Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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L’Italia cattiva del 52° rapporto Censis

Francesco Provinciali * - 22.12.2018
Rapporto Censis

Non è necessario ricorrere alla macro-analisi sociale o essere supportati da percentuali e algoritmi, per cogliere il senso della lettura pessimista sull’Italia di oggi data dal 52° rapporto Censis: basta aprire il portone di un condominio, magari una qualsiasi porta di casa (visto che la decadenza dai rapporti interpersonali comincia proprio dallo sgretolamento interno alla famiglia), andare a fare la spesa al supermercato, visitare un ambiente di lavoro, chiamare un call-center, entrare in una scuola.

Anche i comportamenti individuali e sociali hanno il loro rating di valutazione ed è pur vero – per analogia – che esiste uno spread che ci separa – nella nostra poliedrica e ubiquitaria quotidianità - dal concetto perduto di normalità su cui insiste da tempo il filosofo Diego Fusaro.

L’Italia, a partire dal 44° Rapporto Censis, risultava un Paese sfiduciato e con un gap sempre più aperto tra Paese reale e Paese legale, nel quale prevalevano demotivazione, ritorno al privato, assenza di un modello di sviluppo sociale, sfaldamento dei corpi intermedi delle istituzioni, assenza di risposte ai bisogni della gente.  La deriva negativa è continuata impietosa nella descrizione del più importante istituto di ricerca socio-economica del Paese, fondato e diretto da mezzo secolo da uno speciale lettore ed interprete della fenomenologia sociale, qual è il Professor Giuseppe De Rita, finissimo e attento osservatore capace di analisi dettagliate e documentate e di sintesi ermeneutico-interpretative efficaci ed originali, attraverso metafore ricche di suggestioni esplicative.

Se nel 51° Rapporto sullo stato del Paese si coglieva nel “rancore collettivo” lo stato d’animo prevalente, ora- nel 52° Rapporto – si assiste ad un peggioramento dei comportamenti più diffusi, una sorta di declassamento collettivo che porta il Censis ad individuare nella cattiveria, motivata in prevalenza dalla rabbia, il sentimento più diffuso nella società.

Una sorta di tutti-contro-tutti: dall’Italia senza spessore che non sa reagire, appiattita, economicamente fragile e incapace di ripartire, siamo passati ad una esacerbazione dei conflitti sempre meno latenti e sempre più evidenti, dove si colgono manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro.

Si conferma dunque un’onda di pulsioni sregolate, con comportamenti individuali orientati ad un egoismo autoreferenziale che sfocia in episodi di violenza familiare, nell’invidia, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e nella ricerca di esperienze che sfidano la morte, a cominciare purtroppo dalla generazione degli adolescenti, dove si allarga la platea dei ragazzi dediti al bere, all’uso delle droghe più svariate e pericolose, ai giochi estremi, dalla mercificazione del proprio corpo in cambio di oggetti o beni materiali, alla concezione della vita come valore effimero, che si può ben barattare con una bravata.

Si osserva una società indifferente, reattiva, insofferente, egoista, dove viene meno il valore della solidarietà, che difetta di gentilezza (un sentimento preso con diffidenza), che si disinteressa di compiti, doveri, responsabilità fino all’ignavia, intesa come “insopportazione degli altri”.

Conseguenza forse di un immaginario collettivo dove il virtuale prevale sul reale, mentre domande, risposte, spiegazioni si cercano nella rete e nelle suggestioni ed emulazioni collettive piuttosto che dentro di sé.

Il dato interessante è che cattiveria ed egoismo, invidia e insofferenza non sono (solo) innescati dall’alto, ad es. dalla politica, ma radicano negli strati più profondi del sentire comune, fino a parlare di “sovranismo psichico” come modalità di pensiero-azione che si è sedimentato nella mente degli italiani.

Ne sono causa le difficoltà economiche dilaganti, le povertà emergenti e quelle occulte, che producono disuguaglianze, rinunce, indebitamenti, mancanza di lavoro, rimpianto del benessere perduto, precarietà esistenziale fino a disegnare la mappatura di una nuova condizione antropologica regressiva, un ritorno al passato anche nel desiderio di realizzare e soddisfare prima i propri bisogni, nel chiudere le frontiere, nei respingimenti e nelle molteplici forme di solitudine, ora legate all’età, ora al censo.

In questa cornice il tema dell’immigrazione produce un aumento della domanda di sicurezza individuale e sociale generata da nuove presenze non sempre monitorate e integrate, un sentimento diffuso di diffidenza pervasiva, mentre le appartenenze ideologiche non funzionano più come discriminante, perché si registra una trasversalità di consensi alla richiesta di soluzioni drastiche (il 63% degli italiani non vede di buon occhio l’immigrazione dai Paesi non comunitari, il  75% la lega all’aumento della  criminalità, in molti criticano invece l’inglobamento nella Comunità europea di Paesi che esportano malavita e prostituzione).

Ciò vale anche rispetto alla fluttuazione dei consensi delle forze politiche, che subiscono il rancore montante verso le promesse fatte e non mantenute e prefigurano scenari instabili e scelte future imprevedibili e inesplorate, fino ad ipotizzare finanche un salto nel buio.

Non esiste più un patto sociale che prefiguri stabili riferimenti politici, l’economia è al palo, l’ascensore sociale è fermo al primo piano, nessuno appare in grado di premere il pulsante della risalita, si assiste attoniti ad  una crisi identitaria di posizionamento e di proiezione per gli anni a venire, la cui evidenza più marcata consiste in una sorta di conflitto generazionale latente, tra anziani che mantengono i giovani e giovani che contendono agli anziani il diritto di essere protagonisti dei propri destini.

Si nota un senso diffuso di diffidenza verso i miti, quasi il 50% degli italiani pensa che per diventare famoso si debba passare attraverso internet, le lunghe e tortuose strade dei sacrifici vissute dalle generazioni passate vengono considerate inutili perché azzerabili, giunti alla meta (della pensione, del mutuo casa, del metter su famiglia, per molti giovani persino dello studiare per costruirsi un futuro).

Negli ultimi dieci anni le separazioni coniugali sono aumentate di circa il 15 % mentre sono diminuiti del 20% i matrimoni: è entrato in crisi un modello di stabilità sociale, l’insicurezza economica non mette al riparo chi contrae un mutuo, si vedono più rischi e incertezze che buone notizie (il 35 % degli italiani è pessimista sul futuro). Solo una impennata delle opportunità di lavoro ci salverebbe ma di lavoro ce n’è sempre meno. Gira che ti rigira il problema principale è proprio questo.

 

 

 

 

* Giudice onorario presso il Tribunale dei Minori di Milano