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15 luglio 2026
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Argomenti

La "finestra elettorale" del 2017

Luca Tentoni - 30.01.2016

Il referendum confermativo costituzionale previsto per il prossimo ottobre potrebbe accelerare la conclusione della legislatura. Allora, infatti, le Camere avranno appena quindici mesi di "vita" residua, perchè nel 2013 si è votato a febbraio. L'eventualità che gli italiani siano chiamati alle urne per le elezioni politiche già nella tarda primavera del 2017 (maggio-giugno) diventa la più probabile, anche perchè, in fondo, si tratterebbe di un anticipo di 8 mesi sulla scadenza naturale. Inoltre, votando nel 2018, la necessità di sovrapporre parte della campagna elettorale con il dibattito sulla Legge di stabilità (per di più, con un Senato che - se passasse la revisione costituzionale - potrebbe diventare ingovernabile, a poche settimane dal "liberi tutti") renderebbe complessa la gestione degli ultimi mesi di legislatura. Così, molti indizi sembrano condurci verso il possibile anticipo del voto al 2017. Il più importante è il referendum confermativo, vero snodo politico della legislatura. Qui abbiamo due possibili conseguenze: una politica, l'altra in parte anche tecnica. La prima è data dal fatto che - per ammissione dello stesso Renzi - la consultazione finirà per diventare anche un giudizio sul presidente del Consiglio. In modo simile a D'Alema nel 2000 (elezioni regionali) e Craxi nel 1985 (referendum sulla "scala mobile"), anzi con maggior forza, il leader del Pd ha affermato che in caso di sconfitta abbandonerà il campo. In altre parole, se dalle urne uscisse un "no" alla riforma costituzionale, il governo si dimetterebbe. leggi tutto

Una politica ancora sospesa

Paolo Pombeni - 28.01.2016

A guardare un po’ di fretta le cronache sembrerebbe una stagione politica piena di fibrillazioni che possono dare il via a cambiamenti. In realtà, almeno a nostro parere, siamo davanti ad una fase in cui si alzano molti polveroni per eludere alcuni temi di fondo che non si sa bene come affrontare.

A parte lo show della mozione di sfiducia al governo il cui esito è abbastanza scontato, questioni come la legge sulle unioni civili, o quelle legate agli scandali bancari, o la polemichetta sulla nomina di Carrai a consulente del governo, o il tema della ipotetica nuova maggioranza con Verdini e soci, non sono destinate a mettere in questione il governo.

Farlo seriamente richiederebbe immaginare una soluzione alternativa vuoi sul piano delle maggioranze parlamentari, vuoi su quello della credibilità dell’alternativa rispetto ai grandi problemi che si affacciano all’orizzonte. Basta elencarli per capire.

Se ne parla poco, ma la questione libica è davanti a noi come un incubo. Quando in quel paese si arriverà a uno straccio di governo con riconoscimento ONU che sia in grado di coprire un intervento militare esterno contro l’Isis, l’Italia difficilmente potrà restare fuori della partita e non sarà una missione facile. Del resto il nostro interesse ad una stabilizzazione della Libia è evidente a tutti, leggi tutto

Prezzi del petrolio in discesa: opportunità e rischi

Gianpaolo Rossini - 26.01.2016

Un piccolo rimbalzo del prezzo del petrolio da 27 a 32 dollari tra venerdì 22 gennaio e inizio settimana non  altera molto la condizione dei mercati dell’oro nero che hanno visto le quotazioni scendere dai quasi 110 dollari a barile toccati nel 2012-4 ai livelli del 1979. Come cambiano le prospettive dell’economia mondiale con un prezzo del petrolio tornato ai livelli di quasi 40 anni fa? Chi ci guadagna? Chi ci perde? E come saranno i prezzi nel futuro prossimo?

