Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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Il "miracolo" del 40%

Luca Tentoni - 27.01.2018

Molti si chiedono se è tecnicamente possibile conquistare la maggioranza assoluta alla Camera dei deputati (minimo 316 seggi) e in Senato (minimo 158) ottenendo il 40% dei voti. In teoria, lo è. I posti in palio nell'uninominale sono 232 per Montecitorio e 116 per Palazzo Madama, dunque, per assurdo, basterebbe vincerli tutti (anche con un solo voto di margine) e aggiudicarsi appena 84 seggi proporzionali alla Camera e 42 al Senato (corrispondenti, all'incirca, ad un partito del 22% nazionale). Naturalmente il nostro è un paradosso, però il punto che occorre chiarire è un altro. Non è il 40% dei voti (soglia magica già propria dell'Italicum) che improvvisamente può proiettare una coalizione (o il M5S) verso il traguardo del governo e di una maggioranza autosufficiente, ma il distacco dal secondo classificato. Se avessimo due blocchi come i principali partiti del 2008 (Pdl 37,4%, Pd 33,2%) ci troveremmo di fronte ad un buon raccolto nel proporzionale: rispettivamente 145 e 129 seggi. Per arrivare a 316 bisognerebbe aggiudicarsene 171 in un caso e 187 nell'altro, ovvero fra il 74% e l'81% dei collegi uninominali. Con quel distacco di appena 4 punti e le subculture ancora forti in alcune regioni, nessuno vincerebbe. Se invece avessimo un raggruppamento al 40% e il secondo al 25-26% le cose cambierebbero parecchio. Ferme restando le specificità locali, moltissimi collegi in bilico passerebbero al blocco leggi tutto

Election day e specificità del voto regionale

Luca Tentoni - 20.01.2018

L'"election day" è un modo per aumentare l'affluenza alle urne, concentrando più appuntamenti elettorali in uno solo (con un non trascurabile risparmio di denaro pubblico). Sul piano politico, come si accennava, l'affluenza della competizione generalmente più partecipata delle altre (quella politica) dovrebbe trainare il voto per le consultazioni che si svolgono lo stesso giorno. Si potrebbe ipotizzare, inoltre, che in presenza di un forte orientamento politico nazionale dell'elettorato, ci sia un fenomeno di sostegno ai raggruppamenti più "sulla cresta dell'onda" anche per le regionali. Non è detto che stavolta sia così, ma non possiamo neppure escluderlo. Quel che è certo, tuttavia, è che l'elettore non è più tanto legato al partito e alla coalizione come un tempo. È molto pragmatico e decide - persino se vota lo stesso giorno per due elezioni diverse - valutando caso per caso. Nel 2013, il 24-25 febbraio, in Lombardia, il centrodestra ottenne alla Camera il 35,7% dei voti (circa 2,05 milioni) contro il 29,9% dell'intera sinistra (centrosinistra più Rivoluzione civile; 1,7 milioni), i centristi il 12,1% (673mila), il M5S il 19,6% (1,12 milioni). Ebbene, lo stesso giorno, la coalizione di Maroni conquistò 2,33 milioni di voti di lista, più 128mila al solo presidente leghista. Una differenza di 400mila unità in un sol colpo. Così le liste per Ambrosoli (candidato dell'intera sinistra) conseguirono 2 leggi tutto

2013-2018: di nuovo al punto di partenza?

