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Rispetto delle culture e caricatura del rispetto
La polemica sulla presunta iniziativa del preside di un Istituto di Rozzano, Marco Parma, che è accusato di voler soprassedere alle celebrazioni del Natale con riferimenti al cristianesimo per rispetto delle altre religioni è la triste dimostrazione dell’incultura in cui siamo caduti. Tanto i difensori della presunta preside quanto le forze politiche che lo hanno contestato ne sono pervasi.
Va però notato che questa iniziativa che il preside Parma ha smentito arriva dopo un certo can can mediatico a seguito di altre iniziative simili che c’erano state in passato e dopo che la faccenda è stata lasciata correre anche troppo.
Non è una questione di religione, è una questione di storia e cultura e ci permettiamo di dire che alcuni rappresentanti della Chiesa Cattolica sbagliano nel non prendere le distanze da troppi interessati difensori delle radici cristiane, che lo fanno solo per speculazione politica (e che non sono credibili come difensori della fede e della civiltà).
Chiediamoci invece perché coloro che credono di essere all’avanguardia quando vorrebbero abolire una tradizione per il presunto rispetto di quelli che non ci si riconoscono sono semplicemente delle persone senza cultura che per di più mettono a rischio una delle più grandi conquiste dello sviluppo culturale dell’occidente, cioè il pilastro della “tolleranza”. La risposta è abbastanza semplice, ma purtroppo raramente viene sviluppata. leggi tutto
L'analisi del sabato. Lo "spirito repubblicano"
Dopo l'attentato di Parigi la Francia ha dato prova di possedere ancora il suo "spirito repubblicano". Si tratta di un comune sentire del quale in Italia si è sempre lamentata la scarsità o l'assenza. Nel nostro paese, del resto, alcune ricorrenze che dovrebbero accomunare le parti politiche e i cittadini non sono sempre state pacificamente riconosciute come tali, prima fra tutti quella del 25 aprile. L'avvento della Seconda Repubblica, nel 1994-'96, ha soltanto accentuato divisioni che apparivano in precedenza ricomposte e che invece erano pronte a riproporsi in occasione della scelta fra un "polo" e l'altro. Certamente, la creazione di un "nemico" interno da additare ai propri sostenitori (il comunismo da una parte, Berlusconi dall'altra) non ha favorito una pacificazione nazionale che pure il presidente della Repubblica Ciampi, fra il 1999 e il 2006, ha tentato di promuovere. L’aggregazione in due “famiglie politiche” ha polarizzato l'elettorato e ha svolto una funzione divisiva che ha finito per colpire non solo i simboli del nostro patrimonio comune (dalle feste nazionali alla stessa Costituzione e alle istituzioni). Ad una più attenta analisi, però, appare riduttivo e sbagliato attribuire al sistema elettorale maggioritario uninominale (1994-2005) e alla personalizzazione della politica (con l'emergere di leader e di "partiti del capo") l'impossibilità di far nascere (o rinascere) in Italia lo "spirito repubblicano". leggi tutto
Convergenze e resistenze
La guerra non è di per sé la "levatrice della storia" oppure un evento che trasforma in modo totale le società che ne sono coinvolte. Piuttosto la guerra e i conflitti armati sono dei potenti e drammatici acceleratori di processi di trasformazione già in corso. In Siria, la guerra ha accelerato i conflitti tra città e campagna, tra centri urbani e provinciali del Paese arabo; ha accelerato il disfacimento del vecchio regime ba'thista e riconfigurato le relazioni tra forze armate, stato e Partito, probabilmente a scapito di quest'ultimo; ha accelerato l'ascesa pubblica dell'Islam politico, dimostrando però la carica di divisione che questo porta nelle società secolarizzate o comunque plurali come quella siriana, irachena, tunisina o egiziana; ha accelerato la connessione politica tra due territori affini come Siria e Iraq; ha accelerato la politica di potenza tra Iran, Arabia Saudita, Turchia e Israele, offrendo un terreno di battaglia in cui scontrarsi "per procura"; ha accelerato la crisi delle politiche migratorie europee aggiungendo ai flussi "normali" quelli derivanti da conflitti armati; ha accelerato la crisi delle politiche migratorie europee, fomentando paure e xenofobie a favore di forze nazionaliste.
