Ultimo Aggiornamento:
15 luglio 2026
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Argomenti

Esercizi di leadership

Paolo Pombeni - 22.09.2015

La gestione di Renzi della direzione PD di ieri è stato un autentico esercizio di leadership. Ha infatti imposto il confronto su tematiche a lui favorevoli e ha costretto anche i suoi oppositori interni, ma soprattutto i meno caldi fra i suoi sostenitori, a scendere sul suo terreno. L’approvazione all’unanimità della sua relazione lo dimostra ampiamente.

A chi si aspettava una direzione incentrata sulla questione di come votare sul ddl Boschi, il segretario premier ha riservato una delusione. Ha detto chiaramente che quella tematica interessa poco, è roba buona da talk show su cui ha ironizzato ( ricordando che ormai anche la trentesima replica di Rambo che va in onda in contemporanea a talk show dove ci si accapiglia sulla riforma del senato li batte in termini di audience). Significativo che nessuno ha avuto il coraggio di smentirlo pubblicamente su questo punto, segno evidente che c’era consapevolezza che si trattava di una percezione realistica degli umori popolari. Questo ovviamente non significa automaticamente che un tema non sia importante se non eccita l’interesse del pubblico, ma certo in politica è un elemento di cui si deve tenere conto.

La sostanza è che Renzi ha inchiodato il partito a focalizzarsi su due temi: le questioni sociali (povertà, immigrazione, disoccupazione) e quelle economiche (interventi per sostenere la ripresa a cominciare dalla riduzione delle tasse). Questo gli ha consentito di incentrarsi sulla sua tipica narrativa: leggi tutto

L'analisi del sabato. Riforme, i dettagli contano

Luca Tentoni ° - 19.09.2015

Nel dibattito politico corrente, se un leader non vuole addentrarsi in dettagli che si potrebbero rivelare insidiosi ricorre ad un'espressione ormai di uso comune: "si tratta di tecnicalità". È un modo per far credere che si parla di minuzie da non spiegare al pubblico per non annoiarlo, mentre - si fa capire - la sostanza è altrove. Peccato che sovente proprio il particolare "tecnico" abbia un grande valore politico. L'attribuzione del premio dell'Italicum al partito o alla coalizione, per esempio, non è affatto un dettaglio: cambia completamente la natura e la struttura della competizione elettorale. Così come la disputa sulla preposizione contenuta nell'articolo 2 del ddl costituzionale cambiata dalla Camera e ora oggetto dello scontro in Senato, non è una banalità, anche se certamente ha molta minor rilevanza rispetto al nostro precedente esempio. Eppure, se basta un piccolo particolare per stravolgere l'impianto di una normativa, perché sottovalutarne l'importanza? In primo luogo, la risposta può essere rinvenuta nell’impostazione "generalista" di molti personaggi politici, che con alcuni temi non riescono ad avere (o non vogliono avere) troppa dimestichezza. In secondo luogo, perché si pensa che - in fin dei conti - sia la politica ad avere il primato sulla tecnica. In effetti, restando sul tema della legge elettorale, l'aiuto che di solito si chiede all’esperto consiste nel fargli cercare i meccanismi giusti per assicurare un determinato risultato. Quindi, la politica precede la tecnica e in certo senso la orienta, affidandole una sorta di "delega" entro un quadro ben limitato. leggi tutto

Gran Bretagna: turn left ?

Paolo Pombeni - 17.09.2015

Alla notizia dell’elezione di Corbyn alla guida del Labour Party mi sono ricordato di una vignetta che comparve al tempo della rottura della dissidenza di sinistra del Labour nel 1950-51. Ritraeva Bevan, Wilson, Tiratsoo vestiti da scolaretti che ad un incrocio si imbattevano nel classico cartello turn left (svoltare a sinistra). Anche allora prese piede la leggenda che si erano perse le elezioni del 1951 perché non si aveva avuto il coraggio di spingere la politica del governo laburista abbastanza a sinistra (il partito aveva preso più voti in termini assoluti, ma aveva vinto un minor numero di collegi rispetto ai conservatori).

