Ultimo Aggiornamento:
23 maggio 2020
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Verso l'ennesima riforma elettorale

Luca Tentoni - 07.09.2019

Sebbene il clima sia insolitamente rassicurante, il secondo governo Conte si prepara ad affrontare la prova del doppio voto di fiducia: alla Camera non ci saranno problemi, mentre al Senato non si possono escludere sorprese (forse non per l'esito, verosimilmente favorevole all'Esecutivo, ma per il numero dei voti a sostegno). Se il principale appuntamento dei prossimi mesi è quello con la legge di bilancio, va però segnalato che la riforma elettorale (legata alla riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200, prevista da un disegno di legge costituzionale che sta per essere approvato definitivamente per poi - forse - essere sottoposto a referendum popolare) potrebbe rappresentare un passaggio non facile e neppure indolore. Se lo scopo del nuovo sistema elettorale sarà quello di evitare che un soggetto politico (partito o coalizione: nello specifico, Lega-FdI) possa aggiudicarsi la maggioranza assoluta dei seggi in entrambi i rami del Parlamento pur avendo poco più del 40% dei voti, la semplice abolizione dei collegi uninominali e l'assegnazione di tutti i seggi con un metodo (proporzionale) del quoziente potrebbero non bastare. Nel 2018, i partiti che superarono lo sbarramento del 3% alla Camera furono: Lega (17,35%), FdI (4,35%), Forza Italia (14%), Pd (18,76%), M5S (32,68%), LeU (3,39%). In totale, dunque, le forze sotto il 3% ebbero il 9,47%. leggi tutto

Le crisi di governo nell’Italia Repubblicana (1946-2019) (*)

Luca Tentoni - 31.08.2019

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 66 crisi di governo, durate in media 33,88 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati al 31 agosto 2019, riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2236 giorni (6 anni, un mese e due settimane: molto più di una legislatura, dunque). L'8,3% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 404,18 giorni (dei quali 374,30 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 15 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 9264 giorni contro 17676 (durata media dei governi: 1946-1994, 346,59 giorni, 33,47 dei quali di crisi; 1994-2018, 617,60 giorni, 35,27 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 20 mesi e 8 giorni contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi leggermente più lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano della durata: leggi tutto

La crisi anomala che lascerà un segno

Luca Tentoni - 24.08.2019

Nel corso della lunga crisi di governo (aperta formalmente martedì 20 agosto, ma annunciata da Salvini circa due settimane prima) si sono palesate con evidenza due delle caratteristiche principali della Seconda Repubblica: una, ereditata dalla Prima, è l'impossibilità di avere fiducia nei propri stessi alleati (e colleghi di partito); l'altra, che ha caratterizzato l'ultimo quarto di secolo, è l'impossibilità di un momentaneo "vincitore politico" di mettere a frutto il consenso, anziché dilapidarlo dissennatamente (come accade, talvolta, a chi si aggiudica premi milionari ai concorsi, finendo per diventare in breve tempo più povero di prima). Per semplicità, definiremo la prima caratteristica "lo stato di inaffidabilità" e la seconda "lo stato di dis-grazia". Le giravolte politiche hanno caratterizzato l'intera storia repubblicana (nella Dc si assisteva a continui rimescolamenti e riposizionamenti tattici), ma - fino al 1993 - non avevano portato a grandi cambiamenti. Ad un governo se ne poteva sostituire un altro, composto più o meno dagli stessi ministri e sostenuto da tutti (o quasi) i partiti della maggioranza uscente. All'estero la nostra instabilità governativa (che però non impediva ad alcuni ministri, come Andreotti, di restare al proprio posto per più di una legislatura, nonostante i cambi a Palazzo Chigi) era vista come un fenomeno poco più che folcloristico, leggi tutto

Elezioni anticipate: nel 2020 o mai più?