Ad oltre una settimana di distanza, possiamo chiederci se gli attacchi di Parigi hanno contribuito anche loro ad accelerare i processi in corso: la risposta sembra positiva. Le ripercussioni all’interno dell’Europa non sono qui oggetto di analisi, ma sembra che purtroppo aumenti il giro di vite sostanziale sulle libertà nello spazio pubblico e privato, se non addirittura tramite una modifica costituzionale come in Francia. leggi tutto
Le amministrative e la crisi dei partiti
Quel che sta accadendo in vista delle prossime elezioni amministrative di primavera è emblematico della crisi in cui versano i partiti politici italiani, almeno quelli che hanno le loro radici nel sistema politico della prima repubblica. Se si eccettuano le due formazioni che non sono inquadrabili in quell’orizzonte, la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle, tutti gli altri si trovano in notevoli difficoltà ad indicare veri candidati per il governo delle grandi città.
Non è un fatto da sottovalutare, perché la tradizione politica italiana ha sempre visto nei maggiori “municipi” uno dei fulcri del sistema, magari raramente per il lancio di personalità destinate poi ad importanti carriere nazionali, ma più spesso per elevarli a laboratori degli sviluppi futuri ed a vetrine dei loro modelli di raccolta del consenso. E’ stato così specialmente per la sinistra, che aveva in quegli ambiti la possibilità di mostrare la sua capacità di essere alternativa di governo, ma anche la vecchia DC aveva una sua robusta tradizione municipale.
Oggi è sotto gli occhi di tutti quanto i grandi partiti siano spiazzati dall’incombere di queste competizioni e quanto siano timorosi di vedersi scavalcati dalla concorrenza proprio di Lega e M5S.
Ciò potrebbe apparire più facilmente spiegabile per il vecchio blocco berlusconiano, perché si tratta di una ulteriore prova della sua crisi irreversibile. leggi tutto
Le parole e la politica, a una settimana dagli attentati di Parigi
Una settimana ci separa dagli eventi parigini. Una settimana febbrile, che ha segnato tutto fuorché l’improbabile ritorno alla normalità evocato da più parti. Una settimana in cui le conseguenze della notte di sangue hanno monopolizzato l’informazione sotto forma di raid e di arresti, di ritorsioni belliche più rabbiose che mirate, di provvedimenti d’emergenza invocati e discussi. Di falsi allarmi, che più di ogni altra cosa danno la misura delle ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini europei, dall’annullamento di incontri di calcio fino alla miriade di segnalazioni di pacchi, automobili, individui “sospetti” che sarebbero passati inosservati solo pochi giorni fa. Un panorama sfavorevole a valutazioni che non cedano alla pur comprensibile emozione, e il profluvio di commenti espressi da ogni parte sembra innanzitutto denunciare la mancanza del lessico adeguato a rappresentare la novità di quanto accaduto, e delle categorie mentali necessarie a organizzare un pensiero propositivo per il futuro. Difficile considerare altrimenti l’approssimazione acritica con cui concetti come “guerra” e “terrorismo” vengono reiterati nel discorso politico, portandosi dietro connotazioni evidentemente appartenenti al passato che non rispecchiano più la nostra quotidianità. Ma l’anacronismo in frangenti simili è un peccato di pigrizia e un lusso che non ci si può concedere, come dimostrano tre lustri di opinabili iniziative belliche che hanno seguito l’11 settembre statunitense e che in parte sono alla radice dei problemi attuali. leggi tutto
La politica in Italia dopo la strage di Parigi
I recenti attentati terroristici di Parigi che riflessi avranno sulla politica italiana? La domanda circola, ma la risposta è tutt’altro che facile. Innanzitutto perché non sappiamo ancora se quel che è accaduto è un episodio destinato a rimanere circoscritto o se sarà l’inizio di una “campagna” (per usare un vecchio termine politico-militare) che si estenderà nel tempo e che avrà una sua logica e una sua strategia di lungo periodo. Ovviamente l’uno o l’altro scenario cambierebbe non poco le coordinate dell’evoluzione della nostra politica.
