Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Terza Repubblica e ricambio delle leadership

Luca Tentoni - 27.02.2016

I soggetti politici maggiori della nascente Terza Repubblica hanno in comune una caratteristica: sono tutti “partiti del leader”. Si è giunti a questo punto per le vie più svariate. Il Pd, partendo dalla lunga tradizione “classica” della “Ditta”, ci è arrivato dopo una serie di avvenimenti: lo strano risultato elettorale del 2013; le primarie che hanno condotto Renzi alla guida del partito; il repentino “cambio della guardia” a Palazzo Chigi fra Letta e lo stesso ex sindaco di Firenze, che ha così unificato premiership e leadership. Il M5S è nato come “partito di Grillo”: il rapporto fra il vertice (il portavoce) e la base di simpatizzanti ed elettori è stato mediato attraverso la “Rete” di Internet e dei social network. Quello fra il “padre padrone” di Forza Italia Silvio Berlusconi e i sostenitori “azzurri” è invece stato caratterizzato da un abile uso delle tecniche di comunicazione di massa quali la televisione. Infine, il quarto “partito del leader”, la Lega, ha avuto sempre un legame quasi fisico fra il Capo (Bossi) e il territorio. A questo proposito, l’avvento di Salvini ha mutato in parte le forme comunicative (aggiungendo i social network e soprattutto la televisione) ma ha conservato la natura leaderistica del Carroccio. Oggi, dunque, il sistema politico italiano è nelle mani di poche persone, ma che indicazioni abbiamo circa il futuro? leggi tutto

Appunti sulla "Terza Repubblica"

Luca Tentoni - 20.02.2016

La transizione avviata con le elezioni del 2013 non si concluderà, probabilmente, neppure se al referendum sulla revisione della Carta Repubblicana dovessero prevalere i al progetto di riforma. Un quadro politico-istituzionale, infatti, non si caratterizza solo per l'impianto "formale" che lo sorregge (la Costituzione, le leggi come quella elettorale) ma anche per una serie di fattori, fra i quali spicca la struttura del sistema partitico. Quest'ultimo è tanto importante che - ristrutturandosi profondamente, fra il 1992 e il 1996 - ha "imposto" un passaggio alla "Seconda Repubblica" avvenuto in realtà a Costituzione immutata. Stavolta, data la vastità della revisione della Carta Fondamentale introdotta col voto delle Camere (il testo sarà sottoposto a ottobre-novembre al giudizio del popolo) potremmo osservare un fenomeno opposto rispetto a quello di venti anni fa. Passando alla "Terza Repubblica", il sistema dei partiti resterà verosimilmente strutturato sui tre soggetti (due costituiti da singoli gruppi - Pd e M5S - e uno "plurale", un centrodestra dai contorni ancora non ben definiti) che hanno dominato le scorse elezioni parlamentari. In realtà, il quadro istituzionale non sarà affatto modificato soltanto nei suoi risvolti costituzionali, ma vedrà le forze politiche adattarsi ad un nuovo sistema elettorale (l'Italicum). Un cambiamento - persino se a vincere fossero i no alla riforma - avverrà comunque nel breve-medio periodo, perchè l'attuale sistema dei partiti è - come si accennava all'inizio - in piena transizione: non siamo più nella Seconda Repubblica, ma non si è ancora approdati alla Terza. leggi tutto

