Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Il convitato di pietra

Luca Tentoni - 10.09.2016

Il piccolo test elettorale del 4 settembre in Meclemburgo-Pomerania è un tassello in un quadro generale di difficoltà dei sistemi partitici delle grandi democrazie europee. L'AfD è un soggetto politico molto diverso da altri gruppi di destra, così come si differenzia da partiti che altrove, in Europa, hanno una visione non legata a quelle delle tradizionali "famiglie politiche" (popolare-conservatrice, socialista-laburista, liberal-democratica) che hanno governato e in molti casi governano tuttora i maggiori paesi occidentali. Alcuni osservatori preferiscono concentrare la propria attenzione sulle caratteristiche "di schieramento" (la destra più forte nei paesi del centro-nord Europa, formazioni di sinistra come Syriza o Podemos più diffuse nell'area del Mediterraneo) ma si tratta di un'analisi che, sia pur legittima e talvolta ottimamente condotta, rischia di far confluire realtà, contesti sociali e idealità diverse nell'ambito di etichette troppo costrittive. Non possiamo, allo stato attuale, parlare di un'estrema destra europea come di un fenomeno unitario (possono esservi accordi al Parlamento europeo, più su base tecnica che ideale) ma non esiste e non esisterà nel breve-medio periodo un'"Internazionale di destra". La destra, anche quella estrema, ha molte gradazioni, come del resto è accaduto fin dall'Ottocento. Così come ci sono partiti non di destra che tuttavia non è facile inquadrare neppure nel campo della sinistra (il M5S, ad esempio). leggi tutto

Il futuro è monocolore?

Luca Tentoni - 27.08.2016

Se in Gran Bretagna è la regola (con qualche recente eccezione), in Italia il governo monocolore è un evento raro che - in caso di conferma dell'Italicum nella sua versione attuale - potrebbe verificarsi già dalle prossime elezioni politiche. Ben due forze su tre (Pd e M5S, contro un centrodestra che è però troppo eterogeneo e diviso per essere già considerato competitivo e pronto ad unirsi in un cartello elettorale) potrebbero riuscire ad aggiudicarsi i 340 seggi del premio previsto per Montecitorio e governare senza alleati. Neppure la Dc degli anni Cinquanta e Sessanta, che pure diede vita ad Esecutivi monocolore, sia pure per periodi brevi (i governi "balneari") e con l'appoggio esterno o l'astensione di forze minori, aveva mai avuto la possibilità di costituire una compagine ministeriale contando sul sostegno dei suoi soli parlamentari. Detto ciò, ad oggi le possibilità che si verifichi questa ipotesi sono più limitate di quanto si creda. In primo luogo, perchè se si discute sul fatto che l'Italicum sia o meno determinante per il "funzionamento" della riforma costituzionale sottoposta a referendum, è però certo l’opposto: se vincesse il "no" la legge elettorale per la Camera servirebbe a ben poco, perchè un governo dovrebbe avere anche la fiducia del Senato. leggi tutto

Il "dominus" della Terza Repubblica

Luca Tentoni - 30.07.2016

Non è un caso che il sistema elettorale sia sempre più spesso al centro del dibattito politico: la Seconda Repubblica e la Terza (quest’ultima a maggior ragione, dati i rapporti di forza fra i partiti) hanno avuto una dinamica molto diversa rispetto alla Prima, soprattutto per il semplice motivo che dal 1948 al 1987 (lasciando da parte il 1992, per motivi che esporremo in seguito) i governi sono sempre stati sostenuti (organicamente o dall'esterno) da partiti che complessivamente potevano contare su più del 50% dei voti. Dal 1992 (quando il quadripartito Dc-Psi-Psdi-Pli rimase al 48,85% alla Camera e al 46,22% al Senato ma ottenne ugualmente una risicata maggioranza di seggi, persino in un regime di proporzionale quasi pura) nessuna coalizione ha mai ottenuto almeno la metà più uno dei voti validamente espressi alla Camera dei deputati e al Senato. Nel 2001 (centrodestra - CDL) e nel 2006 (centrosinistra - Unione, ma anche centrodestra - CDL) ci furono "poli" che superarono il 49% dei voti e che forse - se si fossero mantenuti i sistemi elettorali previgenti al Mattarellum e al Porcellum - avrebbero avuto la maggioranza a Montecitorio e a Palazzo Madama per un pugno di seggi (ma non possiamo esserne certi e comunque - data l'eterogenità e la difficile tenuta di schieramenti così vasti - far durare in carica un governo sarebbe stata un'impresa ardua, come insegna l'esperienza del Prodi II nel 2006-2008). leggi tutto

