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Parametri di Maastricht e contabilità nazionale

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 08.10.2015
Parametri Maastricht

Dall’inizio della recessione in atto la stampa e i politici discutono con frequenza ossessiva i celebri “parametri” sulla finanza pubblica stabiliti nel Trattato di Maastricht, interpretati da molti come dei vincoli astratti e inutili, che costringerebbero i popoli a una condizione economica svantaggiosa, la deprecata “austerità”.

 

In questa sede prescindiamo dall’analisi delle ragioni per le quali i parametri vengono criticati e ci limitiamo a osservare come le istituzioni pubbliche hanno reagito alla loro imposizione – evidentemente sgradita – modificando le modalità di calcolo dei dati statistici.

 

Ormai hanno rilievo solo due dei 5 parametri originari: il tasso di inflazione è irrilevante in quanto da anni ormai è (ovunque) stabilmente vicino allo 0; la quotazione della valuta nazionale non è irrilevante da quando le valute nazionali sono state sostituite dalla “moneta unica”; il tasso d’interesse nominale a lungo termine degli Stati è irrilevante dal momento che i tassi oggi non sono determinati dal mercato ma dagli acquisti delle banche centrali.

 

Prendiamo quindi in esame l’obbligo previsto per gli Stati membri dall’art. 104 C del trattato di “evitare disavanzi pubblici eccessivi”, sulla base dei due parametri fissati in detto articolo e nel Protocollo sulla procedura per i disavanzi eccessivi annesso al trattato:

— il 3 % per il rapporto fra il disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato

— il 60 % per il rapporto fra il debito pubblico e il prodotto interno lordo ai prezzi di mercato.

 

Il secondo parametro – la risultante dell’effetto cumulativo del primo – dovrebbe esprimere la “sostenibilità” del debito pubblico di un paese, vale a dire la capacità (effettiva) di pagare gli interessi e (teorica) di rimborsare – in un periodo non infinito – l’intero stock del debito delle P.A. Esso è stato inserito nei criteri di convergenza in quanto gli interessi e il capitale del debito possono essere pagati solo grazie al prelievo tributario sui residenti nel paese e il prelievo tributario possibile ha un limite nel reddito netto (più propriamente che nel prodotto interno al lordo degli ammortamenti o PIL): quindi nel reddito percepito da famiglie e imprese soggette al prelievo tributario.

 

Un livello elevato del rapporto debito/PIL indica la probabilità che i mercati, ai quali gli Stati si rivolgono per il collocamento dei titoli di debito pubblico di nuova emissione (necessari sia per il rimborso dei titoli in scadenza sia per il finanziamento dell’eventuale disavanzo) possano non sottoscrivere i titoli, mettendo lo Stato emittente in una posizione di “insolvenza”: il che – solitamente – comporta la necessità di ricorrere all’istituto di emissione affinché provveda, emettendo nuova moneta, a sottoscrivere direttamente i titoli rifiutati dal mercato. Soluzione, quest’ultima, non percorribile liberamente dallo Stato insolvente se, avendo aderito all’unione monetaria, ha ceduto la sovranità monetaria: in tal caso vi sarebbero solo due soluzioni: l’abbandono della moneta unica e il passaggio al corso forzoso di una valuta nazionale o il trasferimento di capitali dagli altri Stati membri per rimborsare il debito (vedi caso della Grecia). La prima soluzione implica l’introduzione di vincoli alla circolazione dei capitali e la non convertibilità della (nuova) valuta nazionale e quindi l’uscita anche dall’area di unione economica; la seconda (in teoria) è vietata dal trattato di Maastricht.

 

Il parametro aumenta e quindi peggiora se aumenta il numeratore (il debito pubblico o il disavanzo fiscale) e se diminuisce il denominatore (il PIL), mentre migliora nei due casi inversi. Come noto, data la difficoltà di far diminuire lo stock del debito pubblico (che, anzi, è aumentato), l’unico modo per far decrescere il rapporto è rappresentato dalla crescita del denominatore. Tuttavia, in presenza di una prolungata crisi economica mondiale, il PIL è diminuito. È qui che è intervenuta la politica contabile, con una modifica del modo di calcolare i dati.

 

A questo fine si sono prestate le nuove regole predisposte dall’UE, mediante un’operazione denominata “revisione del PIL”. In sostanza, l’operazione di revisione è consistita nel nuovo calcolo del PIL, in accordo con la nuova direttiva UE, passata da SEC 95 a SEC 2010. In base alle attuali regole SEC, nel PIL vengono stimati non solo i redditi dichiarati e quindi misurabili, ma anche (dal 1995) i redditi prodotti dall’economia “sommersa” e (dal 2010) dalle attività illegali (prostituzione e commercio di stupefacenti), nell’insieme l’«economia non direttamente osservata», secondo l’icastica definizione degli statistici.

