Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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L'ennesima riforma elettorale

Luca Tentoni - 25.01.2020
Riforma elettorale

Il dibattito in corso sulla riforma della legge elettorale ripropone, come sempre, un dilemma: è opportuno scegliere una soluzione che serva a risolvere problemi politici contingenti oppure puntare - a costo di rimetterci - su un'impostazione che guardi di più al medio-lungo periodo (come il sistema francese, per esempio)? La proposta della maggioranza, che non può essere definita "alla tedesca" solo perché ha una soglia di sbarramento al 5% (il sistema per il Bundestag è ben più complesso e di certo meglio costruito di quello oggi in discussione in Italia) serve per impedire a Salvini e Meloni di vincere da soli le prossime elezioni politiche: lo scopo principale è questo, inutile negarlo. Così come la controproposta della Lega (il "Mattarellum") è un'opzione utile per chi l'ha formulata, che può essere facilmente contrastata con gli argomenti di chi - proprio nel centrodestra del 2005 - sostituì la legge che porta la firma dell'attuale Capo dello Stato con un meccanismo (il "Porcellum") fatto apposta per impedire a Prodi di vincere le elezioni del 2006. Se il dibattito sulla riforma delle leggi elettorali si deve sempre svolgere all'insegna della convenienza del momento, non ci si può meravigliare del fatto che il legislatore italiano ha prodotto, dal 1994 in poi, quattro meccanismi diversi (senza contare quelli messi in cantiere e poi accantonati). Entrando nel merito della proposta in discussione in Parlamento, la soglia del 5% appare ragionevole se si vuole impedire la frammentazione, ma la clausola sul "diritto di tribuna" (che viene applicata ad una Camera di 400 componenti, non ad una di 630) appare troppo generosa e probabilmente inutile (non ci sono culture e tradizioni politiche storiche da tutelare, fino a prova contraria). Se però lo scopo è quello di non far vincere Salvini, la soglia del 5% diventa eccessiva, perché è proprio parcellizzando la rappresentanza che si impone ai due partiti sovranisti (Lega e FDI) di raggiungere un improbabile 50,1% dei voti, mentre con lo sbarramento basta lasciar fuori gruppi che complessivamente rappresentano il 10% dei voti validi perché si possa ottenere la metà più uno dei seggi col 45% dei consensi. Per contro, la stessa suggestione di un ritorno al "Mattarellum" è figlia di una nostalgia o poco più. Infatti, ricordiamo tutti che le candidature nei collegi uninominali erano suddivise fra una pletora di partitini alleati ai maggiori (tutti gruppetti politici indispensabili per vincere una competizione giocata sui collegi in bilico) e che produssero (ma solo nel 1996 e 2001) un Parlamento bipolare ma eccessivamente multipartitico. Nella situazione attuale, il voto col "Mattarellum" sarebbe simile a quello del 1994, con un polo più forte (il centrodestra, allora in doppia versione Nord-Sud), uno meno competitivo (la sinistra) e un terzo di medie dimensioni e sottorappresentato (ieri PPI-Segni, oggi forse il M5s). Se proprio si deve cambiare, non basta la consapevolezza che la legge con la quale abbiamo votato nel 2018 sia un po' pasticciata, ma forse si deve andare oltre. Il sistema francese, uninominale ad eventuale doppio turno di collegio, rappresenterebbe una sfida per i partiti. Li spingerebbe a cercare di aggregare consensi (non partiti), a scegliere candidature forti e credibili (non a paracadutare qualcuno in un collegio blindato), a responsabilizzare l'elettorato (soprattutto se il doppio turno avesse una soglia alta per il passaggio dei candidati alla prova finale o se fosse chiuso ai primi due classificati) spingendolo a decidere, col cuore e con la testa. Se invece si preferisce il piccolo cabotaggio, tutto fa brodo: lo sbarramento al 3 o al 5, il diritto di tribuna o l'aggiramento della soglia. Il problema è che l'ennesima soluzione perpetuerebbe quell'eterno provvisorio che caratterizza la politica italiana dei nostri giorni: capace di veder bene ciò che è vicino, ma molto miope nel guardare verso orizzonti più lontani.