Luca Tentoni - 13.01.2018

Può sembrare paradossale, ma probabilmente il 4 marzo avremo meno partiti in lizza che nel 2013. Il conteggio, ovviamente, riguarda tutti quelli coalizzati e quelli che, pur non avendo seggi, possono aspirare a raggiungere fra lo 0,2 e l'1% dei voti. La scorsa volta furono 22 più la lista "Amnistia, giustizia e libertà" di Marco Pannella (ferma allo 0,19%). Stavolta potrebbero essere 14 o 15: il M5S; quelli della coalizione di centrosinistra [nel 2013 erano quattro: Pd, Sel, Cd e Svp; stavolta potrebbero essere cinque: Pd, Insieme (socialisti-verdi), Più Europa (Bonino), Civica popolare (Lorenzin)]; quelli di centrodestra [nel 2013 ben otto liste: Pdl, Lega Nord, Fratelli d'Italia, Destra, Grande Sud-Mpa, Mir, Pensionati, Intesa popolare, Liberi per un'Italia equa; nel 2018 saranno di certo quattro - FI, Lega, FdI e Noi con l'Italia - ai quali potrebbero aggiungersene tre (animalisti, Energie per l'Italia e Rinascimento)]; Liberi e Uguali (al posto di Sel ma fuori dal centrosinistra, come a suo tempo Rivoluzione civile); un partito comunista; Forza nuova; Casapound. Rispetto alla scorsa volta mancano i centristi (Scelta civica, Udc e Fli si sono scissi e ricomposti altrove) e Fare per fermare il declino (Giannino). Nonostante questa ricchezza di simboli e sigle, furono "soltanto" dieci i partiti entrati alla Camera (quattro dei quali, però - Cd, leggi tutto

Mattarella e la “pagina bianca” del 4 marzo

Luca Tentoni - 03.01.2018

La politica deve saper governare i processi di mutamento, per evitare che creino ingiustizie e marginalità. Questo è il senso del messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che stavolta, pur sottolineando che non è suo compito fornire indicazioni politiche, ha però in certo modo voluto dare un contributo introduttivo sulla fase che porterà al rinnovo delle Camere e sulla funzione delle elezioni e del ruolo della classe dirigente del Paese, alla luce della Costituzione entrata in vigore esattamente settanta anni fa, il primo gennaio 1948. Anziché scegliere la facile via di un discorso "omnibus", lungo e onnicomprensivo, Mattarella ha richiamato gli elettori e le forze politiche ad una lettura attenta e serena delle nostre "regole del gioco". In una società nella quale "non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l'avvenire, deformando il rapporto con la realtà", la parola "futuro" può "anche evocare incertezza e preoccupazione". È questa la posta in gioco alle elezioni del 4 marzo: esiste una visione responsabile e lungimirante del futuro del Paese? I partiti e i cittadini sono davvero pronti, come auspica il Capo dello Stato, a far sì che "la democrazia viva leggi tutto

I partiti alla conquista degli indecisi

Luca Tentoni - 23.12.2017

Secondo una colorita ma efficace espressione coniata da SWG per definire gli elettori che non sanno se votare ed eventualmente per chi, il "clan degli indecisi" rappresenta il 20,1% del corpo elettorale (rilevazione del 4-6 dicembre). Poichè, secondo il sondaggio, coloro i quali non sono intenzionati a votare sono il 20,4% (per un'affluenza, dunque, che potrebbe - nella migliore delle ipotesi - fermarsi al 79,6%), gli indecisi sono destinati ad avere un ruolo cruciale nella competizione elettorale. In quel 20,1% (circa 9,5 milioni di persone) c'è un 68% di "orientati" (che hanno un'idea su una possibile scelta: li potremmo definire votanti quasi certi) e un 32% di "disorientati" (che non sanno se votare e, nel caso, per chi). Quest'ultima fetta costituisce il 6,4% dell'elettorato: si oscilla dunque - secondo i nostri calcoli - fra un'affluenza minima del 73,2% e una massima del 79,6% (intorno, dunque, al 75,2% del 2013). Più che sui "disorientati" (la gran parte dei quali potrebbe disertare le urne o andare per votare scheda bianca o nulla) i partiti si dovranno concentrare sugli "orientati" ma indecisi, cioè su chi voterà ma ha qualche dubbio nella scelta. Una rapida rielaborazione dei dati SWG ci porta a valutare in circa 6,9 milioni questi elettori. Un dato non dissimile da quello (6,8 milioni) che si ottiene ricalcolando i risultati leggi tutto