Al momento abbiamo solo visto in Italia un sistema che ha reagito su un doppio binario: una certa capacità di dominio degli eventi da parte del governo, un populismo sciatto e provinciale nelle opposizioni. Queste ultime ovviamente hanno offerto tutto uno spettro di comportamenti: dalle intemerate da talk show di Salvini (ma ormai ci siamo abituati: oltre quello sembra non riesca ad andare), alle vaghezze dei Cinque Stelle (ritirare i soldati dall’Afghanistan è un non senso), alla sostanziale incapacità di presenza dell’arcipelago berlusconiano (il mantra del “coinvolgiamo la Russia” non è molto originale).
Bisogna invece riconoscere che Renzi è stato in questo caso particolarmente sobrio: ha evitato qualsiasi tono enfatico, ha sottolineato passaggi di buon senso (evitiamo di creare una Libia bis), ha dato l’impressione che si deve lavorare molto a livello di relazioni internazionali lasciando perdere gli annunci ad effetto. Va aggiunto che lo hanno sostenuto bene anche i principali ministri: serio e credibile Gentiloni, ma lo stesso Alfano, chiuso il pollaio polemico con Salvini (che poteva risparmiarsi), ha illustrato prese di posizioni equilibrate e realistiche. leggi tutto
Un salto di qualità
E’ difficile scrivere a meno di tre giorni da uno dei più terribili attacchi subiti da un Paese europeo dall’avvio della folle guerra lanciata dal fondamentalismo di matrice islamica nel triste giorno di fine estate del 2001.
È complicato provare a fare un minimo di chiarezza quando le indagini sono appena avviate, quando i servizi di vari Paesi parlano di altre minacce imminenti e quando non tutti i responsabili dell’immane carneficina di Parigi sono stati arrestati.
Eppure alcune considerazioni, seppur provvisorie, cominciano ad emergere e sembrano tutte legate a quel “salto di qualità” scelto come titolo.
Un “salto di qualità” lo hanno compiuto gli attentatori del 13 novembre. La modalità dell’attacco simultane, in luoghi differenti della città era stato, solo in parte, sperimentato a Londra nel 2005, ma non con questa intensità e questa capacità operativa dei gruppi di fuoco. I molteplici assalti di Parigi ricordano l’esempio extra-europeo degli attentati di Mumbai nel 2008, quando una decina di differenti gruppi di fuoco impegnò le forze di sicurezza indiane per 60 ore, provocando quasi duecento morti e circa 300 feriti. È più che legittimo, allora come oggi, parlare di guerra, prima di tutto perché di un’operazione di guerriglia in centro abitato si è trattato. Si può aggiungere poi un secondo, ancora più drammatico, “salto di qualità”: l’utilizzo di kamikaze. Da questo punto di vista le strade di Parigi si sono trasformate, si spera solo per una notte, in quelle che di solito ci appaiono così distanti, così altro da noi: Baghdad, Kabul o Tel Aviv. leggi tutto
L'analisi del sabato. L’elettorato “fluido”
Se la caratteristica dell'elettorato della Prima Repubblica era l'elevata fedeltà al partito, che di fatto limitava gli spostamenti di voto entro percentuali molto modeste (lo 0,5% in più era considerato un'avanzata, mentre un progresso del 2% diventava quasi un trionfo) nella Seconda Repubblica gli aventi diritto al voto si sono spostati con più disinvoltura, ma in gran parte all'interno dei rispettivi "poli". Alla fedeltà di partito si è passati a quella di coalizione. Entrambe sono state messe a dura prova dal rimescolamento delle carte avvenuto con l'ingresso del M5S, in coincidenza con la crisi delle "famiglie politiche" e con un massiccio incremento dell'astensionismo: il tutto, nel quadro di sconvolgimenti socio-economici che hanno interessato il periodo dal 2011 ad oggi. Una volta, la "dimensione" della