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Non buttate le regioni
La riforma del Senato è stata approvata sebbene per il suo varo definitivo come legge costituzionale si debbano ancora attendere nuovi passaggi a Camera e Senato con un iter la cui conclusione è prevista fra marzo e aprile del prossimo anno. Tuttavia danno tutti per scontato che a questo punto saranno solo passaggi formali (anche se in politica non si può mai dire …) e dunque celebrano o criticano la riforma come un fatto compiuto.
Una delle perplessità più condivise riguarda la centralità delle regioni nel nuovo contesto. Si fa notare che si tratta di istituzioni squalificate da una serie di scandali, che esprimono una classe politica che viene presentata come non di prima grandezza, per non dire di peggio. Per questo si accoglie con favore la ri-centralizzazione di competenze che il nuovo assetto sembra favorire.
Si tratta di un tema che merita di essere sottratto alla cattiva stampa di cui gode, perché una articolazione dei poteri sul territorio è una modernizzazione del sistema di governo a cui non pare opportuno rinunciare. Anche uno stato di grande tradizione “centralista” come la Francia si è convertita al regionalismo e, per citare un altro esempio più controverso, la Gran Bretagna ha fatto della “devolution”, cioè del riconoscimento di poteri ampi a componenti storiche del suo “regno unito”, un qualcosa di più e di diverso rispetto alla sua tradizione storica di riconoscimento del “local government”, cioè del conferimento di alcuni compiti ad organi locali insediati sui territori. leggi tutto
Renzi e il PD dopo Marino
La vicenda del sindaco di Roma Ignazio Marino travalica i pasticci di un personaggio innalzato dal teatrino mediatico a ricoprire un ruolo per il quale palesemente non aveva le qualità. Certo si trattava quasi della classica “mission impossibile”, ma il Nostro ha rivelato di non avere avuto neppure la capacità di comprendere il guaio in cui si andava a cacciare.
Detto questo, rimane il fatto che la vicenda romana apre un capitolo incognito nello sviluppo della crisi italiana. Proprio mentre Renzi si avvia a portare a casa la riforma del senato, mentre sta per varare una ambiziosa legge finanziaria (vedremo poi se ci riesce) , e dunque mentre stava per cogliere una sorta di incoronazione per la sua leadership, il panorama si complica perché sulle prossime amministrative di primavera torna ad aprirsi una sfida all’equilibrio politico che si andava delinenado.
Va bene che anche in politica come in altri campi gli esami non finiscono mai, ma il passaggio che si profila rischia di essere particolarmente difficile. Da un lato infatti esso diventerà una prova sullo stato del PD e di conseguenza sulla tenuta del suo segretario; dal lato opposto Renzi non potrà giocare la partita disponendo direttamente i pezzi sulla scacchiera. Certo ci si aspetta che sia lui in prima persona a far campagna elettorale in tutte le città chiave, ma poi la gente voterà principalmente per i candidati sindaco e sceglierà inevitabilmente e giustamente in base alla fiducia o meno che si può avere in loro quanto a gestione del futuro delle città. leggi tutto
L'analisi del sabato. Riforme, sullo sfondo c’è il referendum