La frammentazione parlamentare

Luca Tentoni - 23.07.2016

Il fenomeno della frammentazione e moltiplicazione dei gruppi parlamentari non conosce soste. Si tratta - come vedremo - di un aspetto tipico della Seconda Repubblica. Dall'insediamento del Parlamento, i sette gruppi (va detto che fra questi, alla Camera, è incluso quello di Fratelli d'Italia, costituito solo dopo la seduta del 2 aprile 2013, in deroga al numero minimo) di Montecitorio e Palazzo Madama (più il Misto) sono diventati nove più uno alla Camera e altrettanti in Senato. I gruppi misti - inizialmente (ma dopo la costituzione alla Camera di FD'I) erano composti da 14 deputati e 11 senatori, quasi tutti di minoranze linguistiche, eletti all'estero o di gruppi minori - mentre oggi sono formati complessivamente da 89 parlamentari (63 a Montecitorio, 26 a Palazzo Madama) divisi a loro volta in otto componenti alla Camera e sei al Senato (più i non iscritti). Nel frattempo, i tre principali gruppi parlamentari del 2013 (quelli di Pd, Forza Italia e M5S) sono scesi complessivamente da 499 a 442 deputati e da 251 a 188 senatori. Per la verità, il Pd non è stato interessato dal fenomeno (anzi, ha accresciuto i propri gruppi di otto unità a Montecitorio e sette a Palazzo Madama) mentre il calo ha colpito forzisti e Cinquestelle. La diaspora più marcata si è però avuta in Scelta Civica, che aveva il quarto gruppo più numeroso in entrambi i rami del Parlamento. leggi tutto

Riflessioni sulla governabilità

Luca Tentoni - 09.07.2016

La nuova legge elettorale per la Camera dei deputati (l'Italicum) è entrata in vigore soltanto il primo luglio scorso, dopo una lunga "vacatio", ma la sua eventuale modifica è oggetto di dibattito da parecchi mesi. In particolare, gli esiti del voto amministrativo del 5 e 19 giugno hanno alimentato le spinte in direzione di un possibile cambiamento riguardante l'attribuzione del premio di maggioranza: non più ad un solo partito (vincitore con almeno il 40% dei voti al primo turno o al ballottaggio fra le prime due liste) ma ad una coalizione. Poichè il confronto nel mondo politico sembra riguardare soltanto (o prevalentemente) le prospettive di breve-medio termine (la prima applicazione dell'Italicum nel 2017 o nel 2018; il possibile ridisegno dei confini delle alleanze; questioni interne ai partiti e alle "famiglie politiche") ci asterremo da ogni valutazione sul merito e sulle ragioni del cambiamento o del mantenimento dell'impianto vigente. Nella disputa in corso - come anche in quella sulla riforma costituzionale - c'è un'espressione ricorrente sulla quale riteniamo invece opportuno richiamare l'attenzione. Si tratta della "governabilità". Un concetto dai contorni molto sfumati, che è stato oggetto per decenni di studi nazionali e internazionali di grande portata, ma che è ancora difficile ricomprendere nei margini di una definizione che sia al contempo corretta ed esaustiva. leggi tutto