Luca Tentoni - 03.08.2019

Nel dibattito in corso sulla possibile durata della legislatura si tende ad esaminare solo le date più prossime, in vista di una rottura fra Lega e M5s che secondo alcuni è imminente, ma per altri è invece destinata ad essere procrastinata il più a lungo possibile. Si ragiona, dunque, su una "finestra elettorale" che improvvisamente potrebbe riaprirsi in caso di problemi in Senato sul "decreto sicurezza bis": il 6 agosto il testo arriverà in Aula, quindi eventuali sorprese potrebbero portare ad una rapida crisi e ad elezioni il 20 ottobre. Tuttavia è altamente improbabile che il Capo dello Stato faccia rinnovare le Camere e attenda la loro prima convocazione che avverrebbe all'inizio di novembre, cioè nel pieno del periodo durante il quale si deve impostare e approvare la legge di stabilità per il 2020. Da alcuni giorni, così, hanno cominciato a circolare ipotesi su un governo di minoranza (un tempo si sarebbe detto "balneare") che si occupi dei conti pubblici e porti il Paese al voto a febbraio dell'anno prossimo. Tutte ipotesi da verificare, che appaiono non molto praticabili. O, meglio, che se tentate potrebbero sembrare facili sulla carta ma difficili da attuare e far durare fino alla scadenza prevista. C'è poi chi dice che nulla leggi tutto

Il crepuscolo del "duumvirato" gialloverde

Luca Tentoni - 27.07.2019

Il "contratto di governo" sta per compiere i suoi primi quattordici mesi di vita, ma il tempo e gli avvenimenti politici lo hanno logorato. Solo per evidenziare una delle caratteristiche principali, la previsione del comitato di conciliazione, si può notare che le procedure per superare contrasti e momenti difficili sono state trasformate in prassi meno formali e più politiche. La stessa struttura del "contratto" era concepita per cercare di dare uguale peso alle richieste di ciascuna parte, evitando le asperità e sorvolando sulle questioni nelle quali Lega e Cinquestelle erano (e sono) molto distanti. La stessa prassi dei primi mesi di governo era improntata ad una serie di scambi alla pari: il M5S otteneva il reddito di cittadinanza, il Carroccio la "quota 100" per le pensioni. Ad ogni provvedimento caro ad un partito doveva affiancarsene uno gradito all'altro. Del resto, la maggioranza gialloverde era nata su un patto fra pari, anche se i numeri in Parlamento non erano affatto tali: poiché i voti si pesano e non si contano, Salvini e Di Maio avevano scelto un accordo alla pari, anche perché non avrebbero potuto fare altrimenti. Due partiti differenti, opposti per molti versi (persino nella distribuzione geografica dei voti) e su leggi tutto

Appunti sulla riduzione del numero dei parlamentari

Luca Tentoni - 20.07.2019

Senza troppa attenzione da parte dei mezzi di comunicazione di massa, sta passando in Parlamento la riduzione del numero dei deputati e dei senatori. Palazzo Madama ha già concluso la seconda lettura, licenziando il testo con un sì sufficiente per l'approvazione ma non per evitare l'eventuale referendum. Poi sarà la volta dell'Assemblea di Montecitorio. Quindi si attenderanno le eventuali richieste di consultazione popolare sul testo: se arrivassero,  assisteremmo ad una campagna fra i fautori del sì e quelli del no, prima dell'esito delle urne (senza quorum di validità, che invece è presente nei referendum abrogativi). Come recita la Costituzione, infatti, "le leggi (di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali) sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti". In altre parole, la riforma non entrerà in vigore se non saranno trascorsi i tre mesi per l'attesa di richieste leggi tutto

Lo spazio e il tempo del confronto nell'era della "politica veloce"

Luca Tentoni - 13.07.2019

Mai, nella storia, le persone hanno avuto accesso ad una quantità di informazioni paragonabile a quella disponibile oggi, grazie ai mezzi di comunicazione di massa (in particolare Internet e specificamente i social network). In politica l'accelerazione è stata più marcata che altrove, perché fino a circa un decennio fa i partiti avevano una certa diffidenza nei confronti delle potenzialità della "rete". Anche cinque o sei anni fa, a ben pensarci, in Italia solo Grillo (e, in modo embrionale, Renzi) aveva scoperto internet come grande piazza virtuale dove aggregare consensi politici veri. Forse il momento iniziale di questo nuovo corso - quello che oggi viviamo - è stato caratterizzato dall'elezione del presidente della Repubblica nel 2013, quando consensi e dissensi nei confronti dei "papabili" si espressero in modo massiccio e forte (qualcuno giunse ad affermare che alcuni "grandi elettori" ne furono colpiti e in qualche modo influenzati). Negli Stati Uniti, invece, tutto iniziò con Obama. L'evoluzione nell'uso dei mezzi più moderni ha però portato presto ad un'esasperazione del linguaggio (Trump si esprime in modo molto più "diretto" – e brusco - di Obama, per dirne una). Ora la vita politica è "in diretta" (poco importa se spontanea o costruita sapientemente), in un flusso che coinvolge i fruitori dei messaggi leggi tutto

