Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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La frammentazione parlamentare

Luca Tentoni - 23.07.2016

Il fenomeno della frammentazione e moltiplicazione dei gruppi parlamentari non conosce soste. Si tratta - come vedremo - di un aspetto tipico della Seconda Repubblica. Dall'insediamento del Parlamento, i sette gruppi (va detto che fra questi, alla Camera, è incluso quello di Fratelli d'Italia, costituito solo dopo la seduta del 2 aprile 2013, in deroga al numero minimo) di Montecitorio e Palazzo Madama (più il Misto) sono diventati nove più uno alla Camera e altrettanti in Senato. I gruppi misti - inizialmente (ma dopo la costituzione alla Camera di FD'I) erano composti da 14 deputati e 11 senatori, quasi tutti di minoranze linguistiche, eletti all'estero o di gruppi minori - mentre oggi sono formati complessivamente da 89 parlamentari (63 a Montecitorio, 26 a Palazzo Madama) divisi a loro volta in otto componenti alla Camera e sei al Senato (più i non iscritti). Nel frattempo, i tre principali gruppi parlamentari del 2013 (quelli di Pd, Forza Italia e M5S) sono scesi complessivamente da 499 a 442 deputati e da 251 a 188 senatori. Per la verità, il Pd non è stato interessato dal fenomeno (anzi, ha accresciuto i propri gruppi di otto unità a Montecitorio e sette a Palazzo Madama) mentre il calo ha colpito forzisti e Cinquestelle. La diaspora più marcata si è però avuta in Scelta Civica, che aveva il quarto gruppo più numeroso in entrambi i rami del Parlamento. leggi tutto

Riflessioni sulla governabilità

Luca Tentoni - 09.07.2016

La nuova legge elettorale per la Camera dei deputati (l'Italicum) è entrata in vigore soltanto il primo luglio scorso, dopo una lunga "vacatio", ma la sua eventuale modifica è oggetto di dibattito da parecchi mesi. In particolare, gli esiti del voto amministrativo del 5 e 19 giugno hanno alimentato le spinte in direzione di un possibile cambiamento riguardante l'attribuzione del premio di maggioranza: non più ad un solo partito (vincitore con almeno il 40% dei voti al primo turno o al ballottaggio fra le prime due liste) ma ad una coalizione. Poichè il confronto nel mondo politico sembra riguardare soltanto (o prevalentemente) le prospettive di breve-medio termine (la prima applicazione dell'Italicum nel 2017 o nel 2018; il possibile ridisegno dei confini delle alleanze; questioni interne ai partiti e alle "famiglie politiche") ci asterremo da ogni valutazione sul merito e sulle ragioni del cambiamento o del mantenimento dell'impianto vigente. Nella disputa in corso - come anche in quella sulla riforma costituzionale - c'è un'espressione ricorrente sulla quale riteniamo invece opportuno richiamare l'attenzione. Si tratta della "governabilità". Un concetto dai contorni molto sfumati, che è stato oggetto per decenni di studi nazionali e internazionali di grande portata, ma che è ancora difficile ricomprendere nei margini di una definizione che sia al contempo corretta ed esaustiva. leggi tutto