 

L’operazione viene così spiegata dallo stesso ISTAT: «Se riduciamo un po’ il metro, non è che all’improvviso tutti cresciamo in altezza. Ma se avevamo deciso che tutti quelli sotto l’1,60 dovevano pagare pegno, un po’ di gente risparmierà qualcosa»; «Per effetto del cambiamento del “metro” (applicazione delle nuove regole europee e innovazioni tecniche introdotte dall’Istat circa la misurazione delle attività economiche), il Prodotto interno lordo dell’Italia per l’anno 2011 vale ora 59 miliardi in più. Da 1.579,9 a 1.638,9 miliardi di euro». E ancora: «poiché lo “stupido Patto” (aggettivo di Romano Prodi, che fu anche uno degli autori del sostantivo) punisce chi supera il rapporto del 3% tra deficit pubblico e Pil, e del 60% tra debito e Pil, l’aumento dei denominatori può aiutare a dare in via tecnica quella “flessibilità” che in via politica pare così difficile ottenere: per l’anno 2011, ha calcolato l’Istat, il rapporto tra deficit e Pil, grazie al nuovo calcolo del Pil, “migliora” di 0,2 punti percentuali»[1].

 

 

Ciò che lascia perplessi è l’utilizzazione nel rapporto debito/PIL di una misura del PIL che include redditi legali ma non fatturati e quelli non fatturati in quanto illegali, che pertanto non concorrono alle entrate tributarie dello Stato.

 

Quale significato può avere il rapporto fra il debito dello Stato e l’ammontare dei redditi che non versano alcun tributo? E quale significato l’inclusione nel rapporto pressione fiscale/PIL di redditi che sfuggono alla pressione fiscale medesima? Si potrebbe osservare che lo stesso calcolo viene applicato anche dagli altri paesi membri e che quindi i parametri così calcolati sono confrontabili fra loro. Ma non è così: nel caso della Germania, ad esempio, la prostituzione è legale e quindi concorre alle entrate tributarie e gli altri redditi illegali rappresentano solo lo 0,1% del PIL contro lo 0,9% dell’Italia. E lo stesso dicasi per le altre voci dell’economia sommersa, poiché l’economia sottofatturata rappresenta una percentuale più modesta del PIL.

 

Al momento della firma del trattato (febbraio 1992), con i relativi criteri di convergenza, l’Italia non rispettava i parametri. Il 25 marzo 1998, tuttavia, la Commissione europea pubblicò la propria raccomandazione sugli Stati membri che soddisfacevano i criteri di convergenza, fra i quali venne inclusa l’Italia, poi adottata dal Consiglio dell’UE. Il criterio nominale di convergenza relativo al debito pubblico per gli anni 1995-1997 e 1998 (previsione) indicava allora i seguenti valori[2]:

 

1995

1996

1997

1998

Debito/PIL (%)

124,2

124,0

121,6

118,1

Dunque, si assumeva un rapporto tendenziale in diminuzione dal 124% al 118% e si ritenne che il criterio di convergenza si stesse avvicinando “al valore di riferimento ad un ritmo soddisfacente” (il 60%).

 

Il governo italiano pubblica i dati sul criterio di convergenza sulla base dei nuovi metodi di calcolo, secondo la nuova direttiva SEC2010. Nel periodo 2010-2014 il peso dell’economia sommersa (inclusa quella illegale) ammonta a oltre 200 miliardi l’anno (circa il 12,5% del PIL). Se si considerasse solo l’economia osservabile (che concorre alle entrate tributarie) il parametro debito pubblico/PIL varierebbe (approssimativamente) come segue:

 

2010

2011

2012

2013

2014

Debito/PIL con sommerso (%)

      115

      116

      123

      129

      132

Debito/PIL senza sommerso (%)

      132

      133

      141

      147

      151

 

A nostro avviso i «veri» parametri sono i secondi, poiché riflettono la capacità di sostenere il debito con i redditi che contribuiscono alle entrate tributarie; mentre i primi sono frutto di un’operazione di «maquillage» contabile (come peraltro esplicitato dall’ISTAT stesso nelle pubblicazioni citate).

 

Attualmente il livello di indebitamento non rischia di aprire una crisi di default in quanto è aperto il «paracadute» degli acquisti mensili della Banca d’Italia su mandato della BCE. Ma un giorno il paracadute dovrà essere chiuso e le operazioni di «maquillage» non saranno sufficienti.



[1] Vedi ISTAT, “Pagina99.it”, del 10/9/2014, pag. 1-2. Vedi anche ISTAT, L’economia illegale nei conti nazionali. Audizione del Presidente dell’Istituto nazionale di statistica Giorgio Alleva. Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, Roma, 8 ottobre 2014; ISTAT, Il ricalcolo del Pil per l’anno 2011. Effetti delle nuove regole europee (Sec 2010) e delle innovazioni introdotte dall’Istat, «Nota informativa», settembre 2014; ISTAT, Pil e indebitamento AP. Prodotto interno lordo, indebitamento netto e saldo primario delle Amministrazioni pubbliche, Anni 2012-2014, «Statistiche Report», 2 marzo 2015; ISTAT, La misura dell’economia sommersa secondo le statistiche ufficiali Anni 2000-2008, «Statistiche in breve», 13 luglio 2010; ISTAT, I nuovi conti nazionali in SEC 2010. Innovazioni e ricostruzione delle serie storiche (1995-2013), «Nota Informativa», 6 ottobre 2014.

[2] Vedi Parlamento Europeo, Task Force sull’Unione Economica e Monetaria, Italia e UEM, Lussemburgo, 22 aprile 1998.

 

 

 

 

Professore Ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla “Sapienza” Università di Roma