Ultimo Aggiornamento:
30 maggio 2020
Iscriviti al nostro Feed RSS

Il terzo dopoguerra

Luca Tentoni - 28.03.2020
Il terzo dopoguerra

L’uscita dalla situazione di emergenza nella quale si trova il Paese appare ancora lontana, ma forse è opportuno sin da ora cercare di capire quali sono gli elementi di quello che già da adesso si profila come un vero e proprio terzo dopoguerra. Dopo la crisi innescata dal Covid 19, che non è solo sanitaria, ma anche economica e sociale, molte cose non torneranno come prima. Proviamo a delineare alcuni possibili sbocchi della situazione, come appunti per un dibattito che speriamo diventi sempre più ampio, per non trovarci impreparati a ciò che verrà al termine di questa brutta avventura. L’accostamento dell’epidemia in corso a un conflitto bellico non è nostro: lo hanno proposto in molti, persino il Pontefice. In effetti, già in queste settimane abbiamo visto alcuni fenomeni che ricordano quelli della Seconda guerra mondiale: l’accaparramento, la borsa nera (con i prezzi dei disinfettanti e delle mascherine aumentati vertiginosamente, di pari passo con la sostanziale irreperibilità di alcune merci), la drastica riduzione della circolazione (un sostanziale coprifuoco), i bollettini di guerra giornalieri, l’instaurarsi di un’economia bellica (con la riconversione temporanea di alcune filiere produttive e il contingentamento della diffusione di alcuni beni non di prima necessità), la diminuzione – per alcuni – del lavoro o la chiusura delle fabbriche, unito all’incremento del deficit e del debito pubblico (per sostenere i costi umani ed economici del conflitto), la tendenza all’unione nazionale (sia pure con importanti distinzioni da parte di qualche soggetto politico, che tuttavia non hanno portato a fenomeni di “diserzione” o di contrasto alla linea comune del governo) e alla limitazione dell’attività dei partiti e del Parlamento. In tutto ciò, spicca – come in tutte le guerre – la distinzione fra chi è in prima linea (i medici, i malati), chi nelle immediate retrovie (i lavoratori che hanno comunque, a proprio rischio, assicurato la presenza nelle fabbriche e nella logistica) e chi ha partecipato al conflitto in forme meno dirette (con lo smart working oppure vivendo in regioni molto lontane da quelle “di battaglia”: a tal proposito, si è riprodotta la distinzione del 1943-’45 fra un Nord martoriato dalla guerra e un Centrosud meno interessato dalle devastazioni, nonché rifugio di molti “sfollati” dal settentrione). La lista dei problemi e dei temi che il terzo dopoguerra ci presenta è più lunga del catalogo di Leporello del “Don Giovanni” di Mozart.

 

L’economia. La caduta del Pil e le conseguenze della prolungata inattività di alcuni settori (il turismo, per esempio) produrranno un non facilmente riassorbibile aumento della disoccupazione. L’ipotesi di un Piano Marshall è percorribile solo se le potenze che usciranno indenni o comunque ancora forti nel dopoguerra (la Germania, ma soprattutto – sempre che ne sia capace - l’Unione europea nel suo complesso) avranno la possibilità di mettere a disposizione dei Paesi più colpiti il loro sostegno o se avvieranno politiche comuni di rilancio. In fin dei conti, nessuno può continuare ad essere ricco se intorno ha soltanto macerie.

 

La politica europea. Questo sarà il momento per capire se – e in quale formato, eventualmente senza alcuni Paesi illiberali come l’Ungheria – l’Ue ha un futuro e se è in grado di darsi quelle strutture, quel grado di integrazione e di ristrutturazione delle competenze fra centro e periferia (debito, fiscalità, compresi alcuni ambiti legislativi attualmente nazionali) che ora non vuole o non può possedere. Ai tempi del Manifesto di Ventotene alcune ipotesi e alcune speranze sembravano pie illusioni. Lo stesso processo d’integrazione europea è nato faticosamente, ma ha permesso di realizzare nel secondo dopoguerra ciò che pochi utopisti sognavano già agli albori del primo. Finita questa guerra, l’Europa è attesa ad un cruciale appuntamento col futuro, al bivio fra la rinascita del terzo dopoguerra e il prevalere dei nazionalismi, premessa ad un inevitabile quarto conflitto (bellico o economico che sia).

 

Il rischio della festa anticipata. Il pericolo maggiore, finito il momento più duro dell’offensiva del virus, è di credere che la guerra sia finita e che si possa tornare a vivere – con maggiore intensità di prima – la stessa esistenza prebellica. Il 26 luglio 1943 molti pensavano che, con la caduta del fascismo, tutti i problemi sarebbero stati risolti; purtroppo, però, la guerra continuava. Fu così che, dopo l’8 settembre, tutti si accorsero che il peggio doveva ancora arrivare. Sul piano epidemiologico, gli esperti ci hanno detto che il Covid 19 non scomparirà all’improvviso e che un vaccino non è immediatamente disponibile. Il peggio che ci possa capitare è scendere tutti in piazza per festeggiare e scoprire che, poco tempo dopo, oltre al ritorno dei fascisti c’è anche l’arrivo delle truppe naziste.