Bilancio dei ballottaggi nei capoluoghi di regione

Luca Tentoni - 25.06.2016

Il turno di ballottaggio delle elezioni comunali nei capoluoghi di regione ci ha riservato alcune conferme e parecchie sorprese. Il primo dato in controtendenza riguarda il rendimento dei candidati sindaci: al primo turno, i voti ai soli aspiranti primi cittadini erano stati appena il 4,4% sugli aventi diritto. Tuttavia, al secondo turno i due rimasti in lizza hanno mediamente ottenuto il 31,27% di voti in più rispetto al primo: un indice record se confrontato con le consultazioni precedenti, tranne quelle degli albori della Seconda Repubblica (1993-'95: 36,46%). Su dodici candidati in gara nei sei capoluoghi di regione, solo uno (Lettieri a Napoli) ha ottenuto il 19 giugno meno consensi che al primo turno (circa 4800 in meno). Nella storia dei ballottaggi (1993-2013) su 44 candidati erano stati nove quelli con meno voti al secondo turno (il 20,5%). Il dato aggiornato al 2016 è invece il seguente: su 28 ballottaggi e 56 candidati, solo 10 (17,9%) hanno perso voti rispetto alla prima votazione. Resta da capire quanto abbiano influito - in questo recupero di consensi - i profili dei candidati del 2016 o, piuttosto, l'afflusso degli elettori dei concorrenti esclusi al primo turno (in altre parole: il voto "contro" uno dei due rimasti in lizza). La differenza, sul piano politico, non è irrilevante. Quel 31,27% in più è quasi il doppio del 17,7% fatto registrare nel periodo 1993-2013. leggi tutto

Comunali: il rendimento dei candidati sindaci

Luca Tentoni - 15.06.2016

Nel nostro viaggio nelle elezioni comunali dei sette capoluoghi di regione chiamati al voto il 5 giugno (e, in sei casi su sette, il 19 giugno per i ballottaggi) abbiamo fatto riferimento al "bipolarismo comunale", cioè alla capacità dei due maggiori candidati di attrarre il massimo numero dei voti possibile. Mentre a livello nazionale i due "poli" più forti hanno ottenuto il 77,2% nel 1994, per salire all'85% nel periodo 1996-2001 e al 98,9% del 2006, ridiscendendo all'83,8% nel 2008 e crollando fino al 58,7% del 2013, a livello comunale si è assistito ad un primo dato più basso (1993-'95: 67,6%) per poi salire all'82,3% del 1997-'99, assestarsi sul 92,2% del 2001-'09 e scendere al 79,75% del 2011-'13. In occasione delle elezioni amministrative del 2016 i due candidati più votati hanno ottenuto in media un più magro 72,4%, segno che la competizione multipolare lascia circa tre votanti su dieci senza il proprio candidato sindaco al ballottaggio. È col voto degli "elettori orfani" che si può decidere più di una competizione. Tornando al "bipolarismo comunale" ci si è chiesti - in un precedente articolo per Mentepolitica - se la forte discesa dell'indice nazionale potesse essere accompagnata da un abbassamento altrettanto forte a livello locale, nelle sette maggiori città al voto. In effetti, fra il 1994 e il 2006 lo schema bipolare è stato più forte per il Parlamento che per i comuni. leggi tutto

Il voto nelle "sette capitali": un primo bilancio

Luca Tentoni - 11.06.2016

Dopo molti interventi dedicati - su Mentepolitica - a descrivere le caratteristiche dei sette comuni capoluogo di regione chiamati alle urne, è ora di tracciare un primo bilancio, ripercorrendo i temi che abbiamo trattato e confrontando i dati del passato col voto del 5 giugno. Come avevamo sottolineato, le grandi città hanno una minor propensione all'affluenza rispetto alle altre. È stato così anche stavolta: quel 61,9% di votanti in 1274 comuni (esclusi quelli del Friuli-Venezia Giulia) è stato “appesantito” dal 55,9% dei capoluoghi. Non va dimenticato, infatti, che su 13 milioni e 316 mila aventi diritto al voto in tutta Italia ben 5 milioni e 474 mila erano elettori delle "metropoli". Così, nel turno amministrativo del 5 giugno si conferma che nei sette capoluoghi si vota meno che nel complesso del Paese: -0,8% alle politiche 2008%, -3,5% alle europee 2009, -0,6% alle politiche 2013, -4,6% alle europee 2014 e -6% alle comunali 2016. Si potrebbe ipotizzare (in attesa di indagini più approfondite) che nei grandi centri ci sia una sorta di "non voto d'opinione". In quelle città dove nella Prima Repubblica venivano premiati partiti che di volta in volta rappresentavano qualcosa di nuovo (il Pci nel 1976, i radicali nel 1979, il Pri nel 1983, i Verdi nel 1987) oggi potrebbe essere l'astensione ad essere scelta per mandare un segnale politico. Si attendeva, stavolta, un'affluenza bassa: se non si è raggiunto il record negativo il merito è di Roma, leggi tutto

