Ultimo Aggiornamento:
15 luglio 2026
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

La strategia del Renzi 2

Paolo Pombeni - 28.07.2015

Il presidente del Consiglio non molla, neppure in vista della pausa d’agosto. Sente che intorno a lui molti stanno lavorando per indebolirlo, anche se pochi pensano veramente che sia possibile sostituirlo (per mancanza di alternative credibili). Renzi però sa che indebolito non può restare al governo, perché la figura che si è cucito addosso non prevede quel ruolo.

Dunque avanti con le riforme, anche se la strategia che le prevede non è senza rischi. In complesso il presidente-segretario è alle prese con tre tipi di riforme. Il primo tipo è quello classico delle riforme cosiddette di struttura e contempla la conclusione del progetto di riforma del senato. E’ il terreno che scalda meno l’opinione pubblica e preoccupa di più i professionisti della politica (in fondo i posti che abolisce sono i loro). Si tratta di un terreno difficile sul quale ci si muove di fatto in maniera incerta: in fondo c’è una disponibilità al negoziato con i dissidenti, purché non esagerino nelle loro richieste.

Il secondo tipo sono le riforme per così dire “di governo”. Lo è stata la riforma della scuola, a cui però per diventare veramente esecutiva sembra manchino almeno una ventina di procedimenti attuativi di varia natura. Ma possono partire le assunzioni di personale e questa è una buona mossa per guadagnare consenso. leggi tutto

Il “doppio binario” della politica che serve alla democrazia

Luca Tentoni * - 25.07.2015

Il dibattito politico nazionale ruota ormai completamente intorno a due temi: l'economia (tasse, euro, lavoro) in primo piano e l'immigrazione in secondo. Il resto, riforme istituzionali comprese, può essere importante sul piano oggettivo ma - in una competizione che è ormai quasi solo mediatica - assume un rilievo marginale per molti. Il peso elettorale ed emotivo dei due argomenti maggiori finisce per caratterizzare le forze politiche quasi soltanto in base alle risposte che danno in materia. Risposte che sono a loro volta influenzate da contingenze (economiche, sociali, elettorali) molto "volatili". Sintomo di una fluidità che tende ad esasperarsi, per esempio, nel continuo mutamento di numero e consistenza dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. Abbiamo un elettorato mobile, che - se non supera "steccati" tradizionali - ha però imparato a rifugiarsi (spesso e volentieri) nell'astensione; attraversiamo (in parte subiamo) una congiuntura economica che può essere agevolata o frenata da dinamiche interne, ma che risente molto di fattori esterni (non solo la crisi greca: si pensi al ruolo determinante che ha avuto la politica di Draghi in favore della diminuzione dei tassi e dell'alleggerimento del servizio del nostro debito pubblico); siamo in presenza di tensioni internazionali di diverso genere (migrazioni, conflitti, terrorismo). Sono tutti elementi di incertezza, quelli appena accennati, che dimostrano come sia difficile il compito di tenere assieme il tessuto politico, sociale, economico del Paese. Ancor più complesso, in questo quadro, è il ruolo di una politica che non abbia solo la modesta ambizione di recuperare un po' di affluenza alle urne, ma voglia soprattutto ricreare le condizioni per lo sviluppo di uno "spirito repubblicano" condiviso e fondante. leggi tutto

Le tasse sono di sinistra?

Paolo Pombeni - 23.07.2015

Potrebbe essere la solita polemica da ombrellone quella innescata dalle parole di Renzi per smentire che il PD e la sinistra siano il partito delle tasse. Il fatto che la sinistra antirenziana, interna ed esterna, sia subito intervenuta a raccoglierla ci fa però pensare che qualche riflessione al proposito possa avere una sua utilità.

Il tema ha una sua radice storica. L’incremento della tassazione è in buona parte avvenuto fra fine Ottocento ed inizi Novecento per finanziare lo sviluppo dello stato assistenziale. In Gran Bretagna, i conservatori che avversavano queste misure allora sostenute dai liberali proclamavano che ciò stava avvenendo perché l’allargamento dell’elettorato aveva portato in parlamento i rappresentanti delle classi popolari che spingevano per allargare una spesa pubblica che portava vantaggi a loro mentre i costi ricadevano non su di essi, ma solo sulla parte abbiente della popolazione. Insomma far decidere a questa gente la spesa pubblica era “come nominare il gatto guardiano della ciotola del latte”.

