Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Regionali: è la prossima la prova più dura per il M5s

Luca Tentoni - 08.02.2020
Crollo M5s

Nelle nove regioni a statuto ordinario nelle quali si è rinnovato il Consiglio, fra il 2018 e il gennaio scorso, il M5s ha ottenuto 2,139 milioni di voti contro i 4,636 delle politiche, perdendone il 53,9%. In percentuale assoluta è passato dal 28,3% del 2018 al 15,2%. Rispetto alle regionali precedenti, i pentastellati hanno raccolto addirittura 69mila voti in più. Tuttavia, il calo percentuale rispetto alle politiche è stato del 13,1%, mentre fra le regionali 2013-'15 e le politiche del 2013 era stato del 9,1%. In sintesi, le regionali hanno penalizzato anche stavolta i Cinquestelle, ma più che in passato, facendo perdere loro - come si accennava - 539 voti su mille delle politiche, mentre nel 2013-'15 il calo era stato leggermente minore (502 su mille). Una spiegazione può essere rintracciata nella maggiore o minore vicinanza fra il turno elettorale regionale e le elezioni politiche precedenti: nelle consultazioni locali svolte nel 2018, il M5s ha conservato il 66,9% dei voti delle elezioni generali (2013: 58,8%); tuttavia, nel 2019 è sceso al 36,4% (prec. 40,2%) e nel 2020 al 27,6% (prec. 35,8%). In pratica, più tempo passa dalle politiche, più i Cinquestelle perdono i loro elettori che li hanno scelti per la Camera e per il Senato. In questa occasione il calo è stato più marcato che nel passaggio 2013-'15 in cinque casi su nove (tre degli altri quattro sono relativi ad elezioni regionali svoltesi nel 2018, cioè a ridosso delle politiche). Visto così, il decremento sembra solo dovuto al fattore tempo, ma è influenzato anche da quello territoriale: infatti, se si prendono le elezioni regionali svolte nel 2018 e nel 2013 in coincidenza o in prossimità delle politiche e vi si aggiungono quelle in Basilicata (2013, 2019) abbiamo un dato molto netto. Nelle quattro regionali "di prossimità" i pentastellati hanno conservato il 65,5% dei voti delle politiche, mentre nei due anni successivi ne hanno mantenuti solo tra il 22 e il 25%. Ciò significa che il bilancio delle prossime elezioni regionali di fine primavera, per il M5s, potrebbe essere molto negativo. Si andrà a votare in sei regioni, nelle quali il M5s aveva nel 2018 il 35,8% dei consensi (contro il 28,3% raccolto nelle altre nove) e 4,276 milioni di suffragi (4,636 nelle altre). Se le liste pentastellate ottenessero fra il 22 e il 25% dei voti "politici", ne raccoglierebbero circa un milione (ovvero intorno al 13% dei voti validi). Un vero e proprio crollo, se si considera che fra il 2013 e il 2015 - nelle sei regioni - la diminuzione fu del 59,2% (in ogni caso sensibilmente superiore a quella fatta registrare nelle altre nove). Del resto, in regioni tradizionalmente ricche di consensi per il M5s, come la Liguria, le Marche, la Campania e la Puglia sarà difficile ottenere i risultati del 2018 e persino quelli delle precedenti elezioni per il rinnovo di governatori e Consigli. Da un lato, dunque, i Cinquestelle "giocano in casa", su un terreno storicamente più favorevole, il turno regionale della tarda primavera, ma dall'altro lato rischiano maggiormente rispetto alle nove regioni nelle quali si è già votato, perché partono da una base di consenso molto alta. L'appuntamento di maggio con il rinnovo dei Consigli regionali di Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania e Puglia è, inoltre, il banco di prova per un centrosinistra che, nel 2015, vi ottenne il 38,3% dei voti (centrodestra: 37,3%). Cinque anni fa, il centrosinistra - complice il calo dell'affluenza (-21%) - guadagnò il 7,5% pur perdendo quasi 450mila voti, mentre il centrodestra - nel quale la Lega stava già crescendo velocemente - progredì del 7,9% (ma perse 560mila consensi); il tutto, anche a carico del M5s, che passò dal 25,6% al 15,7% (da 3,130 milioni di voti a 1,276 milioni). C'è infine da osservare che, nelle sei regioni attese al voto, Forza Italia ha sempre avuto migliori risultati che nelle altre nove a statuto ordinario (2013: 22,7% contro 20,6%; 2018: 14% contro 13,4%) mentre la Lega è stata meno brillante (2013: 3% contro 5,6%; 2018: 15,8% contro 20,2%). Ci si aspetta, quindi, una trazione "azzurra" al Sud e nelle Marche, mentre al Nord avremo verosimilmente un monocolore leghista in Veneto. In quanto al centrosinistra, molto dipenderà dalle coalizioni che saprà costruire: se riuscirà a creare un campo molto ampio - comprendente anche il M5s - l'alleanza sarà competitiva nelle regioni centrali e forse anche in Liguria, altrimenti sarà una guerra all'ultimo voto (forse tranne la Toscana, che è un po' meno in bilico dell'Emilia-Romagna, e in Veneto, dove la partita è comunque persa in partenza). Nonostante la crisi che l'ha colpito, infatti, il M5s ha la possibilità di far fruttare i suoi voti residui in regioni come la Campania e la Puglia, dove parte da livelli altissimi di consenso e potrebbe essere utile al centrosinistra se anche raccogliesse il 20-25% dei suffragi conquistati alle politiche. Correndo da soli, invece, i Cinquestelle si condannerebbero verosimilmente all'irrilevanza.