Il risultato di allora fu che i conservatori arrivarono al potere e se lo tennero per tredici anni. “Tredici anni buttati via” dirà poi la propaganda di Wilson (nel frattempo divenuto molto più tiepido circa le sue antiche posizioni di sinistra) quando nell’ottobre 1964 riportò finalmente i laburisti al governo. Continuò così la serie degli spostamenti del Labour Party tra una posizione sostanzialmente centrista quando era al potere o aveva chance di andarci ed una orgogliosamente di sinistra alternativa quando quell’orizzonte era precluso: ricordarsi dei tempi del lungo regno della Thatcher, neppure scalfita dai furori ideologici di Michael Foot (che peraltro era un intellettuale di notevole spessore). Il pendolo riprese la sua corsa opposta con Blair e il “New Labour” rappresentò la rinnovata proposta di un partito di sinistra che voleva competere con i conservatori non come partito “sectional”, ma come partito della nazione. leggi tutto

Si sbloccherà la politica italiana?

Paolo Pombeni - 15.09.2015

La domanda più urgente che si pone in questo momento riguarda la possibilità di sblocco di una situazione politica che sta pericolosamente scivolando verso la palude. Naturalmente a parole tutti giurano che basterà un nulla per pacificare la situazione: peccato che ciascuno sia disposto a contribuire a quel nulla al prezzo dell’umiliazione dei propri avversari. E’ importante aggiungere che ciò avviene non per pura cattiveria, ma per la pessima gestione del confronto politico che ha contribuito ad ingessare tutto senza dare spazi di manovra. Lo si è detto e scritto in continuazione, ma fra poco si vedrà all’opera la gigantesca trappola in cui tutti hanno concorso ad infilarsi.

I termini della questione sono ormai noti e sono stati illustrati all’infinito. Avendo trasformato tutto in una sfida sull’elettività diretta del Senato, su un versante Renzi e i suoi debbono assicurarsi la vittoria con l’approvazione sostanziale della seconda camera come prodotto dei consigli regionali, mentre sul versante opposto la minoranza interna al PD deve ottenere che il senato sia espressione di un voto popolare diretto.

Perché le mediazioni sono di fatto difficilissime se non impossibili? Perché manca la materia del contendere: non ci sono veri interessi attorno a cui trovare una formula che faccia funzionare bene il nuovo senato, ma solo una lotta per il predominio della scena politica. Tutte le proposte di mediazione avanzate si sono infrante su un punto: ogni parte in campo ha detto,  benissimo, purché sia chiaro che con ciò abbiamo vinto noi. leggi tutto

La Repubblica nel limbo

Luca Tentoni ° - 12.09.2015

Nella discussione sulla riforma del Senato si è fatto spesso riferimento alla nuova legge elettorale, sia per l'effetto che il riassetto istituzionale e il meccanismo di trasformazione di voti in seggi potrebbero avere sul sistema, sia per la possibilità che alcuni "dettagli" dell'Italicum (i capilista bloccati, il premio alla lista, l'impossibilità di formare coalizioni fra il primo e l'eventuale secondo turno) servano da "merce di scambio" per ottenere un sollecito placet di Palazzo Madama al ddl costituzionale in esame. Così, quella legge elettorale che ora - teoricamente - dovrebbe riposare nel limbo di un'attuazione rinviata alla seconda metà del 2016, torna in primo piano nel dibattito politico, anche perchè più di qualcuno si è accorto che le scelte elettorali degli italiani sono molto mutevoli in questa fase. I meccanismi che un anno fa avrebbero potuto produrre esiti scontati, oggi non possono essere considerati tali da nessuno: il Pd pare allontanarsi dal 40% delle europee 2014; il centrodestra fatica a riorganizzarsi (non si sa se con o senza il Ncd, se con una guida salviniana o con un'intesa fra Berlusconi e il leader leghista che lasci al Cavaliere un ruolo limitato alla politica estera); il M5S sembra in lotta per il secondo posto, ma potrebbe rischiare di arrivare terzo se il centrodestra si riunisse recuperando una parte dei voti finiti nell'astensione. Ad oggi, insomma, le certezze sono diminuite. leggi tutto

La grande incognita

Paolo Pombeni - 10.09.2015

Sembra dunque che ci si avvii alla prova finale per capire se l’Italia è entrata irreversibilmente in una nuova fase, ma soprattutto in che termini questa si espliciterà. Certo la questione che fa da cartina di tornasole non è proprio di quelle di alto spessore politico: le diatribe sull’elettività del senato non sono una palestra di grande pensiero costituzionale, ma si vede che è destino (successe già così nei dibattiti alla Costituente).