Iniziamo dall’ultima questione osservando che dal 2008 il consumo di petrolio nel mondo è cresciuto ad un misero tasso annuo dello 0.5%. Dal 2000 l’energia prodotta con le rinnovabili è cresciuta circa 15-16 volte e quella idroelettrica dal 2010 ha compensato con la sua salita la lenta discesa di quella nucleare. Le proiezioni dei consumi per i prossimi 15 anni, per quanto veritiere, ci danno tassi di crescita annuali del consumo di petrolio attorno allo 0.4%. A fronte di nuovi giacimenti scoperti soprattutto in Africa, produzione Usa di shale oil e ripresa estrazione in Iran le previsione di prezzi, a meno di conflitti di larghe proporzioni, sono piatte se non cedenti.

Per capire invece gli effetti del basso prezzo dell’energia, occorre muoversi per grandi aree. Nei paesi produttori del golfo persico le entrate fiscali provengono in gran parte dalle royalty su petrolio e gas esportati. Ad esempio, nel sultanato dell’Oman, petrolio e gas fanno il 72% del bilancio pubblico. leggi tutto

La campagna elettorale

Luca Tentoni - 23.01.2016

Nell'analisi delle dinamiche politiche e sociali, i sondaggi hanno un ruolo importante, se valutati con criterio. Purtroppo l'uso che mezzi di comunicazione, classe politica e opinione pubblica fanno di solito dei dati è simile all'approccio verso gli oroscopi. Eppure i sondaggi non hanno alcun valore di previsione: con un margine d'errore determinato dall'ampiezza del campione cercano di individuare una tendenza, considerando che il giorno della rilevazione non è quello del voto e che persino negli exit-poll della giornata di votazione ci possono essere molti fattori (la reticenza dell'intervistato, la "desiderabilità sociale" di certe risposte rispetto ad altre, il contesto nel quale si svolge la consultazione popolare) tali da rendere più difficile "proiettare nell'urna" il responso di un'indagine di questo tipo. Come spiega bene Nando Pagnoncelli nel suo recente "Le mutazioni del signor Rossi", "non v'è dubbio che negli ultimi anni, soprattutto nelle situazioni di incertezza, le aspettative di precisione delle previsioni siano significativamente aumentate" ma "ciò che fa riflettere riguarda il vero e proprio cambiamento della funzione d'uso del sondaggio, della sua destinazione, dei suoi obiettivi: non è più solo uno strumento di conoscenza e analisi dell'elettorato, utile per capire il contesto, ma è sempre più strumento di previsione e comunicazione politica, indirizzata a un'opinione pubblica disorientata e a un elettorato sempre più mobile e bersagliato da milioni di informazioni". leggi tutto

Renzi e il rischio Europa

Paolo Pombeni - 21.01.2016

Davvero l’Italia rischia di ritrovarsi come nel 2011 con un governo, allora Berlusconi, oggi Renzi, che i partner europei hanno interesse a far saltare perché giudicato inaffidabile? Non mancano nelle analisi che circolano sui media inclinazioni a prendere per buono questo scenario. Il presidente del consiglio non è fatto per attrarre le simpatie dei circuiti della “critica politica”: troppo sicuro di sé, troppo poco incline ad elargire apprezzamenti a questi ambienti, troppo guascone nel condurre la polemica politica. Non sono certo virtù e forse qualche esame di coscienza Renzi dovrebbe imparare a farselo, ma non è neppure vero che per queste motivazioni si debba dar ragione agli attuali avversari dell’Italia.

Il nostro presidente del consiglio non sbaglia del tutto quando afferma che dà fastidio un’Italia che pretende di contare. In tutti i circuiti politici i ruoli tradizionali tendono ad essere più o meno fissi: alla Gran Bretagna si permettono atteggiamenti critici ben più pesanti di quelli italiani, ma viene accreditata a priori di essere più legittimata a farlo perché ha un sistema stimato a priori come serio e affidabile. Noi no. Inutile girarci intorno: per anni il nostro paese è stato valutato come qualcosa di poco serio, privo di una burocrazia veramente all’altezza, con una classe dirigente poco colta e scarsamente competente. leggi tutto

Anche per Renzi gli esami non finiscono mai?

