Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Le democrazie e il nuovo "cleavage"

Luca Tentoni - 12.05.2018

Nei sistemi democratici si è ormai creata una nuova contrapposizione, un "cleavage" che supera - ma in parte potrebbe anche riassumere - le quattro fratture classiche dell'elettorato delineate a suo tempo da Stein Rokkan: fra Stato-Chiesa, centro-periferia, borghesia-classe operaia, élites urbane-élite rurali. Le "nouveau clivage", come lo definisce Jérôme Forquet nel suo recentissimo volume (Ed. Cerf, Paris, 2018), è il protagonista di tre consultazioni popolari storiche come quella del 2016 sulla Brexit, l'elezione di Trump negli Usa, la vittoria di Macron in Francia. In questi casi, ma anche in altre elezioni europee, come per esempio le austriache, è emersa una distanza fra quelle che potremmo definire due "agglomerazioni elettorali": la prima, formata dagli sconfitti della mondializzazione e da chi teme l'aumento dei flussi migratori; la seconda, costituita dagli abitanti delle metropoli "globalizzate" e dai ceti che un tempo si sarebbero definiti "affluenti". Sebbene per certi aspetti questo nuovo "cleavage" sembri riportarci a vecchie contrapposizioni fra classi e ceti, la questione non è semplice. Lo si potrebbe constatare anche esaminando i dati delle recenti elezioni italiane (che Fourquet non ha incluso nel suo studio), sebbene nel nostro paese ci siano peculiarità che rendono meno netta la demarcazione che invece si nota nelle tre consultazioni esaminate dallo studioso francese. leggi tutto

Il voto del Friuli-Venezia Giulia

Luca Tentoni - 05.05.2018

La discussione circa l'opportunità di attribuire valore di "test politico nazionale" a consultazioni locali ha occupato per due settimane le pagine dei giornali: prima col Molise, poi col Friuli-Venezia Giulia. Forse bisognerebbe chiarire alcuni punti sul tema. Il principale riguarda il differente approccio degli elettori nei confronti di consultazioni di diverso ordine. Un conto è scegliere il rappresentante al Parlamento nazionale, un conto il presidente della regione e il governo locale, un altro conto - infine - il sindaco e i consiglieri comunali. Sono dimensioni diverse sia a livello decisionale, sia a livello politico. Si può dire, anche guardando la differente composizione delle coalizioni (e la moltiplicazione delle liste) che il tentativo di ricondurre ad unità i raggruppamenti è complesso, quando sono molto eterogenei e soprattutto quando sono costituiti da liste civiche o "del sindaco" o “del presidente” presenti su una scheda (per regione o comune) ma non sulle altre (per la Camera, ad esempio). Volendo tentare a tutti i costi una comparazione - pur sempre ardita e poco consigliabile - si potrebbe far riferimento dunque alle coalizioni, ma con moltissima cautela. Il secondo punto riguarda il sistema elettorale: quello per le politiche non ha il voto disgiunto e neppure le preferenze, ma ha il collegio uninominale, leggi tutto

Appunti sulla crisi di governo

Luca Tentoni - 28.04.2018

Questa lunga crisi di governo sta mettendo alla prova, oltre alle capacità di ascolto e mediazione del Capo dello Stato, anche la pazienza degli elettori. Tuttavia, è stata ed è l'occasione per portare alla luce alcuni aspetti poco valutati dall'opinione pubblica. Il primo è il ruolo del Quirinale. Ogni presidente ha il suo stile, ma il compito del Presidente della Repubblica è - in casi come questo - unico e insostituibile: si tratta di essere al tempo stesso notaio, arbitro, tessitore, facilitatore di intese, difensore delle istituzioni (e, di conseguenza, attivo nel sollecitare le forze politiche ad assicurare il buon funzionamento del sistema). Prima delle elezioni - e in questi giorni - qualcuno ha talvolta voluto strattonare l'arbitro, cercare di indurlo a prendere decisioni, non suggerendole ma anticipandole e pretendendole. Un buon arbitro deve sopportare, ascoltare, se necessario far valere la propria autorevolezza e infine la propria autorità, nell'interesse del Paese. Anche se non eletto direttamente dal popolo, il Capo dello Stato non ha bisogno di mettere la spada di milioni di voti sul piatto della bilancia: è una cosa che possono provare a fare, col dovuto garbo istituzionale, i vincitori, sempre che i numeri siano davvero tali da permettere loro di realizzare i desideri e le promesse fatte leggi tutto