Le elezioni 2018 fra "centro" e "periferia"

Luca Tentoni - 16.12.2017

Nella competizione del prossimo marzo, un ruolo non irrilevante sarà giocato dal rendimento dei "poli" fra centro e periferia. Mentre il M5S sembra non risentire molto di alcune differenze territoriali fra capoluoghi di regione e altri comuni, per centrosinistra, centrodestra e sinistra questa distinzione non solo è valida, ma "pesa" molto sul risultato finale. Così è stato nel 2013: sebbene i comuni capoluogo di regione (19 più Bolzano e Trento) rappresentassero appena il 15,9% dell'elettorato nazionale, sono stati determinanti per far vincere al centrosinistra il premio di maggioranza alla Camera dei deputati. Infatti, Pd e alleati hanno avuto circa 126mila voti in più del centrodestra (10.049.393 contro 9.923.600: lo 0,37% sul totale) ma nei capoluoghi il vantaggio è stato pari a quasi 521mila voti (33,8% contro 24,4%). Per contro, il centrodestra ha sorpassato il centrosinistra negli altri comuni (30% contro 28,8%). Questa volta, si dirà, il sistema elettorale è diverso: non serve avere un voto in più a livello nazionale (o regionale, in Senato), perché non c'è premio di maggioranza. È vero. Però anche il risultato delle liste e delle coalizioni avrà un peso politico, senza contare che il centrosinistra dovrebbe teoricamente essere avvantaggiato nelle aree urbane maggiori e svantaggiato nei piccoli centri (quindi - rispetto alla media di voto di ciascuna regione e del Paese - leggi tutto

Nel nostro futuro c'è la Prima Repubblica?

Luca Tentoni - 09.12.2017

Osservando i dati dei sondaggi, che stimano due forze politiche intorno al 25-30% dei voti e due fra il 10 e il 15%, alcuni parlano di "ritorno alla Prima Repubblica". Se l'espressione denotasse la necessità di formare governi di coalizione sorretti da molti partiti, si potrebbe dire che la Prima Repubblica non è mai finita: le maggioranze di centrodestra e di centrosinistra che - con l'intermezzo di governi tecnici e grandi coalizioni - hanno caratterizzato il periodo fra il 1994 e il 2017 non sono mai state monocolori. Non ci sono riusciti neanche Forza Italia nel 2001 e il Pd nel 2013 (entrambi possessori di un gran numero di seggi, ma insufficiente per non dover cercare alleati). Neppure l'impianto prevalentemente uninominale maggioritario del "Mattarellum" ridusse i partiti parlamentari e i partecipanti alle coalizioni di governo. Semmai, l'unica differenza fra l'eventuale esito delle elezioni del 2018 e di quelle del periodo 1994-2013 è che potrebbe non essere possibile formare alcuna maggioranza (ci sono partiti, infatti, che non intendono coalizzarsi oppure che sono dichiaratamente e reciprocamente incompatibili con altri): invece, nella Prima Repubblica, ci si è in qualche modo sempre riusciti (nessuna legislatura, inoltre, è durata meno di tre anni, mentre nell’ultimo quarto di secolo ben tre non hanno superato i due anni). Allora Pci (eccetto il leggi tutto