Il percorso della riforma costituzionale che sta per essere licenziata dal Senato è ancora lungo. Se alcuni articoli erano già stati approvati nello stesso testo da Palazzo Madama e Montecitorio, altri (il famoso art. 2 sull'elezione dei senatori, per esempio) vengono modificati in questa occasione, perciò dovranno ricevere il placet in prima lettura dalla Camera e poi un doppio sì (sul complesso dell'articolato) in seconda lettura da entrambi i rami del Parlamento. Se Montecitorio approverà (entro l'anno, si suppone) senza modifiche il ddl che sta uscendo in questi giorni dal Senato, a febbraio si tornerà a Palazzo Madama per il primo voto decisivo della "doppia lettura". Quello, per intenderci, nel quale il testo dovrà avere almeno 161 voti favorevoli (sui 320 senatori). Si tratta di una soglia minima: qualora il ddl ricevesse - poniamo - 150 sì contro 100 no e 20 astenuti (con 50 assenti) sarebbe respinto, perchè serve una maggioranza pari almeno alla metà più uno degli aventi diritto al voto. Se lo scoglio del Senato sarà superato, il sì definitivo arriverà dall'Assemblea di Montecitorio a marzo-aprile. Difficilmente si giungerà entro l'estate al referendum confermativo popolare: i tempi tecnici rendono l'ipotesi molto debole. Più probabile, quindi, che il giudizio degli elettori sulla riforma arrivi nell'autunno del 2016, in tempo (nel caso di vittoria dei "sì") per poter aprire nel 2017 l'unica finestra per un eventuale voto anticipato (nel 2018, infatti, la legislatura finirà, quindi si andrà in ogni caso alle urne all'inizio dell'anno; con la fine dell'attuale Camera verrà meno il vecchio Senato che sarà sostituito dal nuovo). leggi tutto
Passaggi complicati
Anche se non devono impressionare più di tanto le fibrillazioni che affliggono i lavori del senato nei passaggi finali della approvazione del ddl Boschi, sarebbe miope non vedere che la situazione politica è meno serena di quel che si era immaginato dopo il superamento degli scogli sulla votazione dei primi articoli di quella riforma.
In campo resta l’incognita di come si potranno gestire alcuni passaggi finali di questa impresa con una minoranza PD molto nervosa (essendosi accorta di non avere esattamente registrato delle vittorie colle sue barricate) e con un quadro di partiti ancora in tensione per la nebulosità delle strategie da scegliere in vista delle prossime elezioni amministrative. In particolare all’interno del Nuovo Centro-Destra ci sono spaccature e problemi che potrebbero portare a delle crisi significative: da un lato c’è il nervosismo per l’invasione di campo di Verdini (il che porta a qualche tentativo di intesa con Fitto); dal lato opposto c’è la faccenda della legge sulle unioni civili dove il partito rischia di perdere una quota dell’appoggio tradizionalista (ed ecclesiastico) che è una parte non facilmente rinunciabile del suo bacino elettorale.
Al di là di questo si affacciano però due questioni ben più importanti: la prima è il ruolo che deve assumere l’Italia nella coalizione internazionale anti califfato islamico; la seconda è l’annuncio di uno scontro molto duro fra industriali e sindacati in vista del rinnovo dei contratti. leggi tutto
Renzi: partirà la fase due?
E’ possibile capire, al netto delle titolazioni dei giornali e dei siparietti più o meno canori dei vari uomini politici, se con l’approvazione dei fatidici articoli 1 e 2 del ddl Boschi Renzi è riuscito ad entrare nella fase due della sua avventura politica? In tempi di celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale verrebbe da ricordare che allora si scoprì che la vecchia teoria della “battaglia risolutiva” non funzionava e infatti la guerra durò cinque lunghi anni. Forse qualcosa di simile, speriamo per un periodo meno lungo, è ipotizzabile per questa fase della politica italiana.
Renzi è stato indubbiamente abile a circondare ed a prendere alle spalle i suoi avversari, ma lo ha fatto commettendo a nostro avviso due errori: 1) ha contato troppo sul marasma trasformistico del senato attuale; 2) ha sottostimato le difficoltà di una legge di riforma che presenta alcune debolezze che non sono riducibili alle impennate della minoranza dem.