Fatte le debite proporzioni e i conseguenti distinguo, l’origine del binomio sinistra eguale incremento della tassazione è qui. La sinistra vuole uno “stato sociale” che ovviamente costa e deve chiedere i soldi ai contribuenti. Più stato sociale significa più tasse.

Anche una parte non piccola della sinistra ha introitato questo atteggiamento e dunque ritiene che abbassare le tasse significhi semplicemente tagliare lo stato sociale. Poi magari va addirittura oltre e pensa che lo stato sociale vada sempre più allargato e che dunque non si debba avere paura ad imporre nuove tasse. leggi tutto

Renzi 2, la vendetta?

Paolo Pombeni - 21.07.2015

Perdonateci il titolo pop, ma la battuta circola e in effetti esprime una certa sorpresa per l’accelerazione che Renzi ha impresso ad una fase politica che rischiava di eroderne la leadership. Difficile negare che l’intervento all’assemblea nazionale del suo partito abbia un forte valore simbolico: significa che il segretario vuole riprendere in mano quello che è il suo punto debole e verificare se “la ditta” ha davvero la forza se non per disarcionarlo, per scavargli giorno dopo giorno la terra sotto i piedi.

La strategia che Renzi ha messo in campo è di quelle da sfida finale. Innanzitutto ha lanciato un programma che arriva fino al 2018, fine naturale della legislatura. Siccome è basato su proposte precise e non su generici impegni, chi lo farà saltare prima si assumerà la responsabilità di impedire che le riforme annunciate vadano in porto.

La forza di questo progetto è nell’estrema concretezza delle proposte: non solo alcune riforme (qualcuna tipo quella sulle unioni civili giusto per schermarsi a sinistra), ma tre passaggi assai impegnativi e precisi: prima abolizione dell’IMU sulla prima casa; poi riforma di IRES e IRAP (un’apertura alle imprese); infine la revisione degli scaglioni dell’IRPEF. E’ una sfida molto chiara non solo ai suoi avversari interni, ma anche alle opposizioni: vuole accreditare il PD sotto la sua guida come il partito che farà le riforme che nessuno è riuscito a fare. leggi tutto

L'analisi del sabato. Gli "azzurri" fra due fuochi

Luca Tentoni * - 18.07.2015

Fra le possibili combinazioni parlamentari per rafforzare la coalizione di Renzi (e soprattutto il disegno di legge di revisione costituzionale) si fa sempre più concreto un secondo "patto del Nazareno", però stavolta solo con gli ex parlanentari “azzurri”, non con Berlusconi. Forza Italia, infatti, pesantemente indebolita dalla scissioni (prima il Ncd, poi verdiniani e fittiani) e uscita quasi dimezzata dal voto regionale del 31 maggio scorso, rischia di non essere determinante neppure in Senato, dove peraltro Renzi non ha una base molto solida. Sebbene rientrato in ballo sulla riforma della Rai, il partito dell'ex premier resta tuttavia fuori dal gioco politico-parlamentare, stretto in una tenaglia fra le posizioni di Renzi e quelle di Salvini, ma soprattutto fra quelle di chi va verso la maggioranza (Verdini) e chi si dirige molto più nettamente all'opposizione (Fitto). In quel che resta del partito "azzurro", poi, le differenze di posizione (per esempio sull'euro) all'interno dei gruppi si fanno sempre più marcate. Il guaio di Berlusconi, insomma, è di essere finito in una terra di mezzo dove non ci si può muovere verso la maggioranza a costo di pagare ulteriore dazio alla Lega e neppure spostarsi sulla linea di Salvini (l'originale, si sa, è meglio della copia). La crisi greca avrebbe potuto costituire l'occasione per un rientro in gioco di Forza Italia, se si fosse giunti ad un grado di destabilizzazione dei mercati economici tale da mettere a repentaglio i titoli del nostro Paese, ma così non è stato, perciò l'ipotesi di un Esecutivo di "salute pubblica" è saltata. leggi tutto