Paolo Pombeni - 19.01.2016

La navigazione di un governo raramente è tranquilla, ma quella che si appresta ad affrontare il governo Renzi è particolarmente agitata. L’ultimo passaggio della riforma costituzionale al Senato (poi ce ne sarà in aprile un altro alla Camera) non dovrebbe presentare grandi problemi, ma visto il clima di fibrillazione un po’ di “rumore” ce lo si può aspettare. E’ vero che al momento le critiche alla riforma Boschi non sembrano appassionare molto l’opinione pubblica, ma al momento non è lei che vota, sono i rappresentanti di una classe politica in cui non mancano inquietudini.

Più complicati sono i contenziosi che riguardano i nostri rapporti con l’Unione Europea e soprattutto la vicenda della legge Cirinnà sulle unioni civili. Sono due temi assai distanti fra loro, ma entrambi hanno potenziali ricadute disgregatrici sugli equilibri di governo.

Il contenzioso con la UE viene interpretato come una mossa di Renzi per non perdere il contatto con le quote di elettorato ormai decisamente critiche verso Bruxelles, evitando di lasciarle in pasto ai populismi dei Salvini e dei Grillo. Tuttavia andrebbe ricordato che nel sistema che legittima un governo non c’è da tenere conto solo degli elettori potenziali, ma anche di cosa pensano i ceti dirigenti del proprio paese e quelli dei nostri partner. Qui non è detto che la decisione del premier di ingaggiare battaglie di visibilità venga accolta così positivamente. leggi tutto

Il legame sistemico fra monocameralismo e Italicum

Luca Tentoni - 16.01.2016

L'approvazione, da parte della Camera dei deputati, del disegno di legge costituzionale che riforma, fra l'altro, il bicameralismo e il Titolo V della Carta repubblicana, sollecita un approfondimento di riflessione sul rapporto fra il rinnovato (o rinnovabile, a seconda dell'esito del referendum confermativo di ottobre-novembre) quadro istituzionale e la nuova legge elettorale (l'Italicum, che entrerà in vigore a luglio). In precedenti occasioni ("La battaglia sull'Italicum", 31 ottobre 2015; "Italicum e referendum, la posta in gioco", 29 dicembre 2015) abbiamo avuto modo di sottolineare su Mentepolitica che l'Italicum può rafforzare gli effetti della revisione costituzionale: è in grado di assicurare un po' più della maggioranza assoluta dei seggi di Montecitorio al partito che vincerà (con almeno il 40% dei voti) al primo turno o (con la metà più uno dei voti validi) al ballottaggio fra le prime due liste classificate. Eliminando la differenza non marginale che esiste oggi fra gli elettorati di Camera (comprendente tutti i maggiorenni) e Senato (limitato a chi ha compiuto 25 anni) e la stessa articolazione terroriale della legge per Palazzo Madama (la quale ha dovuto pur sempre tener conto dell'elezione "su base regionale", mentre per Montecitorio il premio - quando c'è stato - è sempre stato nazionale, anche con la legge 148 del 1953, definita dagli oppositori “legge truffa”) e togliendo ai senatori il potere di concedere e negare la fiducia al Governo (senza contare che la gran parte della legislazione sarà affidata ai deputati e passerà per eventuali "richiami" non decisivi in Senato), leggi tutto

La politica della caciara

Paolo Pombeni - 14.01.2016

L’espressione romanesca del “buttare tutto in caciara” è entrata nel lessico comune e sta diventando una specie di definizione tecnica per descrivere le attuali strategie politiche di più o meno tutte le forze politiche.