Crisi, si chiude la "finestra" elettorale di giugno

Luca Tentoni - 21.04.2018

Il percorso intrapreso in questi giorni dal Capo dello Stato per cercare di sbloccare la crisi sta chiudendo la "finestra" delle elezioni anticipate a giugno. Per votare il 24 - ultima data disponibile prima dell’"esodo" estivo di milioni di italiani - si dovrebbero sciogliere le Camere fra i 45 e i 70 giorni prima del voto, cioè fra il 15 aprile (che è già alle nostre spalle) e il 10 maggio. Considerando la mole di adempimenti, anche restringere l'intervallo a 55 giorni (sciogliendo il 30 aprile) sembra un azzardo, quindi esce di scena una delle ipotesi. È un grosso problema per i partiti, poiché non avere la carta di riserva del "voto subito" apre la strada, in casi estremi, ad un Esecutivo "balneare" che porti il Paese alle urne a fine settembre (con scioglimento delle Camere, perciò, ad agosto). Ma quest'ultima ipotesi potrebbe essere a sua volta poco praticabile, perché il nuovo Parlamento si insedierebbe a ottobre, ci sarebbero altre consultazioni (difficile, infatti, che dal voto-bis emerga una maggioranza netta) e si arriverebbe senza un governo nella pienezza delle funzioni all'appuntamento con le scadenze della legge di stabilità. Ce lo possiamo permettere? Quindi, non solo l'alternativa ad un accordo politico non è rappresentata dal voto a giugno, ma probabilmente è costituita da un leggi tutto

I limiti della tecnica, il ruolo della politica

Luca Tentoni - 14.04.2018

Dopo il voto del 4 marzo, nel corso della crisi di governo, si è ricominciato a parlare di riforme elettorali. L'assunto di base è che per assicurare governabilità al Paese è necessario che un partito (o una coalizione omogenea) consegua la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere. Se l’ingegneria elettorale - come vedremo - non è una panacea, anche l'obiettivo sembra poco centrato. Come abbiamo visto nello scorso intervento su Mentepolitica, dedicato alle crisi di governo e alla loro durata, la permanenza in carica di un Esecutivo non corrisponde necessariamente (alcune volte, quando "si tira a campare", non corrisponde affatto) ad una maggiore efficacia delle politiche. Inoltre, la storia (anche della Seconda Repubblica) dimostra che persino con un numero di seggi ben superiore alla maggioranza minima si possono susseguire tre o quattro governi (più o meno basati sulla stessa coalizione di partiti) nel giro di una legislatura. Dunque, il premio (esplicito, come quota fissa di seggi in più o implicito, come meccanismo di sovrarappresentazione dovuto, per esempio, all'assegnazione di pochissimi seggi per circoscrizione senza recupero dei resti) non assicura un governo di cinque anni; quest'ultimo, poi, non garantisce una maggior efficacia delle politiche dell'Esecutivo. In pratica, sembra che il meccanismo (il premio, la durata in leggi tutto

Italia: dal 1946, quasi sei anni senza governo

Luca Tentoni - 07.04.2018

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 33,23 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati all'8 aprile riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2160 giorni (5 anni e 11 mesi: poco più di una legislatura, dunque). L'8,25% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 402,75 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 14 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 8723 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 623,07 giorni, 33,21 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 22 mesi e mezzo contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi altrettanto lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano della durata: il centrosinistra ha leggi tutto

Il ruolo del Colle, la responsabilità dei partiti

Luca Tentoni - 31.03.2018

Il voto è l'espressione di una sovranità popolare "che è al vertice della nostra vita democratica e che si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni" le quali aprono "una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento". Sono parole pronunciate il 31 dicembre scorso dal Capo dello Stato, in un discorso che - riletto oggi - appare insieme profetico e programmatico. In quelle pagine - e nell'azione del Presidente, che in questi anni ha confermato il suo ruolo di arbitro nelle contese politiche - c'è tutto il senso della responsabilità che i partiti, coadiuvati dal Quirinale, si assumeranno già nei prossimi giorni, con le consultazioni per la formazione di un nuovo governo. In questa prima fase, Mattarella eserciterà un ruolo di paziente ascolto, cercando di cogliere le sfumature, le possibili convergenze, gli spiragli per poter proseguire nel suo difficile percorso. Il suo sarà un compito "maieutico": dovrà far emergere le potenziali convergenze, non creare ciò che non esiste o che non è nella disponibilità dei partiti e dei leader. Un conto è la cosiddetta "moral suasion" del Quirinale, un altro conto è fare pressione. Sbaglia chi pensa che nello stile dell'attuale presidente ci siano vocazioni "cesaristiche" e che, dunque, possa "tirare la giacca" a qualcuno leggi tutto