L’Europa, la Grecia, l’Italia e la crisi della politica

Paolo Pombeni - 16.07.2015

Non siamo di quelli portati a farci coinvolgere negli improbabili paralleli storici a cui si abbandonano commentatori disinvolti: la situazione attuale non ha nulla a che fare né con la “pace cartaginese” verso la Germania del 1919 (l’espressione è di Keynes) né men che meno col trattamento della Germania dopo il 1945. Bisognerebbe ricordare che, per esempio, nell’ultimo caso la Germania ebbe condonati i debiti di guerra, ma a prezzo dell’occupazione, dello smembramento e della lunga perdita di sovranità internazionale, cose che ovviamente nessuno può pensare di applicare alla Grecia di oggi.

Tuttavia soffermarsi su queste tematiche è perdere tempo, perché la questione è piuttosto diversa ed è meglio cercare di delinearne i tratti, uscendo da un modo di guardare alla politica internazionale come se si trattasse di una società di opere caritatevoli e umanitarie. Ciò che impressiona nel leggere quanto scrivono anche personaggi autorevoli è la debolezza delle analisi politiche: sembra che nessuno abbia più seguito qualche lezione di politica internazionale o anche solo di storia internazionale.

Tanto per dire, abbiamo letto su “Foreign Policy” un’analisi sul comportamento tedesco scritta da Philippe Legrain, che è stato consigliere economico di Barroso, in cui si attacca la Merkel con argomenti forse plausibili da un punto di vista strettamente economico (la Grecia non è in grado di sostenere la “cura” che le si impone), ma insostenibili se appena si prende in considerazione il contesto politico in cui sono maturate le decisioni dei vertici europei. leggi tutto

La crisi greca e le tante narrazioni pretenziose

Gabriele D'Ottavio - 14.07.2015

Nelle ultime settimane, le narrazioni sulla crisi della Grecia si sono accumulate a ritmo serrato. Qualcuno interpreta la situazione attuale come un classico conflitto di potenza tra Paesi creditori e debitori, qualcun altro come uno scontro ideologico, o addirittura come uno scontro di civiltà tra Europa settentrionale e meridionale. Qualcuno enfatizza il primato della politica sull’economia o viceversa quello dell’economia sulla politica. Qualcun altro crede di sapere con certezza chi è il responsabile o, meglio, il colpevole, qualcun altro, più accorto, tende invece a distribuire le responsabilità su tutti gli attori coinvolti. Qualcun altro sostiene di avere capito chi sono i falchi e chi le colombe. Qualcuno ricorre alla teoria del complotto, qualcuno si affida al vecchio luogo comune, qualcun altro ancora evoca scenari e categorie che appartengono a un passato che non c’è più. Insomma, quasi nessuno sembra avere più la pazienza di attendere la conclusione di questo interminabile negoziato europeo. Quasi nessuno sembra ritenere che l’esito finale, qualunque esso sia, possa conferire un significato diverso e più profondo a quel che è avvenuto prima, a quel che sta avvenendo in questi concitati giorni e a quel che potrebbe avvenire dopo. Invece tanti ritengono di poter dire la loro, incuranti del fatto se possono vantare o meno competenze specifiche sull’argomento o almeno un’autorità non autoproclamata. leggi tutto