La società caleidoscopica

Luca Tentoni - 13.02.2016

Il confronto molto aspro sulle unioni civili ci ricorda che nel nostro paese non solo non è possibile, ma è addirittura anacronistico ricondurre le contrapposizioni politiche al continuum sinistra-destra. Non era molto facile neppure al tempo della Prima Repubblica, quando le differenze ideologiche si sommavano a quelle riguardanti le scelte religiose. Non lo è stato durante la Seconda, quando allo schierarsi per un polo o l'altro si è sovrapposta la forte motivazione del berlusconismo-antiberlusconismo, che però è stata accompagnata da altre divisioni nell'elettorato, ad esempio da quella sul federalismo. Oggi, soprattutto dopo il voto del 2013 e ancor più dopo questo triennio di legislatura, appare sempre più difficile tracciare confini tradizionali fra destra e sinistra e collocare i partiti seguendo vecchie distinzioni. La posizione anti-euro, ad esempio, è condivisa dalla Lega come dal M5S. Ora, inoltre, persino sull'Unione europea sembra talvolta allargarsi il fronte di chi vorrebbe assetti diversi, sia pure senza rivoluzionare il sistema dell'UE. Le critiche rivolte dal premier italiano al presidente della Commissione europea appaiono inedite nella forma e nella sostanza, tali da prefigurare quasi una terza posizione rispetto ai tenaci antieuropeisti e ai difensori "senza se e senza ma" dell'Europa e dell'euro. Una posizione non intermedia fra le due "estreme", ma semplicemente diversa, che può (o vuole) avere consensi trasversali nell'opinione pubblica. leggi tutto

La "finestra elettorale" del 2017

Luca Tentoni - 30.01.2016

Il referendum confermativo costituzionale previsto per il prossimo ottobre potrebbe accelerare la conclusione della legislatura. Allora, infatti, le Camere avranno appena quindici mesi di "vita" residua, perchè nel 2013 si è votato a febbraio. L'eventualità che gli italiani siano chiamati alle urne per le elezioni politiche già nella tarda primavera del 2017 (maggio-giugno) diventa la più probabile, anche perchè, in fondo, si tratterebbe di un anticipo di 8 mesi sulla scadenza naturale. Inoltre, votando nel 2018, la necessità di sovrapporre parte della campagna elettorale con il dibattito sulla Legge di stabilità (per di più, con un Senato che - se passasse la revisione costituzionale - potrebbe diventare ingovernabile, a poche settimane dal "liberi tutti") renderebbe complessa la gestione degli ultimi mesi di legislatura. Così, molti indizi sembrano condurci verso il possibile anticipo del voto al 2017. Il più importante è il referendum confermativo, vero snodo politico della legislatura. Qui abbiamo due possibili conseguenze: una politica, l'altra in parte anche tecnica. La prima è data dal fatto che - per ammissione dello stesso Renzi - la consultazione finirà per diventare anche un giudizio sul presidente del Consiglio. In modo simile a D'Alema nel 2000 (elezioni regionali) e Craxi nel 1985 (referendum sulla "scala mobile"), anzi con maggior forza, il leader del Pd ha affermato che in caso di sconfitta abbandonerà il campo. In altre parole, se dalle urne uscisse un "no" alla riforma costituzionale, il governo si dimetterebbe. leggi tutto

La campagna elettorale

Luca Tentoni - 23.01.2016

Nell'analisi delle dinamiche politiche e sociali, i sondaggi hanno un ruolo importante, se valutati con criterio. Purtroppo l'uso che mezzi di comunicazione, classe politica e opinione pubblica fanno di solito dei dati è simile all'approccio verso gli oroscopi. Eppure i sondaggi non hanno alcun valore di previsione: con un margine d'errore determinato dall'ampiezza del campione cercano di individuare una tendenza, considerando che il giorno della rilevazione non è quello del voto e che persino negli exit-poll della giornata di votazione ci possono essere molti fattori (la reticenza dell'intervistato, la "desiderabilità sociale" di certe risposte rispetto ad altre, il contesto nel quale si svolge la consultazione popolare) tali da rendere più difficile "proiettare nell'urna" il responso di un'indagine di questo tipo. Come spiega bene Nando Pagnoncelli nel suo recente "Le mutazioni del signor Rossi", "non v'è dubbio che negli ultimi anni, soprattutto nelle situazioni di incertezza, le aspettative di precisione delle previsioni siano significativamente aumentate" ma "ciò che fa riflettere riguarda il vero e proprio cambiamento della funzione d'uso del sondaggio, della sua destinazione, dei suoi obiettivi: non è più solo uno strumento di conoscenza e analisi dell'elettorato, utile per capire il contesto, ma è sempre più strumento di previsione e comunicazione politica, indirizzata a un'opinione pubblica disorientata e a un elettorato sempre più mobile e bersagliato da milioni di informazioni". leggi tutto

