lebourg ("Les droites extrêmes en Europe", ed. Seuil, 2015) uno spazio è dedicato anche ai partiti cosiddetti "populisti": leggi tutto

La "fluida stabilità" del mercato elettorale

Luca Tentoni - 17.09.2016

La presenza di più soggetti competitivi nel panorama politico nazionale rende il "mercato elettorale" ricco e sembra agevolare la "fluidificazione" di segmenti sociali e aree culturali e geografiche che un tempo risultavano del tutto impermeabili ad offerte diverse rispetto a quelle tradizionali. Non sono soltanto i partiti o movimenti nati o rinnovati negli ultimi anni ad avere più facilità nel conquistare posizioni in classi che sembravano patrimonio quasi esclusivo di certe parti politiche. C'è anche l'astensionismo: di gran lunga è la scelta più forte, quella che oggi sembra essere diventata il rifugio ultimo e sicuro per i delusi di tutte le tendenze e di ogni classe sociale. In questo quadro così "mobile", nel quale persino un raffronto fra i dati elettorali dei più recenti sondaggi e quelli del 2013 evidenzia scostamenti rilevanti per i singoli partiti (soprattutto nel centrodestra, dove il rapporto fra ex Pdl-Forza Italia e Lega è passato in tre anni da 21,6 a 4,1 per il partito di Berlusconi ad una sostanziale parità intorno a quota 12-14%) comincia però a farsi strada una possibile nuova tendenza. Si tratta di un fenomeno del quale ad oggi abbiamo solo flebili prove, ma che potrebbe avere un rapporto di causa/effetto con una possibile modifica dell'Italicum (l'eventuale passaggio dal premio di lista a quello di coalizione). leggi tutto

Il convitato di pietra

Luca Tentoni - 10.09.2016

Il piccolo test elettorale del 4 settembre in Meclemburgo-Pomerania è un tassello in un quadro generale di difficoltà dei sistemi partitici delle grandi democrazie europee. L'AfD è un soggetto politico molto diverso da altri gruppi di destra, così come si differenzia da partiti che altrove, in Europa, hanno una visione non legata a quelle delle tradizionali "famiglie politiche" (popolare-conservatrice, socialista-laburista, liberal-democratica) che hanno governato e in molti casi governano tuttora i maggiori paesi occidentali. Alcuni osservatori preferiscono concentrare la propria attenzione sulle caratteristiche "di schieramento" (la destra più forte nei paesi del centro-nord Europa, formazioni di sinistra come Syriza o Podemos più diffuse nell'area del Mediterraneo) ma si tratta di un'analisi che, sia pur legittima e talvolta ottimamente condotta, rischia di far confluire realtà, contesti sociali e idealità diverse nell'ambito di etichette troppo costrittive. Non possiamo, allo stato attuale, parlare di un'estrema destra europea come di un fenomeno unitario (possono esservi accordi al Parlamento europeo, più su base tecnica che ideale) ma non esiste e non esisterà nel breve-medio periodo un'"Internazionale di destra". La destra, anche quella estrema, ha molte gradazioni, come del resto è accaduto fin dall'Ottocento. Così come ci sono partiti non di destra che tuttavia non è facile inquadrare neppure nel campo della sinistra (il M5S, ad esempio). leggi tutto

Il futuro è monocolore?

Luca Tentoni - 27.08.2016

Se in Gran Bretagna è la regola (con qualche recente eccezione), in Italia il governo monocolore è un evento raro che - in caso di conferma dell'Italicum nella sua versione attuale - potrebbe verificarsi già dalle prossime elezioni politiche. Ben due forze su tre (Pd e M5S, contro un centrodestra che è però troppo eterogeneo e diviso per essere già considerato competitivo e pronto ad unirsi in un cartello elettorale) potrebbero riuscire ad aggiudicarsi i 340 seggi del premio previsto per Montecitorio e governare senza alleati. Neppure la Dc degli anni Cinquanta e Sessanta, che pure diede vita ad Esecutivi monocolore, sia pure per periodi brevi (i governi "balneari") e con l'appoggio esterno o l'astensione di forze minori, aveva mai avuto la possibilità di costituire una compagine ministeriale contando sul sostegno dei suoi soli parlamentari. Detto ciò, ad oggi le possibilità che si verifichi questa ipotesi sono più limitate di quanto si creda. In primo luogo, perchè se si discute sul fatto che l'Italicum sia o meno determinante per il "funzionamento" della riforma costituzionale sottoposta a referendum, è però certo l’opposto: se vincesse il "no" la legge elettorale per la Camera servirebbe a ben poco, perchè un governo dovrebbe avere anche la fiducia del Senato. leggi tutto

Il "dominus" della Terza Repubblica

Luca Tentoni - 30.07.2016

Non è un caso che il sistema elettorale sia sempre più spesso al centro del dibattito politico: la Seconda Repubblica e la Terza (quest’ultima a maggior ragione, dati i rapporti di forza fra i partiti) hanno avuto una dinamica molto diversa rispetto alla Prima, soprattutto per il semplice motivo che dal 1948 al 1987 (lasciando da parte il 1992, per motivi che esporremo in seguito) i governi sono sempre stati sostenuti (organicamente o dall'esterno) da partiti che complessivamente potevano contare su più del 50% dei voti. Dal 1992 (quando il quadripartito Dc-Psi-Psdi-Pli rimase al 48,85% alla Camera e al 46,22% al Senato ma ottenne ugualmente una risicata maggioranza di seggi, persino in un regime di proporzionale quasi pura) nessuna coalizione ha mai ottenuto almeno la metà più uno dei voti validamente espressi alla Camera dei deputati e al Senato. Nel 2001 (centrodestra - CDL) e nel 2006 (centrosinistra - Unione, ma anche centrodestra - CDL) ci furono "poli" che superarono il 49% dei voti e che forse - se si fossero mantenuti i sistemi elettorali previgenti al Mattarellum e al Porcellum - avrebbero avuto la maggioranza a Montecitorio e a Palazzo Madama per un pugno di seggi (ma non possiamo esserne certi e comunque - data l'eterogenità e la difficile tenuta di schieramenti così vasti - far durare in carica un governo sarebbe stata un'impresa ardua, come insegna l'esperienza del Prodi II nel 2006-2008). leggi tutto