Bilancio dei ballottaggi nei capoluoghi di regione

Luca Tentoni - 25.06.2016

Il turno di ballottaggio delle elezioni comunali nei capoluoghi di regione ci ha riservato alcune conferme e parecchie sorprese. Il primo dato in controtendenza riguarda il rendimento dei candidati sindaci: al primo turno, i voti ai soli aspiranti primi cittadini erano stati appena il 4,4% sugli aventi diritto. Tuttavia, al secondo turno i due rimasti in lizza hanno mediamente ottenuto il 31,27% di voti in più rispetto al primo: un indice record se confrontato con le consultazioni precedenti, tranne quelle degli albori della Seconda Repubblica (1993-'95: 36,46%). Su dodici candidati in gara nei sei capoluoghi di regione, solo uno (Lettieri a Napoli) ha ottenuto il 19 giugno meno consensi che al primo turno (circa 4800 in meno). Nella storia dei ballottaggi (1993-2013) su 44 candidati erano stati nove quelli con meno voti al secondo turno (il 20,5%). Il dato aggiornato al 2016 è invece il seguente: su 28 ballottaggi e 56 candidati, solo 10 (17,9%) hanno perso voti rispetto alla prima votazione. Resta da capire quanto abbiano influito - in questo recupero di consensi - i profili dei candidati del 2016 o, piuttosto, l'afflusso degli elettori dei concorrenti esclusi al primo turno (in altre parole: il voto "contro" uno dei due rimasti in lizza). La differenza, sul piano politico, non è irrilevante. Quel 31,27% in più è quasi il doppio del 17,7% fatto registrare nel periodo 1993-2013. leggi tutto

Comunali: il rendimento dei candidati sindaci

Luca Tentoni - 15.06.2016

Nel nostro viaggio nelle elezioni comunali dei sette capoluoghi di regione chiamati al voto il 5 giugno (e, in sei casi su sette, il 19 giugno per i ballottaggi) abbiamo fatto riferimento al "bipolarismo comunale", cioè alla capacità dei due maggiori candidati di attrarre il massimo numero dei voti possibile. Mentre a livello nazionale i due "poli" più forti hanno ottenuto il 77,2% nel 1994, per salire all'85% nel periodo 1996-2001 e al 98,9% del 2006, ridiscendendo all'83,8% nel 2008 e crollando fino al 58,7% del 2013, a livello comunale si è assistito ad un primo dato più basso (1993-'95: 67,6%) per poi salire all'82,3% del 1997-'99, assestarsi sul 92,2% del 2001-'09 e scendere al 79,75% del 2011-'13. In occasione delle elezioni amministrative del 2016 i due candidati più votati hanno ottenuto in media un più magro 72,4%, segno che la competizione multipolare lascia circa tre votanti su dieci senza il proprio candidato sindaco al ballottaggio. È col voto degli "elettori orfani" che si può decidere più di una competizione. Tornando al "bipolarismo comunale" ci si è chiesti - in un precedente articolo per Mentepolitica - se la forte discesa dell'indice nazionale potesse essere accompagnata da un abbassamento altrettanto forte a livello locale, nelle sette maggiori città al voto. In effetti, fra il 1994 e il 2006 lo schema bipolare è stato più forte per il Parlamento che per i comuni. leggi tutto