Comunali, l'importanza dei candidati sindaci

Luca Tentoni - 28.05.2016

Uno fra gli elementi più importanti della campagna elettorale comunale (forse quello decisivo) è rappresentato dalla capacità del singolo candidato di "trainare" la propria coalizione - cioè di conquistare consensi personali che non andrebbero ai partiti alleati – e "catturarne" altri (grazie alla possibilità del "voto disgiunto") in campo avversario. Si può dire che quella per i comuni è una competizione "a cerchi concentrici": in quello più piccolo c'è la lotta fra le liste, mentre in quello più ampio c'è quella fra candidati sindaci. Quest'ultimo cerchio è più vasto perchè mentre il voto di lista va automaticamente al candidato sindaco, il solo voto al sindaco non va alle liste collegate. Alle ultime comunali, il 7,3% dell'elettorato (corrispondente al 12,8% dei voti validamente espressi) non ha votato per i partiti, ma solo per il sindaco. Si tratta di una percentuale che - nelle sette città chiamate al voto del 5 e 19 giugno - è stata del 7,7% sugli aventi diritto anche in occasione delle elezioni regionali: segno che in tutte le occasioni nelle quali l'elettore può dare un voto alla persona e non al partito c'è una quota stabile di cittadini che si avvale di questa facoltà. Si tratta di un possibile valore aggiunto, forse anche in termini di affluenza alle urne. La personalizzazione, dunque, è un tratto caratteristico e dominante nella competizione per la conquista dei comuni. leggi tutto

Il "bipolarismo comunale"

Luca Tentoni - 21.05.2016

Con le elezioni amministrative del 5-19 giugno anche il sistema politico dei grandi comuni italiani sembra destinato ad abbandonare la lunga stagione del bipolarismo. Come abbiamo accennato nello scorso intervento su Mentepolitica, la pluralità di candidature competitive rende più che probabile la dispersione del voto e l'arrivo al ballottaggio di personalità che forse insieme rappresenteranno poco più della metà degli elettori votanti al primo turno. In questo modo potrebbe essere certificata la fine, anche a livello locale, della ventennale stagione del confronto fra due coalizioni che aveva caratterizzato la Seconda Repubblica fino alla svolta rappresentata dalle “politiche” del 2013. Se ci si riflette, è proprio dall'introduzione del nuovo sistema per l'elezione diretta dei sindaci che si afferma, all'inizio degli anni Novanta, l'epoca della politica fondata sul successo dei leader e sulla necessità di costruire alleanze e coalizioni competitive. La caratteristica dei sistemi elettorali comunali e di quelli nazionali era, fino al '92, la rappresentazione proporzionale delle preferenze politiche dei cittadini. Le maggioranze in Parlamento e nei comuni - anche se ampiamente annunciate in precedenza - si concretizzavano al momento di scegliere, in assemblea, la giunta (locale) o il governo (nazionale). I partiti, che prima negoziavano sulla base dei risultati elettorali e dei rapporti di forza, si sono invece trovati – dal ’93 - ad allearsi per superare la prova del voto. leggi tutto

Le comunali "arcobaleno"

