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24 febbraio 2024
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Argomenti

Fasi politiche e durata dei governi

Luca Tentoni - 15.10.2016

In un precedente intervento su Mentepolitica (9 luglio 2016) si rilevava, andando alla ricerca di una definizione accettabile (non necessariamente esaustiva) di "governabilità", che "la durata in carica di un governo è una condizione per attuare una linea politica e può essere un fattore positivo se il progetto che anima i protagonisti della compagine ministeriale è chiaro e perseguito con capacità ed efficienza". Nell'analisi non si trascuravano i fattori istituzionali (la legge elettorale), politici (il sistema dei partiti), socio-economici e culturali "di contesto". Era stato rilevato, in quella occasione, che la durata di un Esecutivo non equivale automaticamente all'efficienza del suo operato: così come nella legislazione non conta il numero di leggi ma la qualità degli interventi normativi, anche nell'azione politica non è importante "tirare a campare" ma bisogna far fruttare nel migliore dei modi il tempo che si ha a disposizione per servire il Paese. In questa occasione, invece, passeremo rapidamente in rassegna alcune cifre riguardanti la durata dei governi della Repubblica (63 o 64, comprendendo anche il primo De Gasperi che nacque al tempo della monarchia ma restò in carica durante il referendum istituzionale e nei primi giorni dopo la partenza di Umberto II per l'esilio). Fra questi, 51 sono riconducibili alla "Prima Repubblica" (1946-1994) e 13 alla Seconda (dal 1994).  leggi tutto

La grande commedia

Paolo Pombeni - 12.10.2016

Non sta bene scrivere: noi l’avevamo detto. Ma è così. Quando si tramuta la politica in una commedia dell’arte, poi è difficile uscire dal ruolo che impone la maschera che si indossa. Arlecchino non può che essere un furbo bugiardo e Pantalone un vecchio avaro e brontolone.

La riunione della direzione PD ha risposto in pieno ai canoni di quelle rappresentazioni. Certo i giornalisti si danno da fare per cogliere qualche sfumatura, qualche impennata, qualche battuta fuori copione, ma alla fine il registro della musica resta quello di sempre. Renzi non poteva mollare, l’opposizione interna nemmeno, i pontieri non sapevano dove ancorare le loro passerelle.

La sostanza della situazione è che diventa sempre più chiaro che il 4 dicembre ci si aspetta di giocare un round decisivo nella partita fra gli orizzonti tradizionali e gli orizzonti nuovi della politica italiana. Non siamo tra quelli che pensano che i nuovi orizzonti siano di per sé orizzonti di gloria: quello si vedrà dopo, se quel round sarà vinto. Quel che appare difficile da contestare è che i difensori delle cittadelle tradizionali non riescono a produrre una visione attrattiva, perché alla fine devono solo propagandare l’arrivo di sventure ipotetiche, grandi o piccole che possano essere. leggi tutto

Referendum, il gioco delle somiglianze

Luca Tentoni - 08.10.2016

Il referendum costituzionale del 4 dicembre si avvicina, portando con sè polemiche e contrasti che difficilmente potranno essere superati nei mesi immediatamente successivi al voto. In questo nostro appuntamento con Mentepolitica, perciò, cerchiamo di proporvi qualcosa di più "lieve": non un'analisi politologica ma un semplice gioco, alla ricerca di somiglianze che forse non hanno attinenza fra loro e forse non spiegano nulla della mobilitazione elettorale in vista del 4 dicembre: speriamo tuttavia di fornire elementi per una riflessione. Partiamo dal sondaggio pubblicato dal "Corriere della Sera" il 3 ottobre, secondo il quale gli elettori disposti ad approvare la riforma costituzionale sarebbero pari al 23% degli aventi diritto al voto (circa 11,5 milioni), i contrari il 25% (12,5 milioni), gli indecisi l'8% e i non votanti il 44%. In proporzione sulle preferenze espresse, i "sì" avrebbero il 48%, i "no" il 52%. Altri sondaggi danno invece percentuali diverse (EMG: sì 46,7%, no 53,3%; Demopolis, sì 49,5%, no 50,5%; Ixè, sì 51,3%, no 48,7%) ma è un dato di fatto, in questo momento, che le due opzioni oscillino fra il 48 e il 52%: la campagna elettorale - ormai iniziata da mesi - non ha ancora spostato decisamente le preferenze degli italiani verso una delle due scelte. La rilevazione di Pagnoncelli evidenzia inoltre che le appartenenze di partito giocano molto a favore del voto al referendum: leggi tutto

La politica come gioco d’azzardo?

Paolo Pombeni - 05.10.2016

Imperversa la campagna sul referendum costituzionale e l’atmosfera si carica sempre più di tensione. L’affermazione secondo cui si vorrebbe discutere “nel merito” è una pura cortina fumogena, non solo perché di fatto in pochi la prendono sul serio, ma perché il merito, come si sarebbe detto una volta, è politico.