Il primo punto ha preso il volto del senatore Verdini e della sua invenzione di una pattuglia di renziani di complemento. Se è vero sia che il senatore toscano non è il mostro di Loch Ness sia che i voti in politica raramente puzzano, rimane il fatto che fare perno per una riforma costituzionale su un ambiguo gruppo trasformistico non è una scelta lungimirante. leggi tutto
L'analisi del sabato. Il "doppio forno" di Renzi
La tregua siglata fra Renzi e la minoranza del suo partito in occasione delle votazioni sulla riforma costituzionale rischia di rivelarsi fragile ed effimera. Elemento di stabilizzazione (per alcuni; per altri, di destabilizzazione) è il soggetto politico appena nato che appare sullo sfondo, quello guidato da Verdini. Gli ex forzisti sono entrati nella partita fra maggioranza e minoranza del Pd perchè hanno una consistenza numerica, a Palazzo Madama, capace di compensare a destra - seppure in parte - eventuali defezioni che la "coalizione per le riforme" (Pd, Ncd-Udc, altri minori) avrebbe potuto subire se non si fosse trovato l'accordo sulla "designazione popolare" dei nuovi senatori. Il punto politico, ora, è capire se e quanto l'ingresso del nuovo gruppo di Verdini nell'alleanza per approvare il ddl costituzionale preluda all'allargamento della maggioranza di governo e - in caso positivo - con quali ripercussioni politiche. Un conto, infatti, è una "coalizione per le riforme" che può essere teoricamente molto ampia (ai tempi del "patto del Nazareno" comprendeva anche Forza Italia); un altro conto, invece, è immaginare che questa alleanza finisca, prima o poi, per identificarsi con quella di sostegno al governo Renzi. Anche l'attuale Esecutivo nacque col voto di un perimetro più ampio del centrosinistra (anzi: senza Sel e col solo Pd alleato di gruppi di centrodestra) come una versione ridotta (senza Forza Italia) delle "grandi intese" che sostennero (gli "azzurri" soltanto fino alla condanna di Berlusconi) il governo guidato da Enrico Letta. leggi tutto
Volkswagen: i danni di imprese troppo grandi e dominanti
Ci vorrà tempo per far metabolizzare al settore auto in Europa e ai mercati finanziari la truffa Volkswagen. E’ la prima volta che una grande impresa automobilistica europea viene colpita al cuore da uno scandalo così imponente che investe la qualità dei suoi prodotti. Eppure l’industria dell’auto in Europa è stata coccolata con incentivi di ogni tipo. I consumatori lo sanno e sono doppiamente amareggiati per aver buttato euro per auto la cui qualità sbandierata non corrisponde al vero e perché i produttori di auto hanno beneficiato negli anni recenti di numerosi favori. Vi sono state facilitazioni finanziarie che hanno consentito operazioni di ristrutturazione della governance (con dubbie regole sui sistemi di voto nei consigli di amministrazione a partire da Volkswagen per finire a Renault). Inoltre il settore auto ha avuto accesso privilegiato a risorse cospicue a prezzi di favore. Ha ricevuto aiuti diretti di stato, con incentivi agli investimenti e ripetuti sussidi all’acquisto di auto nuove. E infine l’auto ha goduto di una colpevole tolleranza per non corrette applicazioni delle norme sulle emissioni. Goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai pieno in cui si è consumata l’ennesima eccezione europea. Ovvero una diversità industriale che ha visto l’incentivazione dell'utilizzo del gasolio per l'autotrazione privata. Il beneficio di questa scelta sarebbe stato quello di minori consumi energetici. Un risultato incerto in quanto molti consumatori finiscono per aumentare le percorrenze o usare auto più grandi. A fronte di danni certi. leggi tutto
L’Italia e il vento europeo
Mentre si è momentaneamente placato il dibattito-scontro sulla riforma del senato (ma riprenderà, statene certi), sarebbe da valutare l’attuale posizione del nostro paese nel contesto europeo. Non è solo questione dei suoi rapporti diciamo così istituzionali con l’Unione sulla questione migranti come su quella della legge di stabilità, ma si tratta del più ampio problema di come le classi dirigenti italiane vogliano rapportarsi ai venti di inquietudine che scuotono il vecchio continente.