L'analisi del sabato. Fra due referendum, verso la Terza Repubblica

Luca Tentoni * - 11.07.2015

In dieci mesi e fra due referendum la situazione politica, economica e internazionale potrebbe prendere direzioni del tutto impreviste e imprevedibili. Il voto di Atene del 5 luglio e quello italiano (nella tarda primavera del 2016) sulla revisione costituzionale sono altrettanti passaggi cruciali di due vicende ben diverse fra loro. Visti in un'ottica più ampia, tuttavia, sono due eventi che possono rappresentare le tappe di un processo che ci porterà comunque verso nuovi equilibri nazionali e internazionali. Comunque vada a finire la vicenda del debito greco, l'Europa non sarà più la stessa. Sarà più forte o più debole, a seconda delle risposte che gli attori politici nazionali e quelli sovranazionali comunitari sapranno dare. Così in Italia: al di là del dibattito sulla forma, i poteri, l'elezione dei componenti del nuovo Senato (e persino oltre la stessa approvazione o meno, al referendum confermativo, del testo che uscirà dal Parlamento) avremo in ogni caso un prima e un dopo. Come nel '93 (anno di altri importanti referendum) o, andando indietro, nel '74 (altro referendum, sul divorzio) o ancora nel '64 (il "rumore di sciabole") o nel '60 (il governo Tambroni) o nel '46-'48 (fra voto per la Costituente e successive prime elezioni per Camera e Senato segnate dalla vittoria della Dc), ci troveremo, alla fine dei prossimi dieci-undici mesi, al cospetto di un altro cambiamento irreversibile, di qualsiasi segno sia. leggi tutto

Sul referendum greco

Duccio Basosi * - 09.07.2015

Nel referendum che si è tenuto lo scorso 5 luglio, una netta maggioranza dei cittadini greci si è pronunciata contro l'accettazione, da parte del proprio governo, delle ultime condizioni avanzate da UE e FMI nell'ambito del negoziato sul rinnovo delle linee di credito aperte da queste istituzioni nei confronti di Atene negli anni scorsi. La coalizione al governo ad Atene, imperniata sul partito di sinistra Syriza, era infatti salita al potere a gennaio con una piattaforma che prometteva di terminare le politiche di "austerità" negoziate negli anni scorsi tra la cosiddetta "Troika" (Commissione UE, BCE e FMI) e diversi precedenti governi greci di varia colorazione (centrosinistra, tecnici, centrodestra) e di mantenere, al contempo, il Paese all'interno della zona euro.

Sulla carta si trattava di una posizione assolutamente ragionevole, oltre che coerente con l'europeismo e la sensibilità di Syriza all'impoverimento di massa nel quale la Grecia è caduta negli ultimi anni. Del resto, persino gli economisti del FMI, a partire dal 2012, hanno messo nero su bianco che l'austerità non solo non serve a rilanciare la crescita economica di un paese indebitato, ma spesso incancrenisce la situazione in una spirale di debito e recessione. Se, finora, le linee di credito aperte sono servite a pagare gli interessi sui prestiti precedenti (mentre dalle virtù dell'austerità ci si attendeva un rilancio economico, poi mai materializzatosi), il nuovo governo greco si presentava al tavolo con una logica diversa: utilizzare i crediti per rilanciare l'economia e, solo in un secondo momento, utilizzare le risorse così generate per saldare i debiti. leggi tutto

La vittoria di Pirro

Paolo Pombeni - 07.07.2015

Al netto dei fanatismi delle fazioni di tifosi in campo quella di Tsipras e compagni è la classica vittoria di Pirro (altro che democrazia della Grecia antica!). Tecnicamente il ricorso al referendum popolare sulla base di una domanda ambigua e con un settimana di preparazione è una classica mossa di natura “bonapartista”: chissà se i “sinistri” di casa nostra hanno mai letto il classico testo di Marx al proposito. Un risultato diverso avrebbe richiesto una consapevolezza popolare quasi eroica e soprattutto qualche prospettiva per il futuro che Tsipras ha impedito fosse vista e che purtroppo la mancanza di una leadership europea unitaria ha impedito che ci fosse.

Detto questo, il futuro che si apre è davvero un mare ignoto. Diciamo subito che è vano ragionare semplicemente su quel che succederà “adesso”. Fatti come quello di cui ci stiamo occupando hanno effetti che si dipanano in un periodo medio-lungo.

Se la UE cederà al ricatto populista di Tsipras grazie all’alleanza che questi pensa di avere dagli USA e dalla Cina lo vedremo nei prossimi giorni. Certo Obama è preoccupato per un possibile indebolimento del fronte sud della Nato, considerando la posizione sempre più ambigua della Turchia e le turbolenze nell’area mediorientale. La Cina teme per un indebolimento se non collasso dell’euro visto che ha da tempo puntato su questa moneta come moneta di riserva per bilanciare il potere del dollaro. Entrambi dunque non vedono di buon occhio un default greco. leggi tutto