Il legame sistemico fra monocameralismo e Italicum

Luca Tentoni - 16.01.2016

L'approvazione, da parte della Camera dei deputati, del disegno di legge costituzionale che riforma, fra l'altro, il bicameralismo e il Titolo V della Carta repubblicana, sollecita un approfondimento di riflessione sul rapporto fra il rinnovato (o rinnovabile, a seconda dell'esito del referendum confermativo di ottobre-novembre) quadro istituzionale e la nuova legge elettorale (l'Italicum, che entrerà in vigore a luglio). In precedenti occasioni ("La battaglia sull'Italicum", 31 ottobre 2015; "Italicum e referendum, la posta in gioco", 29 dicembre 2015) abbiamo avuto modo di sottolineare su Mentepolitica che l'Italicum può rafforzare gli effetti della revisione costituzionale: è in grado di assicurare un po' più della maggioranza assoluta dei seggi di Montecitorio al partito che vincerà (con almeno il 40% dei voti) al primo turno o (con la metà più uno dei voti validi) al ballottaggio fra le prime due liste classificate. Eliminando la differenza non marginale che esiste oggi fra gli elettorati di Camera (comprendente tutti i maggiorenni) e Senato (limitato a chi ha compiuto 25 anni) e la stessa articolazione terroriale della legge per Palazzo Madama (la quale ha dovuto pur sempre tener conto dell'elezione "su base regionale", mentre per Montecitorio il premio - quando c'è stato - è sempre stato nazionale, anche con la legge 148 del 1953, definita dagli oppositori “legge truffa”) e togliendo ai senatori il potere di concedere e negare la fiducia al Governo (senza contare che la gran parte della legislazione sarà affidata ai deputati e passerà per eventuali "richiami" non decisivi in Senato), leggi tutto

Mattarella e l'"attuazione" costituzionale

Luca Tentoni - 05.01.2016

"Tutti siamo chiamati ad avere cura della Repubblica". Questa frase, apparentemente seminascosta nella penultima pagina del messaggio di fine anno del Capo dello Stato, spiega il senso di un discorso liquidato talvolta in modo un po' frettoloso come se gli interlocutori fossero solo i comuni cittadini e non anche la classe politica. In realtà il discorso di Mattarella è stato molto "politico": non nel senso di assecondare la dialettica quotidiana che occupa i pensieri e l'azione dei partiti, ma spostandosi su un piano più alto. Ricordare, come ha fatto il Presidente, che "rispettare le regole vuol dire attuare la Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme, ma una realtà viva di principi e valori" e ribadirlo "all'inizio del 2016, durante il quale celebreremo i settant'anni della Repubblica" significa "per i cittadini, farne vivere i principi nella vita quotidiana e civile". Queste affermazioni sono eminentemente politiche, così come lo è l'implicita ma chiarissima "dedica" del messaggio, scritto per mostrare agli italiani (e alla classe politica, dati la portata e il gran numero dei problemi sollevati nel discorso) che esiste un'"altra Costituzione". Una Carta Fondamentale che, nella sua prima parte, non è affatto vecchia o superata e non ha bisogno di revisione (infatti nessuno ha mai chiesto di riscriverla) e che, anzi, va "attuata". leggi tutto

Italicum e referendum, la posta in gioco

Luca Tentoni - 29.12.2015

Il 2016, in Europa, non dovrebbe essere un anno di grandi consultazioni elettorali. La situazione è ancora incerta in Spagna (se non si formasse a breve un governo si dovrebbe tornare alle urne in primavera), ma in Germania (dove tuttavia la Merkel ha problemi nel suo partito), in Francia (dove si prepara la lunga corsa verso le presidenziali del 2017), in Gran Bretagna e in Grecia non è previsto il rinnovo del Parlamento. Anche in Italia, elezioni politiche anticipate al 2016 sono improbabili per almeno due motivi: fino al primo luglio l'Italicum non entrerà in vigore; non si può abbinare il voto per la nuova legislatura al referendum costituzionale se non si conosce l'esito di quest'ultimo (la vittoria dei sì toglierebbe al Senato il potere di dare e negare la fiducia e abolirebbe l'elezione diretta dei senatori). Nelle maggiori democrazie occidentali, dunque, salvo sorprese, avremo un voto politico solo negli Stati Uniti d'America, con le "primarie" e poi, a novembre, con la scelta del nuovo Presidente degli USA. In Europa avremo solo molte “amministrative” importanti (Germania, Italia) e consultazioni in paesi “minori” (le presidenziali in Austria e in Portogallo, le politiche in Irlanda, Slovacchia, Lituania e Romania).