Il voto nelle "sette capitali": un primo bilancio

Luca Tentoni - 11.06.2016

Dopo molti interventi dedicati - su Mentepolitica - a descrivere le caratteristiche dei sette comuni capoluogo di regione chiamati alle urne, è ora di tracciare un primo bilancio, ripercorrendo i temi che abbiamo trattato e confrontando i dati del passato col voto del 5 giugno. Come avevamo sottolineato, le grandi città hanno una minor propensione all'affluenza rispetto alle altre. È stato così anche stavolta: quel 61,9% di votanti in 1274 comuni (esclusi quelli del Friuli-Venezia Giulia) è stato “appesantito” dal 55,9% dei capoluoghi. Non va dimenticato, infatti, che su 13 milioni e 316 mila aventi diritto al voto in tutta Italia ben 5 milioni e 474 mila erano elettori delle "metropoli". Così, nel turno amministrativo del 5 giugno si conferma che nei sette capoluoghi si vota meno che nel complesso del Paese: -0,8% alle politiche 2008%, -3,5% alle europee 2009, -0,6% alle politiche 2013, -4,6% alle europee 2014 e -6% alle comunali 2016. Si potrebbe ipotizzare (in attesa di indagini più approfondite) che nei grandi centri ci sia una sorta di "non voto d'opinione". In quelle città dove nella Prima Repubblica venivano premiati partiti che di volta in volta rappresentavano qualcosa di nuovo (il Pci nel 1976, i radicali nel 1979, il Pri nel 1983, i Verdi nel 1987) oggi potrebbe essere l'astensione ad essere scelta per mandare un segnale politico. Si attendeva, stavolta, un'affluenza bassa: se non si è raggiunto il record negativo il merito è di Roma, leggi tutto

Comunali, l'importanza dei candidati sindaci

Luca Tentoni - 28.05.2016

Uno fra gli elementi più importanti della campagna elettorale comunale (forse quello decisivo) è rappresentato dalla capacità del singolo candidato di "trainare" la propria coalizione - cioè di conquistare consensi personali che non andrebbero ai partiti alleati – e "catturarne" altri (grazie alla possibilità del "voto disgiunto") in campo avversario. Si può dire che quella per i comuni è una competizione "a cerchi concentrici": in quello più piccolo c'è la lotta fra le liste, mentre in quello più ampio c'è quella fra candidati sindaci. Quest'ultimo cerchio è più vasto perchè mentre il voto di lista va automaticamente al candidato sindaco, il solo voto al sindaco non va alle liste collegate. Alle ultime comunali, il 7,3% dell'elettorato (corrispondente al 12,8% dei voti validamente espressi) non ha votato per i partiti, ma solo per il sindaco. Si tratta di una percentuale che - nelle sette città chiamate al voto del 5 e 19 giugno - è stata del 7,7% sugli aventi diritto anche in occasione delle elezioni regionali: segno che in tutte le occasioni nelle quali l'elettore può dare un voto alla persona e non al partito c'è una quota stabile di cittadini che si avvale di questa facoltà. Si tratta di un possibile valore aggiunto, forse anche in termini di affluenza alle urne. La personalizzazione, dunque, è un tratto caratteristico e dominante nella competizione per la conquista dei comuni. leggi tutto

Il "bipolarismo comunale"

Luca Tentoni - 21.05.2016

Con le elezioni amministrative del 5-19 giugno anche il sistema politico dei grandi comuni italiani sembra destinato ad abbandonare la lunga stagione del bipolarismo. Come abbiamo accennato nello scorso intervento su Mentepolitica, la pluralità di candidature competitive rende più che probabile la dispersione del voto e l'arrivo al ballottaggio di personalità che forse insieme rappresenteranno poco più della metà degli elettori votanti al primo turno. In questo modo potrebbe essere certificata la fine, anche a livello locale, della ventennale stagione del confronto fra due coalizioni che aveva caratterizzato la Seconda Repubblica fino alla svolta rappresentata dalle “politiche” del 2013. Se ci si riflette, è proprio dall'introduzione del nuovo sistema per l'elezione diretta dei sindaci che si afferma, all'inizio degli anni Novanta, l'epoca della politica fondata sul successo dei leader e sulla necessità di costruire alleanze e coalizioni competitive. La caratteristica dei sistemi elettorali comunali e di quelli nazionali era, fino al '92, la rappresentazione proporzionale delle preferenze politiche dei cittadini. Le maggioranze in Parlamento e nei comuni - anche se ampiamente annunciate in precedenza - si concretizzavano al momento di scegliere, in assemblea, la giunta (locale) o il governo (nazionale). I partiti, che prima negoziavano sulla base dei risultati elettorali e dei rapporti di forza, si sono invece trovati – dal ’93 - ad allearsi per superare la prova del voto. leggi tutto