Detto in parole povere, a nessuno sfugge che il tema centrale finisce per essere lo scontro sulla disponibilità o meno del paese a scommettere su un cambiamento di stagione in termini di equilibri politici e sociali. Il nuovo ordinamento dei poteri proposto dalla riforma Renzi-Boschi segna un cambio di panorama: da un lato perché se approvato attiverebbe meccanismi di selezione della classe politica e di distribuzione dei poteri che costringeranno tutte le forze in campo a ristrutturarsi (inclusi Renzi e i suoi, anche se non sembrano rendersene pienamente conto); dal lato opposto perché l’eventuale bocciatura della riforma porterebbe con sé la delegittimazione di coloro che l’hanno promossa e sostenuta, e dunque una fase di ristrutturazione conservatrice del sistema.

E’ questa contingenza che rende così bollente la questione della legge elettorale. L’Italicum non ha di per sé quell’intima connessione che si immagina con la riforma, perché, tanto per cominciare, potrebbe persino dare la maggioranza parlamentare ad una componente come il M5S che con questa riforma non è affatto d’accordo. leggi tutto

Alla ricerca di un esito chiaro

Luca Tentoni - 01.10.2016

In settanta anni di storia, gli italiani sono stati chiamati una volta a scegliere fra Monarchia e Repubblica (1946) e per tre volte a decidere se confermare o respingere corposi progetti di riforma costituzionale: nel 2001 sul Titolo V, nel 2006 su una più profonda revisione della Seconda Parte della Carta, oggi su un progetto altrettanto vasto (in termini di articoli da modificare) che riguarda soprattutto il bicameralismo e (di nuovo) il Titolo V. Si tratta di consultazioni molto diverse fra loro per contesto storico, economico, sociale, politico e per il merito delle scelte affidate all'elettorato. Tuttavia il tratto in comune è costituito dall'importanza che l'innovazione potenziale o effettivamente attuata può avere sul quadro istituzionale. Il voto del 2 giugno 1946 fu senza il dubbio il più drammatico: la scelta fu preceduta e seguita da accese polemiche, accuse di brogli, incidenti di piazza (per fortuna non gravi). In quel caso, la Repubblica vinse col 54,27% dei voti contro il 45,73% della Monarchia: uno scarto di 8,54 punti percentuali che - visto oggi - potrebbe sembrare netto, tale da non lasciare spazio alle polemiche. Tuttavia, il numero delle schede bianche e nulle fu tirato in ballo per far tornare in gioco la Monarchia: inutilmente, perchè pur considerandole tutte come espressioni contrarie alla Repubblica, leggi tutto

Pronti per il grande scontro?

Paolo Pombeni - 28.09.2016

Come interpretare gli ultimi avvenimenti, Grillo che si reinsedia al vertice del suo movimento e Renzi che opta per il 4 dicembre come data per lo svolgimento del referendum? I due eventi sono collegati più di quel che sembra, perché rientrano nella strategia del “grande duello” che è quella che tutti pensano sia la più adatta per arrivare una buona volta a decidere chi comanderà in Italia nel prossimo decennio.

Il M5S punta sempre più a candidarsi come il magma da cui nascerà la nuova stagione politica. Per questo Grillo ha deciso che solo lui può rappresentarlo davanti all’opinione pubblica, che non è fatta principalmente dai suoi militanti che sono interessati a discutere delle regole e del “uno vale uno”, ma da quello che ritiene essere un misto di rabbia e di sconforto per una politica che non riesce a far tornare il paese ai fasti dei decenni che furono. A questa gente non serve presentare programmi realistici, che non soddisferebbero la loro voglia di sentirsi dire che tutto si potrebbe risolvere facilmente solo che ci fosse onestà e roba simile. Non è neppure necessario giustificare le modestissime performance dei grillini al potere, i pasticci di Roma, tanto sono disposti a credere che è tutto frutto della grande corruzione politica e del complotto cosmico in cui siamo invischiati. leggi tutto

Fra lotta e governo

Luca Tentoni - 24.09.2016

In una democrazia funzionante, tutti i soggetti politici dovrebbero partecipare alle elezioni per vincerle e governare. Tuttavia, in molti casi (presenti e passati) ciò non è possibile per la marginalità elettorale del partito, sul piano della collocazione o su quello del peso in termini di voti o, ancora, per la volontà degli altri di non allearsi (la conventio ad excludendum); oppure è impossibile per motivi nazionali o internazionali o per autoesclusione del partito dal "gioco delle alleanze"; o, ancora, potrebbe essere - per periodi di tempo più o meno limitati - non conveniente per lo stesso soggetto politico. Si può gareggiare per non governare, dunque, e persino perchè non si reputa opportuno farlo. Del resto, alcuni partiti o movimenti hanno ottenuto grandi risultati pur senza essere al governo: fra tutti, un esempio per il passato (i Radicali italiani, con i loro referendum e le battaglie che hanno caratterizzato una parte importante della storia nazionale) e uno attuale (l'UKIP di Farage che ha avviato un processo diventato poi più ampio ed è riuscito nel suo intento di spingere la Gran Bretagna a votare l'uscita dall'Unione europea) lo dimostrano. In un bel libro scritto da Jean-Yves Camus e Nicolas Lebourg ("Les droites extrêmes en Europe", ed. Seuil, 2015) uno spazio è dedicato anche ai partiti cosiddetti "populisti": leggi tutto

