Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2020
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Il Partito della "Libera uscita"

Luca Tentoni - 11.04.2020
Pasqua Covid-19

Col passare dei giorni, le temperature diventano sempre più miti; siamo ormai a Pasqua, tradizionale occasione per le "gite fuori porta". Quest'anno, però, trascorreremo a casa il periodo festivo - e, verosimilmente, tutto il resto del mese di aprile, se non anche una parte di maggio - per via delle restrizioni legate al contenimento del Covid 19. Secondo un sondaggio di Index Research, il 75,4% degli italiani condivide le norme, mentre il 7,6% le vorrebbe addirittura più severe. Ma un 15,4%, che corrisponde circa a sette milioni e mezzo di italiani adulti, non è d'accordo. Il partito "della libera uscita", dunque, non è proprio una minoranza trascurabile, ed è destinato a raccogliere più consensi con l'andare del tempo, soprattutto se il governo procederà troppo gradualmente (un conto è chiarire che resteremo in casa per un mese, un altro conto è prorogare il blocco per tre volte ogni dieci giorni). Fra chi vorrebbe attenuare o cancellare il "lockdown" c'è chi vive nelle zone nelle quali la pandemia è stata meno ampia e violenta (molti cittadini non conoscono persone contagiate, soprattutto nel Centrosud, quindi non sono sempre in grado di percepire appieno la gravità della situazione); c'è chi non resiste in casa e va più volte al giorno a fare la spesa; chi ha preso una multa; chi è preoccupato per il proprio lavoro; chi non avrebbe voluto neanche chiudere l'azienda; chi pensa che la decisione delle autorità ecclesiastiche di non celebrare riti sia intollerabile (il settore più conservatore del mondo cattolico - composto da frange minoritarie e marginali - è fortemente critico su questo punto); chi, più semplicemente, soffre di ludopatia (l'ultimo provvedimento, infatti, non ha chiuso i tabaccai ma ha sospeso sine die i giochi come il lotto e il superenalotto). Insomma, il catalogo è lungo e può arricchirsi con altre tipologie di persone, senza escludere che - per chi non è abituato a farlo - passare da una vita iperattiva ad una "da recluso" può far insorgere qualche inconveniente sul piano psicologico. Tutte queste persone che, più o meno legittimamente, fanno parte di quel 15,4% o potrebbero entrarvi, costituiscono un'ottima attrattiva elettorale per quei partiti che vivono "muovendosi", cioè alimentando polemiche, mostrando i propri leader in Tv e sui social media più volte al giorno, tentando di sfidare continuamente le altre forze politiche e mettendo in difficoltà il governo (dall'interno della maggioranza o da fuori). I sondaggi ci dicono che queste forze "di movimento" stanno perdendo voti (virtuali) a favore dell'astensionismo e dei partiti abituati a uno stile comunicativo da "maratoneti" e non da "scattisti". Come si vede già in modo sperimentale in questi giorni, c'è chi prova a scardinare le misure di contenimento del governo: da un lato, spingendo per la riapertura del maggior numero possibile di aziende (per via della crisi economica, che sarà comunque molto pesante); dall'altro, cercando di conquistare l'elettorato cattolico conservatore (che in parte è già acquisito dalla destra radicale, ma che ha bisogno di rassicurazioni circa la scelta che ha fatto alle europee del 2019 e, in parte, alle politiche del 2018) con la proposta (respinta anche dalle autorità ecclesiastiche) di far celebrare i riti pasquali con la presenza fisica dei fedeli. Il "partito della libera uscita", insomma, può trovare referenti politici, però è rischioso per un leader andare a caccia di sette milioni di voti col pericolo di perdere il consenso di quell'83% degli italiani favorevole alle misure vigenti o disposto addirittura ad inasprirle. Se poi questa tentazione venisse alla Lega, ci sarebbe il problema del rapporto con i presidenti delle regioni Lombardia e Veneto, che sono fra i principali fautori della linea di rigore e che in questo momento si occupano della gestione dell'emergenza, non della campagna elettorale per le amministrative autunnali. La numerosità del partito contrario al "fronte del lockdown", inoltre, può avere risvolti sull'azione del governo. L'Esecutivo deve tenere conto del parere dei tecnici: gli scienziati in primo luogo, gli economisti in secondo. La decisione sul graduale riavvio delle attività e degli spostamenti comporterà una scelta dei tempi che non ammetterà errori. Aprire troppo presto - sulla scorta di una campagna politica - potrebbe esporre il governo al rischio di provocare involontariamente una seconda ondata del virus (che, soprattutto al Sud, sarebbe molto difficile da affrontare); aprire tardi, invece, potrebbe aggravare le condizioni delle piccole e medie imprese e, in generale, del complesso delle aziende nazionali. Non vorremmo essere nei panni di Conte: si tratta di saltare su un treno in corsa, dando il “via libera” al momento giusto, senza sbagliare il tentativo (c'è solo una possibilità, senza appello: nessuno sa oggi prevedere precisamente quando la si dovrà sfruttare). Sarà complesso decidere in un clima politico sereno; se poi dovesse formarsi un movimento di opinione, alimentato dalle macchine mediatiche di alcuni partiti, volto a forzare la mano al governo, tutto potrebbe diventare più difficile e molto, molto più pericoloso per il Paese.