Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Qualche appunto su giustizia e sicurezza

Francesco Provinciali * - 10.11.2018
I minori e le armi

Sembra che i reati e la criminalità siano fenomeni in calo, statisticamente parlando.

Ma la paura della gente, l’insicurezza e la delinquenza percepite seguono una tendenza opposta.

Il degrado delle periferie urbane, l’immigrazione, la povertà crescente – quella palese e quella occulta – la disoccupazione giovanile, l’uso distorto e malandrino delle tecnologie stanno sullo sfondo di derive sociali nuove e non sempre rassicuranti.

Se cresce il numero dei fascicoli aperti per ipotesi di reato significa che c’è un riscontro anche nei luoghi di gestione istituzionale di questa fenomenologia sociale.

Crisi dei valori tradizionali, crisi della famiglia, crisi della scuola e poi obsolescenza dei corpi intermedi della società e delle istituzioni, un tempo luoghi di proposta e di controllo, filtri del disagio sociale.

“Vogliamo verità e giustizia”: un refrain che ascoltiamo a margine di ogni fatto di cronaca nera, purtroppo espresso più in termini risarcitori postumi che preventivi e ordinamentali.

Salvo poi che l’indignazione si esaurisca in una simbolica ma innocua fiaccolata o nei palloncini elevati al cielo, in attesa della prossima efferata notizia.

Occorre domandarsi se la politica sia stata in grado finora di pensare e costruire – con le leggi, con il buon esempio, con un welfare capace di arginare le sacche di emarginazione e di motivare i cittadini al rispetto delle regole, i giovani a scelte di vita ispirate al bene - un modello ordinato e civile di convivenza.

Purtroppo da alcuni decenni non è così e questa è una delle chiavi di lettura della ribellione elettorale dei cittadini, che vanno premiando le forze politiche che promettono legalità, regole restrittive, ordine sociale, prevenzione e repressione dei reati.

Una diffusa e crescente domanda di sicurezza che trovo peraltro giustificata, alla quale non si può sottrarsi.

Negligenza, superficialità, buonismo retorico e salottiero, tolleranza, arrendevolezza, sofismi accademici, principi astratti ma non contestualizzati al presente: a questo “pensiero debole” dobbiamo larga parte dell’allarme crescente presso i cittadini, di una palese fragilità sistemica.

La depenalizzazione dei cd. “reati minori” ha abbassato la soglia della punibilità e alzato il termometro della paura, a fronte di una crescente propensione a delinquere vista la consapevolezza diffusa di impunità e mitezza delle pene. Per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri si è scelta la via della metabolizzazione dei piccoli reati nel tessuto sociale, con il risultato di importare nella vita quotidiana modelli di vita senza regole, banalizzando modalità comportamentali basate sulla violenza fisica e psicologica come tendenze da minimizzare: a cominciare dalla famiglia, poi nella scuola e nelle relazioni interpersonali. Quanto ai reati più gravi si è via via costruita una rete giuridica protettiva di garanzie, cavilli processuali, perdonismo, dietrologia giustificativa, sociologismo di maniera che hanno alimentato la disinvoltura nel pensare e realizzare atti criminali regolarmente conditi dal pentitismo postumo e da asserite incapacità di intendere e di volere.

Il processo breve è stato associato – ope legis – allo sconto di pena, quasi come se i reati fossero un fenomeno negoziabile, associato ad un abbuono preventivamente sancito, una sorta di “trattativa” anticipatamente istituzionalizzata.

Nella fase delle indagini e in quella istruttoria il fatto di avvalersi della facoltà di non rispondere statuisce – in fatto e in diritto- una pregiudiziale tattica dilatoria e una debolezza strutturale dell’autorità giudiziaria: le manette ai polsi alla fin fine le hanno più gli inquirenti che gli indagati.

Ascoltando gli echi di cronaca di delitti efferati ci si chiede come possa concedersi ad un indagato-indiziato di sottrarsi alle domande del magistrato inquirente, uno sbilanciamento evidente a favore della difesa nei confronti dell’accusa, anche per chi è stato colto con la pistola fumante in mano.