Una fase difficile

Paolo Pombeni - 21.09.2016

Il governo Renzi sta attraversando un periodo difficile. Con il clima generale è un bel problema, perché troppi puntano a farlo saltare, sebbene nessuno abbia chiaro in testa cosa fare dopo. La pericolosità della situazione sta proprio qui.

Il tema del referendum rimane caldo, anche se non si può dire che appassioni larghe fasce di opinione pubblica. I sostenitori delle due tesi si confrontano, ma la frammentazioni delle ragioni che supportano il sì come di quelle che supportano il no non contribuiscono a far maturare le opinioni. Dall’una e dall’altra parte si oscilla fra slogan populistici (bisogna tagliare le poltrone; la dittatura antidemocratica è alle porte) e ragionamenti complicati sul contenuto delle norme (il nuovo senato è o meno un autentico organo di rappresentazione dei territori?). Difficile in questo clima capire veramente cosa succederà nelle urne.

Ovviamente ciò incrementa il nervosismo tanto della maggioranza quanto delle opposizioni. L’andamento dell’economia che non è positivo non consente al governo di sfruttare l’argomento lanciato con troppo ottimismo della luce che si iniziava a vedere in fondo al tunnel, mentre sul versante opposto fornisce un’ottima occasione alle opposizioni per denunciare il fallimento di Renzi e dei suoi ministri. Il tutto sullo sfondo di una sessione di bilancio che inizierà fra poco leggi tutto

La "fluida stabilità" del mercato elettorale

Luca Tentoni - 17.09.2016

La presenza di più soggetti competitivi nel panorama politico nazionale rende il "mercato elettorale" ricco e sembra agevolare la "fluidificazione" di segmenti sociali e aree culturali e geografiche che un tempo risultavano del tutto impermeabili ad offerte diverse rispetto a quelle tradizionali. Non sono soltanto i partiti o movimenti nati o rinnovati negli ultimi anni ad avere più facilità nel conquistare posizioni in classi che sembravano patrimonio quasi esclusivo di certe parti politiche. C'è anche l'astensionismo: di gran lunga è la scelta più forte, quella che oggi sembra essere diventata il rifugio ultimo e sicuro per i delusi di tutte le tendenze e di ogni classe sociale. In questo quadro così "mobile", nel quale persino un raffronto fra i dati elettorali dei più recenti sondaggi e quelli del 2013 evidenzia scostamenti rilevanti per i singoli partiti (soprattutto nel centrodestra, dove il rapporto fra ex Pdl-Forza Italia e Lega è passato in tre anni da 21,6 a 4,1 per il partito di Berlusconi ad una sostanziale parità intorno a quota 12-14%) comincia però a farsi strada una possibile nuova tendenza. Si tratta di un fenomeno del quale ad oggi abbiamo solo flebili prove, ma che potrebbe avere un rapporto di causa/effetto con una possibile modifica dell'Italicum (l'eventuale passaggio dal premio di lista a quello di coalizione). leggi tutto

La lunga marcia?

Paolo Pombeni - 14.09.2016

Solo una decina di giorni fa tutti commentavano la nuova versione di Renzi passato da rottamatore a dialogante. Ora, dopo l’intervento di domenica, sembra che il presidente/segretario abbia ripreso pieno possesso delle armi della polemica politica. E’ una semplice oscillazione che risponde alle platee con cui si ha a che fare, per cui si fa polemica quando si devono scaldare le folle e si fa dialogo quando si deve acquisire credibilità davanti ai ceti sociali dirigenti?

Una spiegazione di questo tipo non è infondata, ma non dice tutta la verità. In un contesto in continuo movimento, la tentazione di inseguire le onde mutevoli della pubblica opinione è molto forte per qualsiasi leader politico. Aggiungiamoci che quando quel movimento è difficile da interpretare i leader cadono spesso prigionieri di schiere di cortigiani (pardon: adesso si chiamano spin doctor) che si contendono fra di loro i favori del capo criticando a vicenda i consigli dei loro concorrenti.

Adesso sembra dunque che prevalgano quelli che suggeriscono al premier che la battaglia per l’affermazione politica non si può vincere senza tornare a farne una questione di scelta fra angeli e diavoli. Renzi ha trovato in D’Alema la perfetta incarnazione per portare avanti questa dicotomia e non mancano quelli che intendono questa tattica come di derivazione berlusconiana. leggi tutto