La questione in campo è banalmente politica. Si vuole mettere alla prova la svolta che Renzi ha impresso al nostro sistema, svolta che peraltro si inserisce in tutto un movimento tellurico che va dallo spazio politico ormai stabilmente occupato dal M5S, alla svolta della destra populista di Salvini, al declino della proposta politica berlusconiana, che secondo alcuni verrà rilanciata da Della Valle e Passera, ma per ora non si sa se ciò sia plausibile. L’incognita che pesa sul nostro paese è nell’intrecciarsi di queste dinamiche, nessuna delle quali deve essere presa in considerazione sganciata dalle altre.

Sembra se ne stia accorgendo persino la minoranza dem che adesso propone a Renzi, neppur tanto fra le righe, una disponibilità a ricompattare i gruppi parlamentari (dicono “il partito” o “il nostro popolo”, ma quelle sono ormai definizioni vuote) in vista di non farsi travolgere dal coalizzarsi delle altre forze. Si tratta certo di una manovra in gran parte tattica per sfuggire al giudizio non esattamente benevolo che ricevono da gran parte dell’opinione pubblica, ma è innegabile che un certo fondamento ci sia. leggi tutto

L’autunno delle scadenze

Paolo Pombeni - 08.09.2015

Siamo alla ripresa autunnale e ci si aspetta che i nodi vengano al pettine. Illudersi che una polemica sull’assistenza ai migranti possa cancellare i due nodi che incombono è vano: Salvini dovrebbe tenere conto che la svolta della Merkel (e dell’Austria) ha mutato la geografia dei sentimenti istintivi della gente, perché l’esempio tedesco pesa sull’opinione pubblica non pregiudizialmente orientata agli egoismi (esiste ovviamente anche quella, ma, per ora, è lontana dall’essere maggioritaria). Renzi dunque su questo terreno vince facile, anche perché lì le opposizioni interne al suo partito non trovano spazio.

Tuttavia, come si diceva, i nodi sono altri, perché l’andamento del fenomeno migratorio non dipende da noi e la spaccatura interna all’Unione Europea rafforza al momento la posizione dell’Italia. La prima questione è la riforma del Senato, non per il suo contenuto, ma per la portata simbolica che ha assunto. La cosiddetta sinistra dem non intende demordere (e del resto con lo spazio mediatico che ottiene grazie a queste impuntature, perché dovrebbe?) e le opposizioni esterne non possono far la figura dei soccorritori di un Renzi che non ha alcuna intenzione di riconoscere dei debiti nei loro confronti.

La maggior parte degli osservatori scommette che si tratti di una sceneggiata che non si concluderà con una crisi della legislatura: si pensa che quelli interessati ad una soluzione così traumatica non siano in numero sufficiente per raggiungere l’obiettivo. leggi tutto

