Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Riparte la campagna elettorale

Luca Tentoni - 25.04.2020
Decreto Cura Italia

Col decreto del 20 aprile scorso, il governo ha - di fatto - ridato il via alla campagna elettorale permanente, dopo un mese e mezzo di (finta) pausa del dibattito politico dovuta all'emergenza Covid-19. Fissando le elezioni regionali fra la prima domenica di settembre e la prima di novembre e le comunali fra il 15 settembre e il 15 dicembre, l'Esecutivo punta ad accorpare anche il voto sul referendum costituzionale in un solo appuntamento, il 27 settembre. Però le regioni hanno la possibilità di decidere la data del rinnovo dei propri consigli: Veneto, Liguria, Campania e Puglia scalpitano, perché avrebbero voluto aprire i seggi già il 12 luglio. Questo particolare non è irrilevante: chi pensa di trarre un beneficio dagli ottimi sondaggi che hanno premiato alcuni presidenti di giunte sa che gli umori degli elettori sono mutevoli e che da qui a settembre possono cambiare molte cose. In Campania, per esempio, Pd e Cinquestelle potrebbero trovare un candidato comune in luogo di De Luca (col duplice risultato di defenestrare l'uscente e di rendere - con la "grande alleanza" - meno competitivo lo schieramento avverso, quello di centrodestra), mentre in Liguria Toti ha oggi due avversari potenziali (rispettivamente del M5s e del centrosinistra) ma a settembre si potrebbe raggiungere un accordo per un candidato "giallorosa" comune che potrebbe essere in grado di battere l'attuale presidente. Ovviamente, sia i presidenti delle quattro regioni che hanno chiesto il voto a luglio, sia il governo che l'ha posticipato, hanno giustificato le loro posizioni con motivi di natura sanitaria (secondo i primi, il virus può ripresentarsi in autunno, facendo slittare le elezioni al 2021; per l'Esecutivo, invece, votare a luglio vuol dire iniziare la campagna a inizio maggio, troppo presto) però la politica non è mai del tutto ingenua. Votare a luglio per le regionali (e magari anche per le comunali e il referendum) avrebbe permesso - in caso di sconfitta rovinosa del centrosinistra - elezioni anticipate a settembre-ottobre, che invece così non avremo. Anzi: ipotizzando la vittoria dei al referendum costituzionale, la finestra elettorale per le politiche è già da oggi chiusa fino alla primavera 2021 (poi ci sarà il semestre bianco, quindi se ne riparlerà nel 2022 o alla scadenza naturale della legislatura, nel 2023). È vero che il crollo del Pil che ci aspetta richiede un governo in grado di restare in carica fino all'elezione del successore di Mattarella, ma è anche molto probabile che ad arrivare al 2022 non sia l'Esecutivo guidato da Conte. Che Renzi e Salvini abbiano in animo (già da ben prima del virus) di "licenziare" il presidente del Consiglio è abbastanza chiaro; lo è meno, però, il modo col quale si arriverà alla crisi pilotata. Il Paese, infatti, può permettersi di stare pochissimi giorni con un governo in ordinaria amministrazione, come avvenne nel passaggio fra Berlusconi e Monti. Quindi, per cambiare governo, bisogna, nell'ordine: convincere tutti i partiti a dar vita alla nuova "solidarietà nazionale" (ma il M5s aderirà o ci arriverà dopo una scissione? Cosa farà Conte? Fratelli d'Italia entrerà in maggioranza? I ministri saranno tecnici o lo saranno solo i sottosegretari?); aprire ufficialmente la crisi, con le dimissioni formali di Conte al Quirinale; fare un rapido giro di consultazioni ufficiali; assegnare il mandato a Draghi. Siamo sicuri che, al momento opportuno, Salvini non si sfili dall'accordo e, con la Meloni e una parte piccola ma determinante del M5s, vada all'incasso chiedendo nuove elezioni? Se lo facesse, potrebbe ottenerle, non per volontà del Capo dello Stato ma per l'inesistenza di un'effettiva maggioranza parlamentare (a meno che non si crei una coalizione delle dimensioni dell'attuale, con Forza Italia a sostituire i pentastellati usciti dal M5s: ma Draghi accetterebbe di guidare un Esecutivo numericamente fragile ed esposto alle critiche da destra e dai massimalisti ex Cinquestelle?). Se la crisi si aprisse in estate, si andrebbe alle urne per le politiche prima del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari (rinviando così la riforma alla legislatura successiva) e si voterebbe in tempo per lasciare ad un possibile governo Salvini-Meloni il compito di preparare la legge di bilancio (con effetti in Europa facilmente immaginabili). Inoltre, il voto referendario a fine settembre o ad ottobre-novembre potrebbe permettere di realizzare una legge elettorale proporzionale (la quale, però, ha più possibilità di essere approvata mentre c'è ancora la coalizione giallorosa di Conte che con l'unità nazionale, perché le destre non la voterebbero di certo). Insomma, anche se tutto quanto esposto interessa comprensibilmente a pochi (anche fra chi abitualmente ci legge), stiamo per affrontare problemi politici e appuntamenti elettorali dalle conseguenze potenzialmente molto pesanti.