Nell'agenda dei maggiori paesi europei, invece, ci sono due referendum che possono avere conseguenze di lungo periodo: quello inglese sulla permanenza o meno nell'Unione europea (la data di svolgimento non è stata ancora fissata) e quello italiano, in autunno, sulla conferma leggi tutto

L'analisi del sabato. Francia-Italia: riflessioni sul ballottaggio

Luca Tentoni - 19.12.2015

Fra i numerosi spunti interessanti che l'analisi del voto francese offre al dibattito italiano ce ne sono alcuni che meriterebbero maggior rilievo, soprattutto nella prospettiva di un non improbabile ballottaggio, con l'"Italicum", alle future (forse non molto prossime) elezioni per il rinnovo dell'Assemblea di Montecitorio. Al secondo turno delle "regionali" francesi sono andati ai seggi 26.455.071 elettori (il 58,41% del totale degli aventi diritto): fra essi, 25.167.273 hanno espresso un voto valido (55,56% sugli aventi diritto, 95,13% sui votanti). Al primo turno, invece, i votanti erano stati 22.609.335 (49,91%) e i voti validi 21.708.280 (47,92% sugli aventi diritto, 96,01% sui votanti). Nel giro di una settimana, insomma, i francesi che sono andati alle urne sono aumentati di circa 3 milioni e 850 mila unità, mentre i voti validi hanno avuto un incremento di 3 milioni e 460 mila unità. Un progresso notevole, pari all'8,5% degli aventi diritto. Com'è noto, i ballottaggi hanno visto prevalere in sette occasioni il candidato del centrodestra e in cinque quello di sinistra (più un autonomista, in Corsica) ma nessun esponente del FN ha ottenuto la vittoria. Anche senza addentrarci nell'analisi delle matrici di flusso elettorale (che pure ci darebbe indicazioni interessanti, come per esempio il dato Ipsos-France in base al quale l'indice di fedeltà degli elettori nei ballottaggi triangolari, fra primo e secondo turno, è stato del 95% per i socialisti, del 92% per il centrodestra e solo dell'88% fra chi aveva votato FN, leggi tutto

L'analisi del sabato. Appunti sul voto in Europa

Luca Tentoni - 12.12.2015

Nell'analisi politica c'è spesso il rischio di incappare in alcuni indizi che "spiegano troppo". Ci sono circostanze, sia pure molto rilevanti, che però sono concause di un determinato fenomeno e che non bastano, da sole, a spiegarne la vera natura. Taluni hanno affermato, subito dopo il voto regionale francese del 6 dicembre, che l'avanzata del Fronte nazionale di Marine Le Pen era frutto della paura per gli attentati terroristici di Parigi. Forse sarebbe stato sufficiente riprendere alcuni sondaggi precedenti al 13 novembre e persino dati elettorali recenti significativi, per rendersi conto che c'era anche dell'altro. L'istituto Ipof, poi, ha diffuso un interessantissimo studio sul voto regionale dal quale si evince che solo il 16% degli elettori del FN ha cambiato intenzione di voto a seguito degli attentati. In altre parole, nel 28,4% ottenuto dai lepenisti c'è un 4,5% conquistato in seguito ai fatti di Parigi: ciò dimostra che il restante 23,9% era già acquisito o acquisibile anche senza il verificarsi di eccezionali eventi esterni al dibattito politico corrente. Alle elezioni europee del 2014, peraltro, il FN aveva ottenuto il 24,86% dei voti (prima ancora persino dell'attentato a Charlie Hebdo dello scorso gennaio, quindi). Nella vittoria dell'estrema destra francese non c’è solo la contingenza del terrore e neppure soltanto la linea "securitaria" di Marine Le Pen. leggi tutto