Luca Tentoni - 14.05.2016

Sebbene ci siano alcuni precedenti importanti, come il voto a Parma nel 2012 e le politiche del 2013 (così come, in parte, le scorse regionali, nelle quale il M5S talvolta non è stato molto competitivo), le elezioni amministrative del 2016 sono la prima grande competizione multipolare della Seconda Repubblica. In tutti i sette capoluoghi di regione dove si vota nessun candidato e nessuno schieramento sono accreditati del 50% più uno dei consensi: i ballottaggi sono dati per scontati. Non è una novità: anche quando si confrontavano Unione e Cdl c'erano parecchi casi nei quali si ricorreva al secondo turno. Il sistema per l'elezione dei sindaci, inoltre, favorisce una competizione a due perchè permette al secondo arrivato, sia pure se svantaggiato di parecchie lunghezze al primo turno, di giocarsi tutto al ballottaggio. Per venti anni, però, la dinamica politica è stata piuttosto semplice. C'erano tre risultati possibili: la conferma della maggioranza (o anche del sindaco) uscente, la vittoria della coalizione avversaria o un secondo turno con in lizza i rappresentanti di Unione e Cdl. Le rare eccezioni confermavano la regola. Ora non è più così. Stavolta non sarà tanto importante aggiudicarsi il comune al primo turno (sebbene ci siano una o due città dove teoricamente, guardando i risultati di un tempo, potrebbe essere un’ipotesi da valutare, sia pure come remota) ma arrivare al ballottaggio. leggi tutto

La battaglia di Roma

Luca Tentoni - 07.05.2016

La decisione di Berlusconi di sostenere, alle comunali romane, il candidato centrista Alfio Marchini anzichè la candidata di FdI e Lega Giorgia Meloni, è la prova che nel centrodestra è in corso una resa dei conti. Si tratta di un appuntamento rinviato troppo a lungo e ormai necessario, perchè nulla esclude con certezza che si possa tornare ad elezioni politiche (anticipate) già nella primavera del 2017. Col vecchio "Porcellum" (il sistema elettorale utilizzato per eleggere i parlamentari nel 2006, 2008 e 2013) bisognava formare una coalizione per sperare di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera. Tre anni fa l'alleanza fra Pdl, Lega e destra si fece: anche se il centrodestra era in fase calante, Berlusconi mancò per poco il sorpasso nei confronti del centrosinistra di Bersani (pur restando sotto quota 30%, tuttavia). Il partito del Cavaliere e il Carroccio attraversavano una fase critica, che per Berlusconi si è aggravata mentre per la Lega si è mutata in una contingenza positiva: il nuovo leader Salvini, infatti, ha riportato il suo partito verso percentuali di rilievo. Da una situazione nella quale la leadership di Berlusconi e il peso elettorale della componente vicina al PPE era preponderante rispetto alla destra si è passati ad una fase di debolezza reciprioca (2012-2013) delle due "anime" della coalizione e, infine, alla situazione attuale. leggi tutto

Referendum costituzionale, la partita è aperta

Luca Tentoni - 30.04.2016

Ogni sondaggio relativo al referendum costituzionale di ottobre è attualmente poco più d'un embrionale tentativo di "saggiare il terreno". Abbiamo ancora quasi sei mesi di campagna elettorale (compresa quella per le comunali, che si concluderà col voto del 5 e 19 giugno) quindi non stupisce che - su cento intervistati da Euromedia Research per “Ballarò” del 19 aprile scorso - ben 46 (il 45,9%, per l'esattezza) non sappiano se andranno a votare o, per ora, non siano intenzionati a farlo. Lo stesso risultato del sondaggio, relativamente alla preferenza di chi invece andrebbe ai seggi, è poco significativo: il 26% degli interpellati approverebbe la riforma, mentre il 28,1% la respingerebbe. Non è solo un dato rientrante nel margine d'errore statistico, ma è anche suscettibile di variazione nel corso dei mesi. Detto questo, però, il sondaggio della Ghisleri non è affatto inutile, perchè delinea alcune tendenze già molto chiare. Secondo la rilevazione, la consultazione sulla riforma costituzionale sembra già una sorta di referendum pro o contro Renzi: voterebbe “sì” il 69% degli elettori centristi di governo (Ncd-Udc) e il 65,2% di quelli del Pd (il “no” si fermerebbe rispettivamente al 6 e al 5%, con un tasso di indecisi o non votanti fra il 25 e il 30%). Solo gli elettori di Sel avrebbero una marginale propensione al "sì" maggiore rispetto a quella di altri partiti d'opposizione: 26,6% contro l'11% di FI e Lega, il 7% di FdI e l'8,5% del M5S. leggi tutto