 

Il dopoguerra dei partiti. In politica potranno aver luogo molti mutamenti. Sappiamo bene, del resto, cosa accadde a Winston Churchill, che – com’è del resto fisiologico in una democrazia - perse le prime elezioni postbelliche in Gran Bretagna. Da noi non ci sono personalità minimamente paragonabili al livello dello statista inglese, ma abbiamo una lunga storia di defenestrazioni di presidenti del Consiglio che hanno affrontato gravi emergenze (l’ultimo in ordine di tempo è stato Mario Monti, prima acclamato poi detestato; il prossimo potrebbe essere Giuseppe Conte, già atteso al varco da alcuni che – forse illudendosi che i tempi non stiano cambiando troppo velocemente – vorrebbero prenderne il posto). Come nel 1944-’47, sarà verosimile avere dei governi di unità nazionale. Ancor più verosimile è che il protagonista della lotta alla crisi economica postbellica (nel 1946-’48 Einaudi, che sconfisse l’inflazione) sia poi eletto Capo dello Stato (Draghi?). Il terzo dopoguerra ci porterà probabilmente nuovi rapporti di forza fra i partiti e forse un rinnovamento istituzionale: anche qui, ci vorrà il coraggio di fare un passo avanti, soprattutto ripensando profondamente e coraggiosamente il Titolo V della Costituzione repubblicana. L’alternativa, per quanto riguarda il futuro, è scegliere a quale dopoguerra deve somigliare il nostro: se a quello di Weimar (col sovranismo e il nazionalismo) oppure quello italiano del 1946 (con la vittoria delle libertà democratiche). Sta a noi decidere.

 

La nuova Iri? Con molte imprese private in sofferenza, la tentazione di tornare al sistema delle partecipazioni statali potrebbe travolgere le motivazioni che, nel 1993, spinsero gli italiani a chiederne lo smantellamento. L’eterno dilemma fra le diverse ricette per il rilancio dell’economia e del dosaggio fra Stato e mercato sarà uno dei temi principali del dibattito.

 

La ricostruzione. Indipendentemente dagli strumenti economici che si sceglieranno, dovrà aver luogo una ricostruzione del Paese e della società. L’isolamento in casa ci ha fatto riscoprire i lati positivi e negativi del vivere in famiglia e quelli della socialità (degli amici che ci sono mancati o, meglio, che magari abbiamo visto tramite applicazioni di videotelefonia), ma il vero e proprio test riguarda il ritorno alla vita di tutti i giorni. Accade sovente, durante il periodo del virus (lo vediamo in questi giorni) che l’altro sia visto come un pericolo; ci sono mendicanti che non ricevono l’elemosina o che, peggio, sono considerati alla stregua di pericolosi “untori”, ai quali – nella migliore delle ipotesi – lanciare una monetina. Quale società nascerà nel terzo dopoguerra? Saremo più solidali o più diffidenti? Dopo Napoli milionaria avremo Poveri ma belli, oppure Il grande dittatore?

 

La tecnologia e il lavoro. Non ci sono più scuse: questa situazione ha insegnato a molti – amministrazioni pubbliche in primo luogo – che è diseconomico e inutile far lavorare i propri dipendenti (o almeno alcuni di essi che svolgono determinati compiti) “in presenza”, cioè in uffici e in spazi grandi e costosi, anziché lasciarli a lavorare in casa, dove non hanno bisogno di spendere per gli spostamenti (meno inquinamento, meno spese per bus, carburante per auto). Permettere a chi svolge mansioni da smart working di continuare ad usufruire di questo strumento può consentire ai lavoratori di avere più tempo per riposare (ci si può svegliare più tardi al mattino ed evitare di perdere tempo in inutili trasferimenti a fine giornata), ma soprattutto si può trasformare il lavoro orario in lavoro per obiettivi: questa è la vera meritocrazia del futuro. I più abili, infatti, svolgeranno in cinque ore il compito stabilito per sette ore; i meno abili, ce ne impiegheranno nove. Di fatto, a parità di salario i primi saranno pagati meglio, su base dell’effettivo tempo dedicato ai propri compiti, mentre gli altri dovranno impegnarsi di più ma riceveranno comunque lo stesso compenso.