La fine del "ciclo politico regionale"

Luca Tentoni - 06.07.2019

È tempo di anniversari. Se nel 2018 le elezioni politiche si tenevano esattamente settanta anni dopo il voto per la Prima legislatura repubblicana, nel 2019 si è andati alle urne per le europee, quaranta anni dopo il primo appuntamento con la consultazione per l'Europarlamento. Nel 2020 il voto per l'elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario compirà cinquanta anni. Mezzo secolo che si può dividere in due periodi, più una tappa di transizione. Dal 1970 a tutto il 1990, le elezioni chiamavano alle urne i cittadini di ben quindici regioni italiane: si votava con la proporzionale; i partiti presentavano i propri simboli tradizionali in tutte le regioni, avendo cura di considerare il "test" amministrativo come una tappa verso le successive elezioni politiche. Come accadrà dal '79 per le europee (nelle quali, tuttavia, sarà costante il voto "in libera uscita", molto più marcato che alle regionali), dal 1970 il rinnovo dei consigli ha rappresentato il termometro più affidabile per i partiti. Nel 1975, l'avanzata del Pci alle regionali (col partito di Berlinguer al 33,5% contro il 35,3% della Dc) rese concreta la possibilità del "sorpasso" (un tema che caratterizzò un intero anno di dibattiti politici, fino al voto del 20 giugno 1976). L'anno successivo, alle politiche, i democristiani fecero appello a quello che oggi leggi tutto

Un fossato fra due (e più) Italie

Luca Tentoni - 29.06.2019

A un mese dalle elezioni europee, è giunto il momento di tornare su un aspetto apparentemente "minore" del voto del 26 maggio. Il Paese non è solo diviso fra Centronord a prevalenza leghista e Sud-Isole dove il M5s (indebolito rispetto al 2018) è il primo partito. Ci sono divisioni ben più profonde, che riguardano in primo luogo le città capoluogo di regione (soprattutto le più grandi: Roma, Milano, Torino, Napoli) differenziandole dal resto dei comuni e, in secondo luogo, la demarcazione - molto netta - fra zone centrali delle metropoli e quartieri periferici. I dati su questo doppio cleavage sono importanti perché spiegano quanto sia sempre più evidente la coesistenza di mondi diversi, di elettorati con sensibilità, opinioni, percezioni molto distanti fra loro. Si può ricondurre questa differenza nella categoria "inclusi/esclusi", far riferimento al tenore di vita o alla stabilità del lavoro o, ancora, far riferimento al grado di scolarità. Tuttavia, abbiamo di fronte moltissimi elementi che da soli non spiegano il perché di questa separazione profonda e forse inconciliabile fra due Italie, ma che - presi nell'insieme - ci danno un ritratto di incomunicabilità di mondi (non solo dovuto a quella che qualcuno ha definito tendenza pro o anti-globalizzazione o di coloro che, in questo ambito socio-economico, si leggi tutto

Crisi, partiti e ruolo del Quirinale: le differenze fra il 2011 e il 2019

Luca Tentoni - 22.06.2019

La difficile trattativa fra il governo italiano e l'Ue per evitare la procedura di infrazione comporta dei rischi: il principale è che si arrivi ad un punto di non ritorno, nel quale la prospettiva di ritrovarsi, come nel 2011, a subire forti tensioni sui titoli di Stato, non è affatto improbabile. L'auspicio di tutti è che si trovi una soluzione rapida e indolore, ma se così non fosse, il primo a dover affrontare la situazione sarebbe il Capo dello Stato. Se il compito di Napolitano fu difficile, nel 2011, quello di Mattarella potrebbe essere arduo. Otto anni fa, il logoramento del governo Berlusconi era nei fatti, dovuto non solo a fattori economici e finanziari, ma allo sfaldamento della Cdl e alle vicende personali del presidente del Consiglio. Se, con lo spread alle stelle, Napolitano avesse sciolto le Camere, probabilmente il centrosinistra di Bersani avrebbe colto una facile vittoria. Allora, infatti, il M5s era ancora in una fase intermedia di crescita (nel 2013, invece, sarebbe diventato il primo partito sul territorio nazionale, alla Camera - o, più precisamente, il secondo dopo il Pd, considerando anche i voti della circoscrizione Estero). A destra, la scissione di Fini sembrava avere più consensi di quelli raccolti due anni dopo con Casini e Monti. leggi tutto