I tre gradi di giudizio dissolvono nel tempo crudeltà ed efferatezza di certi delitti, nella prolungata ricerca di attenuanti e nella sapiente disinvoltura nell’introdurre elementi digressivi e di contorno, cavilli formali e vizi procedurali che conducono spesso ad una attenuazione delle pene, allontanando l’immediatezza dei fatti quasi a renderli incerti e confusi, in una nebulosa di trame e spiegazioni diverse e contradditorie, dove le figure retoriche di stile e di eloquio soffocano la realtà, fino a paradossalmente eluderla come un corollario opinabile.

Il tema della prescrizione sta sollevando più di un dubbio etico e giuridico e crea incrinature nella stessa maggioranza: esso va affrontato in sede parlamentare ma con un robusto supporto tecnico sugli scenari ipotizzabili rispetto alle diverse soluzioni, rispondendo ad una domanda sociale di giustizia celere ma anche ad interrogativi morali rispetto a possibili assoluzioni di colpevoli e soprattutto di condanne di innocenti.

Sul diritto alla legittima difesa occorre un approfondimento che tenga conto delle situazioni prefigurabili: non si può restare inerti di fronte ad un’aggressione ma non si può armare un popolo intero.

Suggerirei un’analisi dell’esperienza americana dove – come ho avuto modo di analizzare nel saggio

“I minori e le armi: riflessioni pedagogiche” (Minori Giustizia ediz. Francesco Angeli) – al loro decimo compleanno ai ragazzi viene regalato il primo fucile.

Infine la disinvoltura nella concessione dei permessi di soggiorno anche a fronte di precedenti penali gravi.

Forse non tutti sanno che, fatte le debite proporzioni, ci sono più ingressi, poi stabilizzati, nel nostro Paese di quanti ne avvengano con gli sbarchi via mare. Specie attraverso la via del cd. art.31/D.lgs.vo 286/98, una previsione normativa che ormai in tutto il mondo conoscono essere – nella prassi concreta da esperire - una via facilitata ad entrare in Italia avvalendosi della mera presenza di figli minori, anzi nel loro “preminente se non esclusivo interesse”.

Nei ricorsi depositati c/o i tribunali minorili, competenti per questa fattispecie, la descrizione dei  pregressi di vita nei Paesi d’origine è ridotta al minimo sindacale, le motivazioni del trasferimento del luogo di vita generiche e non documentate, addirittura i precedenti penali dei genitori sono subordinati alla mera presenza fisica del minore sul territorio nazionale, per avvalorare la quale, anche di fronte a reati gravi, condanne e pregiudizi si attinge a piene mani alle Dichiarazioni degli organismi internazionali piuttosto che ai provvedimenti di espulsione dei Questori, sovente appellati ai TAR con motivazioni che eludono a piè pari il tema della permanenza sul territorio nazionale in rapporto alla sicurezza sociale.

Naturalmente la maggior parte dei richiedenti sono persone per bene, animate dalla volontà di dare un futuro alla famiglia e ai figli in particolare, desiderose di trovare un lavoro, una casa, di rispettare le regole, di integrarsi nel tessuto sociale che le accoglie.

Tuttavia crescono le eccezioni: casi viziati da pregiudizi d’origine, reati commessi, condotte estranee alla legalità, comportamenti illeciti.

Al tema ampiamente discusso della clandestinità si affianca da due decenni quello della legittimazione a vivere in Italia a favore di soggetti che hanno un domicilio fittizio, esercitano attività lavorative in nero o comunque prive di ogni forma di tutela, se non totalmente illegali e che – in assenza totale di un progetto di integrazione sociale chiaro e sostenibile- vanno ad incrementare le sacche di disagio e di condizioni di vita deprivate o ai margini della legalità che sono troppo spesso prodromiche alle più generali condizioni di insicurezza del nostro tempo.

 

 

 

 

* Giudice onorario TM Milano – già ispettore MIUR