Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Le unioni civili

Stefano Zan * - 25.05.2016
Unioni civili

Ci risiamo. Ancora una volta la chiesa sembra non distinguere la differenza tra diritti e doveri. Il divorzio è un diritto e non un dovere. L’aborto (in strutture pubbliche anziché clandestine) è un diritto e non un dovere. La convivenza tra persone dello stesso sesso è un diritto e non un dovere. Bere alcool o mangiare carne di maiale è un diritto non un dovere.

Questa banale sottolineatura è però fondamentale perché ci dice una cosa importante. Tutti i cittadini italiani possono “usufruire” di questi diritti ma autorità morali diverse dallo Stato possono invitare i loro accoliti (cioè quelli che riconoscono un autorità morale altra rispetto allo Stato) a non usufruire di questi diritti perché in contrasto con le prescrizioni della loro religione. Trovo del tutto legittimo che la chiesa cattolica imponga ai suoi fedeli il divieto di divorzio, aborto, convivenze omosessuali così come trovo legittimo che la religione mussulmana impedisca ai suoi seguaci di mangiare carne di maiale e di bere alcool. Quello che  trovo assolutamente non tollerabile è la pretesa di qualsiasi religione di imporre a me cittadino laico il rispetto di norme che provengono da un’autorità che non solo personalmente non riconosco come tale ma che neanche il mio Stato riconosce come tale. Libera chiesa in libero Stato (ormai sarebbe ora di cominciare a dire libere chiese in libero Stato) è un principio sacrosanto se e in quanto riconosce a chi non crede in nessuna religione, o crede in una religione altra rispetto a quella dominante, di limitarsi a rispettare le leggi dello Stato.

E’ ovvio che in Parlamento le varie convinzioni (laici, cattolici, mussulmani, ecc.) possano e debbano fare valere le loro istanze ma nel rispetto dei diritti e nella fondamentale distinzione tra diritti e doveri. Tra parentesi faccio notare che tutte le leggi in questione (divorzio, aborto, unioni civili) sono state approvate da parlamenti a maggioranza cattolica e le prime due sono state confermate, tramite referendum, da un paese a maggioranza (presunta) cattolica.

La solita posizione della chiesa che vuole ancora una volta imporre la sua verità a tutti i cittadini italiani a prescindere dalle loro convinzioni religiose ha due risvolti ugualmente inquietanti.

Il primo è quello di un radicato fondamentalismo religioso che pretende di imporre per legge le sue norme comportamentali a tutti i cittadini (altro che libera chiesa in libero Stato).

Il secondo, più pragmatico, è quello di utilizzare la legge dello Stato per imporre, soprattutto ai cattolici, quei comportamenti che la chiesa con la sua sola predicazione non riesce a imporre. Tutti sappiamo quanto siano numerosi i cattolici che hanno divorziato, che hanno abortito, che sono omosessuali. Ad un indebolimento dell’autorità morale della chiesa, che sempre meno è capace di trasformare i suoi insegnamenti in prassi comportamentali, si fa fronte con un restringimento dei diritti di tutti i cittadini, anche quelli che cattolici non sono. E le statistiche ci dicono che i cattolici “veri” cioè quelli veramente praticanti sono sempre meno numerosi.

Se la prima ipotesi, quella fondamentalista, è assolutamente intollerabile in uno Stato moderno la seconda non è meno confortante anche se meno ideologicamente pericolosa. In termini economici potremmo dire che si tratta di un (disperato?) tentativo di creare “barriere all’uscita per poter contare su un mercato protetto”. Ma questo, se permettete, è un problema della chiesa e dei credenti che, pur nel massimo rispetto, non interessa in alcun modo chi credente non è.

I diritti sono diritti. Chi, in coscienza, vuole farne uso è libero di farlo nel pieno rispetto della legge.

Chi ha problemi di coscienza è liberissimo di non farne uso senza per questo ledere i diritti altrui.

Sembra tutto molto semplice perché in realtà è semplice, basta rispettare i diritti.

 

 

 

 

* E' stato docente universitario di Teoria delle organizzazioni