competizione si poteva rappresentare attribuendo ad ogni partito una collocazione su una retta, un "continuum" da sinistra a destra. C'era, è vero, anche la dimensione confessionale/non confessionale, sempre più sfumata già nell'ultimo periodo della Prima Repubblica. E c'era perciò, molto forte, l'"alterità" delle forze più a sinistra rispetto a quelle più a destra. Differenza che negli anni Settanta era stata portata, per i gruppi extraparlamentari, sul piano dello scontro e della violenza. Anche fra i soggetti politici "parlamentari", persino fra quelli di governo, le differenze ideologiche rendevano immutabili le posizioni sull'ideale linea fra sinistra e destra: il Pri a sinistra del Pli, il Psdi a destra rispetto al Psi e così via. leggi tutto
Le amministrative e l’Italicum
Che le amministrative siano un test cruciale per Renzi è stato detto e ripetuto un po’ da tutti, commentatori indipendenti, alleati ed avversari del premier. Lui lo sa e si capisce che lo sa, anche se a volte afferma che il loro esito non avrà conseguenze sul governo. Questo può darsi, perché la sopravvivenza del governo dipende dalla maggioranza parlamentare e poiché farlo cadere significa andare ad elezioni anticipate non è improbabile che si cerchi di trovare il modo di tirare avanti. E’ invece impossibile che l’esito delle amministrative di primavera sia privo di impatti sul sistema, e cioè sulla centralità della leadership renziana e del disegno complessivo che la sostiene.
Il fatto è che il meccanismo delle elezioni comunali assomiglia terribilmente a quello dell’Italicum: è una competizione attorno ad un candidato che vince o perde a seconda del consenso che si “accumula” attorno alla sua persona. Se non ce la fa subito deve vedersela al ballottaggio e anche quello è un passaggio rivelatore.
Molti osservatori sottolineano come a fronte di un alto gradimento che Renzi riscuote nei sondaggi il PD resti inchiodato alla sua percentuale storica intorno al 32-33%. E’ un fenomeno noto in politica: per citare un esempio famoso, Churchill nel 1945 perse a sorpresa (era il “vincitore” della II guerra mondiale!) a favore dei laburisti perché personalmente era stimatissimo dall’opinione pubblica, mentre invece i conservatori apparivano un partito poco affidabile. leggi tutto
Un passo avanti verso la Terza Repubblica?
Su cosa sia veramente successo con la manifestazione leghista del 8 novembre a Bologna si discute già e si discuterà ancora per un po’ di tempo. Si sommano elementi simbolici, strategie politiche precise e l’avventurismo politico tipico di questi tempi. Tutto sommato però azzardiamo si possa pensare ad un deciso passo avanti verso la terza repubblica.
L’elemento simbolico è di rara complessità. Il primo livello, quello più semplice, è la decisione di portare il leghismo nel cuore della “città rossa”. Naturalmente si potrebbe discutere su quanto Bologna oggi sia adatta ad incarnare ancora quel simbolo, soprattutto nella declinazione che ne da il lepenismo di Salvini, ma a sostenerlo nella sua rappresentazione ci pensano gli “antagonisti”, che peraltro non sono bolognesi, ma legati alla sua natura di città universitaria che calamita giovani da tutta Italia. Poi però Bologna è, ad un livello di simbologia più raffinata, la città di Prodi e dunque dell’Ulivo. Accanto a questi simboli legati alla location, come si usa dire oggi, ci sono i simboli dell’evento: l’accorrere di Berlusconi e della Meloni alla corte di Salvini, davanti alle sue truppe schierate, a cui i due non possono portare che qualche battaglione di complemento (magari ancora attardato a fare il saluto fascista – liturgia estranea al Salvini lepenista). leggi tutto


