Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Dazi: spezzare la catena di errori

Gianpaolo Rossini - 07.07.2018
Dazi doganali

Da dichiarazioni di questi giorni esponenti del governo italiano sembrano essere favorevoli all’adozione di dazi doganali sulle importazioni dell’Italia. Forse non guasta ricordare che non si possono introdurre limitazioni in entrata in Italia per beni e servizi di partners UE. Anche gli appalti pubblici (public procurement) devono essere aperti a tutti gli operatori continentali. Sono i fondamenti del Trattato di Roma del 1957 e del mercato unico europeo del 1993, caro agli inglesi che, conoscendone i benefici ed essendone stati i paladini, cercano di tenerselo stretto. In secondo luogo le norme doganali verso paesi terzi, fuori UE, sono federalizzate e non rientrano nella potestà dei governi nazionali. L’Italia da sola non può stabilire dazi sulle magliette della Cina. Lo può proporre solo la Commissione con l’approvazione del Consiglio in modo uniforme per l’intera UE. Insomma per le politiche protezionistiche de noantri che copiano Trump non c’è spazio.  Semmai ci dobbiamo chiedere come deve comportarsi la UE di fronte alle gabelle decise oltre atlantico e perché Washington abbia adottato politiche protezionistiche.  Il cruccio della amministrazione Usa è il persistente deficit commerciale con Europa e Cina. Dopo anni di disattenzione, soprattutto  in una Europa un po’ miope, Trump riporta alla ribalta della scena internazionale i conti con l’estero. Già Bush e Obama avevano manifestato più volte in colloqui internazionali bilaterali e multilaterali irritazione per i surplus di Europa e Cina non trovando né attenzione né disponibilità. In Europa, durante tre decenni di imperante filosofia di Maastricht, abbiamo snobbato i  nostri conti con l’estero. L’occhio è stato e rimane solo sui conti pubblici, di certo da tenere d’occhio soprattutto per i paesi meno virtuosi.  Ma nell’autunno 2008, all’indomani dello scoppio della crisi del debito privato negli Usa, il primo paese colpito e affondato dallo tsunami finanziario è l’Islanda. Ha un debito pubblico irrisorio (15% del Pil), ma ahimè un debito estero netto enorme pari a 3 volte il Pil. Nel 2011 Irlanda e Spagna, afflitti da grandi debiti con l’estero ma con conti pubblici più sani di quelli tedeschi sono inghiottiti nella crisi dei debiti sovrani. Le fondamenta di Maastricht scricchiolano. Molti economisti si scusano e strappano pagine  di libri di testo, Bibbie del sapere economico fino a qualche giorno prima. Nonostante questo in Europa nulla cambia. Tutti i paesi sono costretti ad adottare le stesse politiche fiscali restrittive indipendentemente dai loro conti con l’estero. E  questo è un guaio per noi e resto del mondo. Un po’ di decenni fa, quando il FMI era guardiano rispettato degli squilibri reali e finanziari occidentali,  un paese con surplus commerciale, se aveva cambio fisso,  doveva espandere la spesa interna, pubblica e privata, per ridurre il risparmio. Se aveva cambio  flessibile doveva rivalutare la moneta e risparmiare meno. Queste ricette avrebbero dovuto essere applicate anche in eurolandia.  Le abbiamo invece gettate puntando i fucili esclusivamente sui conti pubblici. Lo strabismo dell’area euro è frutto della  imperante ideologia economica di tre decenni fa e di un po’ di malafede di qualche membro di eurolandia. Oggi  per Washington tutto questo non è più accettabile. E allora che fare? Possiamo scegliere tra due strade. Mettere la sordina a Maastricht spingendo paesi in surplus commerciale e con conti pubblici buoni ad espandere la spesa pubblica cancellando obiettivi di debito pubblico al 60% del Pil o ancor peggio di deficit nullo,  vero pallino di politici, economisti e soprattutto di onnipresenti giuristi tedeschi. Oppure ingaggiamo una lunga guerra commerciale con gli USA. Si badi che la prima strada non apre possibilità in più per l’Italia sul fronte dei conti pubblici in quanto i nostri non sono buoni anche se sul versante commerciale abbiamo un surplus con l’estero che nel 2017 tocca il 3% del Pil (Germania è al 6%). Con la prima opzione l’Europa disinnesca una spirale protezionistica che provocherebbe esiti pesanti per tutti. Oltretutto l’Europa sul fronte commerciale non ha una storia proprio limpida e una coscienza immacolata in quanto abbiamo dazi e restrizioni verso paesi terzi spesso poco comprensibili. In più, diversamente dalla Cina che mette in atto ritorsioni, l’Europa ha un rapporto di alleanza con gli Usa. Se riteniamo che questo debba rimanere, pur con i distinguo e le differenze necessarie, occorre trovare strade per riavvicinare il nostri continenti con politiche coraggiose e innovative, che poi sono le stesse che il FMI ci prescriveva mezzo secolo fa.