 

Le reti telefoniche e la tecnologia. Nel terzo dopoguerra si comprenderà che a sopravvivere meglio, durante il conflitto, sarà stato chi avrà avuto la fortuna di avere a disposizione connessioni telematiche veloci (nel secondo dopoguerra, invece, i più fortunati erano stati i contadini, che non dovevano procurarsi il cibo). Il potenziamento della rete nazionale e delle dotazioni infrastrutturali e le nuove esigenze legate al decentramento dei lavoratori, oltre ad un massiccio investimento in tecnologia (le cosiddette autostrade telematiche) sono fattori che spingeranno il Paese a scegliere se precipitare definitivamente nel Terzo Mondo o se tornare nel Primo.

 

La spesa per la ricerca scientifica e per la Sanità pubblica. Questa guerra al virus ci ha insegnato che un paese moderno deve avere una robusta percentuale del Pil spesa intelligentemente (quindi senza che qualcosa rimanga impigliato nelle mani di qualcuno) in posti letto negli ospedali, in una sanità qualitativamente alta dappertutto (l’esodo sanitario dal Sud al Nord che si verifica da anni, per garantirsi prestazioni che il Mezzogiorno non può offrire o può offrire solo in parte, è vergognoso e va superato con risposte politiche valide), in un’università dalla quale non si fugga per andare all’estero (per via della mancanza di fondi per la ricerca, di retribuzioni infamanti o di baronie medioevali) o nel settore privato. Potenziare la scuola (agevolando i meritevoli, aumentando l’offerta sul piano della qualità e della complessità), tornare alla funzione educativa dei mezzi di comunicazione di massa pubblici (la televisione di Stato, almeno fino al 1976-’80, ha avuto come compito principale quello di alfabetizzare gli italiani e acculturarli; oggi si deve combattere, ad ogni livello e con ogni mezzo persuasivo, l’eccessivo analfabetismo di ritorno, che purtroppo è unito a un crescente disvalore del sapere e al rifiuto del ruolo cruciale della cultura e degli intellettuali). La lotta all’ignoranza deve essere, nell’epoca della facile disinformazione, la battaglia a favore della scienza, contro le fake news (che sono le errate credenze e le superstizioni del nostro tempo).

 

Il capitale umano. Già durante il secondo conflitto mondiale, industriali come Adriano Olivetti si ponevano il problema di valorizzare non solo la produttività dei propri dipendenti e collaboratori, ma di tener sempre presente che essi non erano semplici “fattori di produzione” come un macchinario qualsiasi. Nel secondo dopoguerra l’Italia cercò di riscoprirsi più umana che durante il Ventennio, forse perché gli orrori umani e spirituali della guerra e della dittatura avevano lasciato il segno. Non tenere conto del fattore umano e dell’importanza dei rapporti umani (recuperando il rispetto del prossimo anche laddove ci si può nascondere dietro l’anonimato, come nei social network) non è solo una raccomandazione di igiene mentale e sociale. È anche un investimento sul futuro nostro e dei nostri figli. Il rispetto costa poco, ma non ha prezzo.

 

Le pantere grigie. Stavolta in prima linea, nella guerra contro il virus, non ci sono andati i ragazzi, ma gli anziani. Il maggior tasso di mortalità per Covid 19, secondo uno studio pubblicato recentemente dal Corriere della Sera, è nella fascia oltre gli 80 anni d’età (4,4% su contagiati sintomatici), seguita da quella dei 70-80enni (1,2%) e, a distanza, dalle altre (30-40: 0,01%; 60-70: 0,30%). Spesso sono le stesse persone che, percependo una pensione, fungono da strumento di welfare familiare per figli o nipoti. Sarebbe bene ricordarsene e rendere loro omaggio per quanto hanno fatto per questo Paese. Come tutte le generazioni, quelle che oggi sono più anziane hanno commesso i propri errori; anche le altre, però, non ne sono e non ne saranno indenni.

 

Puntare sul medio e sul lungo periodo. Se è vero che nel lungo termine “saremo tutti morti”, come si dice, attribuendo in modo non corretto la frase a John Maynard Keynes, è altrettanto vero che senza politiche che sappiano impostare programmi di largo respiro e che non badino al tornaconto elettorale non avremo una speranza per il futuro. De Gasperi e i politici della sua generazione seppero costruire il futuro e avere anche consenso nell’immediato. Anzi: avevano consenso perché parlavano di futuro e agivano per dare un senso alle proprie promesse, rifuggendo dalla demagogia. Come disse Ugo La Malfa, “Se capeggiassi un movimento di rivolta al sistema avrei tre, quattro milioni di voti. Non li potrò mai avere. Sono un uomo del sistema, della democrazia, così com’è nata dopo la Liberazione, mi muovo nel quadro dei partiti. L’ansia antipartitica che sta investendo il Paese non può essere accarezzata. Il compito di noi politici è di incanalarla, non di servirla o essere asserviti ad essa”. Se la società e la politica si riducono al fast food, nulla è certo, tranne che dopo il terzo dopoguerra non si arriverà vivi al quarto.