Il "doppio binario" della prossima campagna elettorale

Luca Tentoni - 02.12.2017

Sebbene preveda una competizione "all'inglese" per assegnare il 36,8% dei seggi in altrettanti collegi uninominali, la nuova legge elettorale (165/2017) ha un impianto quasi puramente proporzionale, attenuato in minima parte dalla soglia di sbarramento al 3% e dal premio eventuale e di incerta misura che si può conseguire aggiudicandosi una quota di seggi "maggioritari" superiore alla propria percentuale di voti (e seggi proporzionali) nazionali. Vincere in 116 dei 232 collegi in palio (il 50%), per esempio, avendo il 35% dei voti, può voler dire salire da un numero teorico di seggi di 220 (il 35% del totale complessivo, eletti "esteri" inclusi) a 255 (40,5% dell'intera Assemblea di Montecitorio, nel nostro esempio). Non un grandissimo premio, a guardar bene, ma è verosimile che nel prossimo Parlamento persino una manciata di seggi in più possa favorire la creazione (o impedire la formazione) di una coalizione di governo. Ciò non vuol dire affatto, tuttavia, che assisteremo ad una campagna elettorale giocata solo a livello locale, nei 232 collegi per la Camera e nei 116 per il Senato. Quella uninominale sarà però una delle due "gare" del prossimo marzo, insieme a quella (nazionale) per la quota proporzionale (e per il raggiungimento della soglia del 3%, per i partiti minori). In pratica, si è passati da un sistema (1994-2001) nel quale i leggi tutto

Elezioni 2018: l'ipotesi del "doppio voto"

Luca Tentoni - 25.11.2017

Per la prima volta nella storia della Repubblica, si ipotizza che la prossima legislatura possa terminare nel giro di poche settimane, con un nuovo ricorso alle urne a poca distanza dall’insediamento delle nuove Camere. Del resto, nel 2013 sembrava impossibile rieleggere un Capo dello Stato uscente, ma è accaduto, così com'è accaduto, nel 1992-'94, che un sistema dei partiti strutturato crollasse in pochi mesi. Il doppio voto "politico" del 2018, dunque, è uno scenario non improbabile, soprattutto perché la combinazione fra un'offerta politica "plurale" e il sistema elettorale vigente può non assicurare una maggioranza ad un qualsiasi nuovo governo. Molte forze politiche, infatti, non sono coalizzabili fra loro: né prima, né dopo il voto. L'ipotesi di un "governo del Presidente", stavolta, potrebbe non avere i consensi necessari in Parlamento. Resta da verificare - lo faremo in questa sede - se tecnicamente sia davvero possibile andare a nuove elezioni entro giugno, dopo quelle di marzo. Procediamo per gradi. In primo luogo, lo scioglimento delle attuali Camere dovrebbe aver luogo nei primi giorni del 2018: le elezioni si terrebbero verosimilmente il 4 o l'11 marzo. Assumiamo per buona la prima data: in tal caso, la prima riunione delle Camere della XVIII legislatura si terrebbe non oltre venti giorni, quindi probabilmente fra leggi tutto

Parole povere. Il linguaggio della Seconda Repubblica

Luca Tentoni - 18.11.2017

Le elezioni che si avvicinano saranno vinte più imponendo le priorità e la "narrazione" che ingaggiando battaglie di idee. È così, ormai, da lungo tempo, non solo (ma soprattutto) dall'inizio della Seconda Repubblica. L'elettorato è cambiato, ha mutato - in media, al ribasso - gusti e sensibilità, però il prodotto che la politica gli ha offerto è diventato, col passare degli anni, sempre più scadente. Una sorta di junk food, che in un bel libro uscito per Laterza pochi mesi fa ("Volgare eloquenza") Giuseppe Antonelli definisce icasticamente così: "in principio c'era il politichese, fatto di parole latine e oscuri riferimenti colti; oggi c'è il politicoso: un linguaggio che sta alla politica come il petaloso sta ai fiori". Come spiega l'autore, con l'ausilio della televisione, dei nuovi media e soprattutto di tecniche di marketing, si è scelto di raggiungere un elettorato sempre più distante dalla politica facendo ricorso alla "retorica dell'abbassamento". L'eloquenza di molti politici, afferma, "può essere definita volgare proprio a partire dall'uso distorto che fa della parola e del concetto di popolo (vulgus)", così, "nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue: qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di leggi tutto