Partiti, l'era della precarietà

Luca Tentoni - 24.03.2018

Sebbene in misura ridotta rispetto al passaggio fra il 2008 e il 2013, anche le elezioni del 4 marzo scorso hanno fatto registrare una volatilità elettorale superiore al 25%. Un italiano su quattro (nella stima più prudente) ha cambiato voto rispetto alle politiche precedenti. Nel 2013 la volatilità si era attestata poco sotto il 40%. È una caratteristica tipica della Seconda Repubblica: nata dopo il terremoto elettorale del 1992 (soprattutto al Nord) e del 1994 (generalizzato ma più incisivo al Sud), l'epoca caratterizzata dallo scontro fra due (1996, 2001, 2006, 2008) o tre poli (1994, 2013, 2018) ha avuto un periodo centrale di stabilizzazione, anche se con una carsica tendenza al movimento che non è mai del tutto scomparsa. È vero: la Prima repubblica non aveva rapporti di forza del tutto cristallizzati, perché la Dc ha oscillato fra il 35,2% del 1946 e il 48,5% del 1948, per scendere al 40,1% nel 1953, risalire al 42,4% nel 1958, per poi finalmente assestarsi sul 38-39% nel periodo 1963-1979; così il Pci, che nel '76 è passato dal 27,2% al 34,4% e nel '79 è ridisceso al 30,4%. Quel che però sembrava eccezionale e strabiliante nei primi quarantacinque anni di Repubblica è diventato ordinaria amministrazione dal 1992 in poi. Prima ci fu un crollo della Dc (dal 34,3% al 29,7%) nell'anno in cui la Lega salì dallo 0,5% all'8,7% (1992). Poi, però, quella abitudine "sedentaria" dell'elettore medio si è trasformata in una mobilità che leggi tutto

La "popolocrazia"

Luca Tentoni - 17.03.2018

In Europa le forze "populiste" riscuotono buoni risultati quasi dappertutto: anche in Italia, come si è visto alle elezioni del 4 marzo scorso. C'è però da intendersi su una definizione che - già sfumata e sfuggente per natura - è spesso usata impropriamente, più "con un senso peggiorativo e stigmatizzante, verso un avversario, per screditarlo", che per coglierne e delimitarne i contorni. Nel suo "Popolocrazia" (Laterza, 2018) scritto con Ilvo Diamanti, Marc Lazar affronta il tema della metamorfosi delle nostre democrazie cercando di individuare le varianti di un fenomeno che è molto più complesso di quanto comunemente si creda. Riprende una frase di Marc Bloch adattandola e applicandola alla situazione attuale: "Populisti, antipopulisti, smettiamola di litigare, cerchiamo di comprendere che cos'è il populismo e cosa sono i populisti". In effetti, "populismo" e "populisti" sono "parole contenitore", generiche quanto basta per comprendere fenomeni molto diversi. Non si tratta soltanto di partiti che contestano le forze politiche tradizionali o l'establishment "o incensano il popolo, fustigano l'Europa, esaltano la Nazione, respingono gli immigrati, avanzano in continuazione proposte semplicistiche, si servono della demagogia. Non prosperano solo in paesi in recessione sottoposti a politiche di rigore e caratterizzati da forte disoccupazione, generalizzazione del precariato e allargamento delle diseguaglianze". In altre parole, se leggi tutto

2018: un primo bilancio del voto

Luca Tentoni - 10.03.2018

Le elezioni del 4 marzo hanno profondamente mutato i rapporti di forza fra i partiti, ma soprattutto hanno dimostrato che nessuna posizione acquisita è destinata a restare immutabile nel tempo. La volatilità elettorale è stata, in una prima e parziale stima, non inferiore al 27% degli elettori, con scambi fra i poli di almeno il 15% dei voti. I due partiti (Pd e Fi-Pdl) che nel 2008 avevano il 70,6% dei consensi alla Camera e che nel 2013 erano scesi al 47%, sono ora al 33%. I saldi delle coalizioni - nonostante il crollo di Pd e Fi - sono resi meno pesanti dal risultato degli alleati: nel centrosinistra la lista Bonino (pur non raggiungendo il 3%) permette di contenere la flessione a 1,6 milioni (il Pd ne perde 2,6), mentre nel centrodestra ai 2,8 milioni di consensi persi dagli "azzurri" fanno da contrappeso i 4,2 guadagnati dalla Lega e i cinquecentomila in più conquistati da FdI, per un saldo finale positivo per 1,9 milioni. È stata - quella del 2018 - un'elezione di "rimescolamento". L'indice di bipartitismo sembra fermo (passa dal 51% del 2013 al 51,4%) però, in realtà, non vede più due partiti praticamente alla pari come cinque anni fa (divisi da uno 0,1%) ma il M5S che distacca il Pd di ben 4,5 milioni di voti e circa 14 punti percentuali. Nel centrodestra, il partito leggi tutto