Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2020
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L'astensione e i metodi alternativi di espressione del voto

Luca Tentoni - 07.03.2020
Referendum rinviato

Le recenti elezioni suppletive per la sostituzione di un deputato e di un senatore (un'altra è in programma domani in Umbria per il collegio uninominale 2 del Senato) hanno fatto registrare un'affluenza bassissima: il 9,52% a Napoli (collegio uninominale 7 del Senato) e il 17,66% a Roma (collegio uninominale 1 - Lazio 1, Camera dei deputati). Anche se qualcuno, del tutto impropriamente, ha aggiunto l'"effetto Coronavirus" alle cause che hanno tenuto gli elettori lontani dai seggi, la realtà è molto diversa. In questo tipo di consultazioni, che spesso sono ignorate dai mezzi di comunicazione di massa anche in tempi normali, la salienza del voto è minima: non è un seggio che può mutare i destini del governo o delle forze politiche. Inoltre, ci sono elettori normalmente meno propensi a recarsi alle urne in queste occasioni (i Cinquestelle, i simpatizzanti del centrodestra) a fronte di altri (i votanti di centrosinistra) fra i quali una certa mobilitazione - sia pure non vistosa e neppure di eccezionale portata - è sempre attiva. Qualcuno ipotizzava, partendo dai dati delle suppletive, che anche il referendum costituzionale inizialmente previsto per il 29 marzo sarebbe stato caratterizzato da una massiccia astensione; in questo caso, nelle regioni del Nord, la diffusione del Covid 19 sarebbe diventata realmente una possibile concausa di diserzione dei seggi. È tuttavia vero che, pur in una situazione del tutto tranquilla come quella del 2001, andò al voto solo il 34,05% degli aventi diritto, nella consultazione che confermò la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione. In quella occasione i "sì" furono 10.433.574 su 16.843.420 votanti e su 49.462.222 aventi diritto al voto. Nessuno gridò allo scandalo: il referendum costituzionale non ha quorum di validità: allora fu il 21,1% degli elettori a confermare il testo approvato dal Parlamento. Il problema dell'affluenza alle urne, più in generale, è un altro, a nostro avviso. L'esercizio di un diritto può essere compromesso a causa di situazioni particolari (anche una malattia non grave o non tale da consentire il voto domiciliare secondo le norme vigenti, oppure un viaggio di lavoro o, ancora, contingenti necessità familiari) alle quali si dovrebbe poter ovviare. Si potrebbero sperimentare, non a partire dalle consultazioni in programma per il 2020 ma dalle comunali del 2021, forme di voto per posta e di voto elettronico. L'esperienza che molti italiani del Nord hanno compiuto in queste settimane con lo smart working dimostra che si possono svolgere da casa molte attività che invece (come cinquanta o cento anni fa) richiedono ancora spostamenti forse inutili. L'introduzione di altre due modalità di voto (postale e telematico) accanto a quella ordinaria potrebbe rendere possibile ridurre il numero di schede da scrutinare in ogni seggio, aumentando la velocità dello spoglio; si potrebbe, inoltre, recuperare il voto di qualche elettore altrimenti impossibilitato ad esprimerlo; infine, si potrebbe avere già pochi minuti dopo la chiusura dei seggi il dato relativo ai voti espressi per via telematica. Le perplessità sul voto elettronico e su quello postale e i problemi correlati sono ben noti: tuttavia, una riflessione potrebbe essere avviata, con una sperimentazione in ambito locale. Parallelamente, dando a più elettori la possibilità di far valere il proprio dovere civico, si potrebbe riformare il metodo di iscrizione alle liste elettorali. Come in altri paesi, si potrebbe stabilire che il cittadino - direttamente, per via postale o tramite mezzi telematici – debba richiederla. Del resto, se i documenti di identità vanno rinnovati periodicamente, non si vede perché lo Stato non debba chiedere ai cittadini di compiere lo sforzo - ogni dieci anni, poniamo - di spendere mezz'ora del proprio tempo per iscriversi alle liste elettorali. In questo modo l'affluenza sarebbe parametrata sulle persone che effettivamente hanno espresso almeno con un atto concreto la volontà di avvalersi del proprio diritto. Quel 20% fisiologico di italiani che non vota mai, neppure alle politiche, forse non si iscriverebbe neppure; in questo modo, l'astensionismo avrebbe un valore politico maggiore, perché il rifiuto della partecipazione sarebbe manifestato da chi attribuisce al voto un significato (tanto da iscriversi alle liste). Rendendo più facile da un lato l'espressione del voto e, dall'altro, chiedendo in cambio un piccolo atto di civismo (rinnovare l'iscrizione ogni dieci anni) si potrebbe poi agire su un terzo versante: quello di spingere chi oggi non vota a riconsiderare il valore della partecipazione politica. La campagna nazionale per informare i cittadini circa le modalità di iscrizione alle liste elettorali potrebbe essere l'occasione per valorizzare uno dei momenti più importanti della vita pubblica, che taluni considerano solo un noioso adempimento. In questo modo, avremmo votanti più consapevoli e attivi, che sperabilmente eserciterebbero il proprio "dovere civico" in numero maggiore rispetto ad oggi.