Facciamo un piccolo elenco. Iniziamo con la questione delle banche in cui è sotto attacco il governo per il coinvolgimento nel crack di una di esse del padre della ministro Boschi. E’ un argomento polemico usato senza remore da tutte le opposizioni a cui corrisponde una difesa confusa da parte del governo. Le opposizioni denunciano favoritismi che davvero non si vedono, ma la risposta di Renzi e Boschi è poco efficace: certo la responsabilità penale è personale e nessuno deve dimettersi se un parente è coinvolto in una inchiesta giudiziaria, ma una prassi pubblica rigorosa dovrebbe imporre di astenersi dal difenderlo come fa la Boschi (comprensibile affetto di figlia, ma poco comprensibile presa di posizione di un esponente di governo che difende quello che appare, nel migliore dei casi, come un banchiere poco competente che si è fatto coinvolgere in un pasticcio più grande di lui).

Per rispondere a questa “caciara” ecco che si immaginano due rimedi piuttosto discutibili. Il primo è cavalcare l’ipotesi (perché al momento non c’è di più) di una commissione parlamentare d’inchiesta sul nostro sistema bancario. leggi tutto

La campagna d’inverno

Paolo Pombeni - 12.01.2016

Renzi incassa il risultato che gli serve per avviare la fase due del suo progetto politico: la riforma costituzionale, croce e delizia della politica italiana praticamente dal giorno dopo l’approvazione della nostra Carta a fine 1947, è arrivata in dirittura d’arrivo. Approvata in seconda lettura da Camera e Senato non può più essere modificata se non al prezzo di far saltare tutto: la riforma costituzionale e anche il governo Renzi e tutto ciò che questo ha significato e significa.

Per questa ragione la ratifica in terza lettura, quando sarà possibile solo votare sì o no al testo così com’è, avrà un esito scontato, a meno che non mutino le condizioni generali del quadro politico. Alle condizioni attuali è quasi impossibile, ma in politica le condizioni potrebbero imprevedibilmente anche cambiare in modo significativo ed allora tutto diventerebbe possibile.

In verità il premier conta sul fatto banale che a nessuno conviene far saltare il banco in questo modo, quando ci sono due occasioni molto più ghiotte (e più sicure) per farlo. Se fosse una Camera a respingere nella nuova lettura il testo oggi approvato difficilmente ci si sottrarrebbe all’accusa di essere nelle mani di una classe politica irresponsabile che per i suoi giochetti interni non esita a precipitare il paese in una crisi. Se invece il testo attuale fosse bocciato nel referendum confermativo, leggi tutto

La crisi dell’Unione Europea

Paolo Pombeni - 07.01.2016

Da cosa dipende la crisi dell’Unione Europea? La domanda dovrebbe essere di quelle che inquietano, mentre invece l’impressione è che in fondo il tema, almeno a livello di opinione pubblica generale, non susciti particolare interesse. Del resto è da mesi che si registrano insoddisfazioni circa l’incapacità della Ue di affrontare in maniera decisa problemi sia di politica internazionale che di politica interna.

Lo sfarinarsi del tanto proclamato e lodato (ai bei tempi) “spirito comunitario” è sotto gli occhi di tutti. L’apertura ad Est che era stata avviata con grandi speranze e conseguenti proclamazioni di svolte epocali si sta rivelando una fonte di erosione di quella che si riteneva fosse la grande tradizione comune dell’europeismo. Diritti fondamentali, libertà storiche come quella di stampa, rigore nell’amministrazione pubblica sono dimensioni che non hanno trovato terreno molto fertile nei paesi un tempo satelliti dell’URSS. Era comprensibile che il passaggio da un regime assolutistico di partito unico ad una democrazia evoluta non sarebbe stato una passeggiata, ma le difficoltà sono state sottovalutate, convinti che bastassero l’egemonia dell’Europa occidentale e l’offerta di una partecipazione al nuovo benessere per convertire società che evidentemente avevano problemi interni nello sviluppo di un certo contesto politico.

Così non è stato, anche perché ben presto l’Europa occidentale non ha avuto più molto da offrire a causa di una crisi economica di dimensioni non previste. leggi tutto