L'analisi del sabato. L’incognita centrista

Luca Tentoni * - 05.09.2015

Si parla pochissimo del ruolo dei raggruppamenti centristi, eppure è grazie a loro che Renzi è a Palazzo Chigi e può permettersi di avere una larga maggioranza a Montecitorio e una - più risicata, ma dipende molto dalla minoranza Pd - a Palazzo Madama. Sul piano elettorale, il peso di Area Popolare-Alleanza popolare (Udc e Ndc) è pari a circa un decimo di quello del Pd, secondo molti sondaggi. Tuttavia, i voti di Casini e Alfano potrebbero essere decisivi non solo per il prosieguo della legislatura in corso, ma per l'esito delle prossime elezioni politiche. Se i rapporti di forza fra il Pd e le variegate componenti del centrodestra rimanessero all'incirca quelli delle regionali del maggio scorso, ci sarebbe da attendersi un ballottaggio fra il partito di Renzi e una "lista omnibus" da Alfano alla Meloni (passando per Berlusconi e Salvini). La collocazione futura del Ncd in particolare, tuttavia, non è affatto certa. Si discute, in queste settimane, se trasformare i gruppi centristi in una sorta di "nuova Margherita" alleata col Pd o se considerare questa esperienza di governo come eccezionale e transitoria, in vista del "ritorno all'ovile" in un centrodestra che non solo non è ancora in costruzione, ma neppure in stato avanzato di progettazione. C'è poi chi non disdegnerebbe di ripetere quanto già fatto dall'Udc nel 2008 e nel 2013 (in quest'ultimo caso, con Monti) cioè di correre da soli alle prossime elezioni, sperando di raccogliere i voti di chi è lontano da Renzi ma non è disposto a dare il proprio consenso ad un eventuale "listone" a trazione salviniana. leggi tutto

Veri e falsi problemi

Paolo Pombeni - 03.09.2015

Col Parlamento chiuso la politica continua a funzionare, perché i problemi, veri o falsi che siano, non vanno in vacanza. Quelli veramente seri sono due, e cioè la gestione dell’emergenza migranti e la preparazione della manovra economica. Quello sempre meno serio è la battaglia tutta ideologica sulla riforma del Senato.

Per sbarazzarci subito di questa questione, ci permettiamo di ricordare a tutti quelli che vedono nell’abbandono di un Senato ad elezione diretta un vulnus mortale alla democrazia e alla costituzione, che la prima proposta che nella Commissione per la stesura della nostra Carta (la cosiddetta Commissione dei 75) tenne banco sino a fine gennaio 1947 era quella di un Senato eletto per un terzo dai Consigli regionali e per due terzi dai Consigli comunali (dunque con elezione indiretta). Quelli che allora sostennero o non si opposero a questa impostazione (si andava da Mortati ad Einaudi tanto per citare due nomi) erano degli sciocchi che non si rendevano conto dei rischi che avrebbe corso la democrazia? Ci si obietterà che allora non c’era l’Italicum, le regioni dovevano ancora essere costituite e via dicendo, ma i problemi di incertezza circa il futuro del nostro sistema politico non erano minori di oggi. leggi tutto

Crisi cinese: solo un temporale d’estate?

Gianpaolo Rossini - 01.09.2015

Ai pessimisti sull’economia globale non mancano le occasioni. Dopo la crisi greca arriva quella cinese con borse mondiali sulle montagne russe e scosse sui tassi di cambio delle valute principali. Per gli ottimisti è solo un temporale d’estate quello che ha fatto scendere la borsa di Shangai da 5200 del 6 giugno a 3000 di questi giorni perdendo quasi la metà del suo valore in soli 2 mesi e riportando le quotazioni a dicembre 2014.

Dal 1980 il reddito procapite in Cina è decuplicato, correndo ad un ritmo annuale medio di quasi il 7%. Uno sviluppo così lungo e veloce è un evento storico quasi unico. Che però inesorabilmente deve fare i conti con i ritmi che un paese può sostenere sul lungo periodo. Con crescita zero della popolazione, la Cina dovrebbe convergere in pochi anni verso un tasso di crescita del PIL intorno al 2%, ovvero l’obiettivo dell’Europa. Negli Usa con popolazione che sale quasi dell’ 1% all’anno il numero magico è 3%. Dall’inizio 2015 le autorità cinesi hanno fatto intendere che la corsa nel 2015 si sarebbe “ridotta” al 7%, cifra edulcorata da statistiche compiacenti. Ma come far digerire al cinese medio che nei prossimi anni la corsa non potrà essere più quella degli anni scorsi?

In Cina è difficile. In un paese democratico si può. Ma costa caro ai partiti che hanno governato lo sviluppo impetuoso. E’ accaduto in Italia dopo un ventennio di crescita “cinese” il naturale rallentamento negli anni 60 del secolo scorso ha significato uno spostamento dell’asse politico e governativo. leggi tutto