Proviamo ad elencare alcune recenti questioni che sono arrivate sul tappeto. Dapprima c’è stato l’esito della crisi greca con la riconferma della leadership di Tsipras a cui ha fatto da controcanto la salita di Jeremy Corbyn alla leadership del Labour Party in Gran Bretagna. Due eventi che sembravano spingere in direzioni opposte quanto ad interpretazioni su come deve o dovrebbe muoversi oggi una sinistra politica. Poi abbiamo avuto la vittoria in Catalogna degli indipendentisti (vittoria piuttosto risicata in verità), evento che ha riproposto il tema delle tensioni scissioniste che albergano all’interno dei vecchi stati nazionali. Infine, quasi in contemporanea, la presa di distanza del governo italiano dalle operazioni francesi nella guerra contro l’Isis. Il tutto per non parlare dei riflessi che avrà la questione Volkswagen (al di là degli aspetti economici su cui interverranno i nostri redattori competenti in materia) su quella che sembrava, dopo gli interventi di Merkel sulla politica per i profughi, una ritrovata leadership della Repubblica Federale Tedesca come “potenza civile” che aspira a guidare la nuova Europa. leggi tutto
L'analisi del sabato. Il partito del non voto
Anche in Grecia, domenica scorsa, ha vinto il partito del "non voto": l'astensione è salita dal 36,1% di gennaio al 43,4%. Non si tratta di un fenomeno isolato, in Europa, anche se ci sono realtà (come la Catalogna, ad esempio) dove alcuni prevedono una rimobilitazione elettorale in occasione di un appuntamento con le urne che potrebbe essere decisivo per il futuro della Comunità autonoma e della Spagna. Il successo del "partito del non voto", tuttavia, sembra scontato in paesi come l'Italia. I sondaggi, da noi, riportano un alto numero non solo di indecisi, ma anche di intervistati che non sembrano intenzionati ad andare ai seggi qualora ci fossero nuove elezioni politiche a breve termine. La scarsa affluenza alle europee e alle regionali, nel caso italiano, non può farci credere che un eventuale turno elettorale per il Parlamento faccia registrare un'affluenza prossima al 50-60%, ma certo ci fa supporre che il partito del "non voto" possa conquistare posizioni rispetto all'ultimo dato disponibile. Alle politiche del 2013 ha "disertato" le urne il 24,8% degli aventi diritto. Una percentuale alla quale dobbiamo sommare il 2,7% di schede bianche e nulle, per un totale di 12,9 milioni di voti che (in diversi modi) non sono stati espressi. Com'è noto, l'astensionismo ha una componente fisiologica (di chi non va mai a votare oppure non può) e una variabile: c'è, per esempio, chi vota alle politiche ma non alle europee, considerando quest'ultima consultazione poco importante per il futuro proprio e del Paese. leggi tutto
Giro di boa?
A giudicare dai commenti e dalle reazioni alla riunione della direzione PD di lunedì 21 settembre si dovrebbe presumere che sulla questione riforme siamo al giro di boa. Renzi ha vinto, non sappiamo ancora se una battaglia o la guerra, e la minoranza dem non è uscita annientata, almeno non la sua componente maggiore. Tutto infatti al momento sembra andare verso un onorevole compromesso che consentirebbe a tutti di uscirne bene.
Se pensiamo che non sia ancora detto, è perché il compromesso è inevitabilmente ambiguo, basato com’è più su un astratto riconoscimento di due principi altrettanto astratti (l’impianto della riforma non si tocca; sì, ma il senato deve rimanere elettivo) che non su una reale convergenza circa l’assetto “politico” da conferire alla seconda Camera.
Renzi, che è un comunicatore e un tattico molto abile, è riuscito a mettere in angolo la sua opposizione interna prospettandole un quadro difficilmente obiettabile: al paese della riforma del senato interessa pochissimo, la questione che appassiona la gente è se saremo o meno in grado di uscire da questa crisi. Dunque le politiche economiche e il governo delle emergenze (a cominciare da quella molto visibile dell’immigrazione) sono possibili soltanto se non si manda al macero il ministero guidato dall’attuale segretario del partito. Vedete voi (oppositori) cosa volete fare, sapendo che comunque in parlamento ci sono più forze di quel che immaginate pronte a far in modo, più o meno apertamente, che non salti tutto. leggi tutto


