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Argomenti

Mattarella e l'"attuazione" costituzionale

Luca Tentoni - 05.01.2016

"Tutti siamo chiamati ad avere cura della Repubblica". Questa frase, apparentemente seminascosta nella penultima pagina del messaggio di fine anno del Capo dello Stato, spiega il senso di un discorso liquidato talvolta in modo un po' frettoloso come se gli interlocutori fossero solo i comuni cittadini e non anche la classe politica. In realtà il discorso di Mattarella è stato molto "politico": non nel senso di assecondare la dialettica quotidiana che occupa i pensieri e l'azione dei partiti, ma spostandosi su un piano più alto. Ricordare, come ha fatto il Presidente, che "rispettare le regole vuol dire attuare la Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme, ma una realtà viva di principi e valori" e ribadirlo "all'inizio del 2016, durante il quale celebreremo i settant'anni della Repubblica" significa "per i cittadini, farne vivere i principi nella vita quotidiana e civile". Queste affermazioni sono eminentemente politiche, così come lo è l'implicita ma chiarissima "dedica" del messaggio, scritto per mostrare agli italiani (e alla classe politica, dati la portata e il gran numero dei problemi sollevati nel discorso) che esiste un'"altra Costituzione". Una Carta Fondamentale che, nella sua prima parte, non è affatto vecchia o superata e non ha bisogno di revisione (infatti nessuno ha mai chiesto di riscriverla) e che, anzi, va "attuata". leggi tutto

Parliamo di noi

Paolo Pombeni - 29.12.2015

Fine anno è un periodo che si presta ai bilanci. Per una volta crediamo di avere la necessità di farne uno anche noi di “Mente Politica”, non fosse altro per non sfuggire al dovere di dar conto ai nostri lettori di un percorso che ormai copre 21 mesi di lavoro in comune.

Non è un tratto di strada piccolo, se si considera che dietro questo gruppo c’è solo la passione che lo anima e un modestissimo gruzzoletto (nella fase iniziale erano circa cinquemila euro ora inevitabilmente assottigliatisi) che ci aveva conferito uno sponsor che pensava di poter essere il nostro editore, ma che si era subito disamorato per questa iniziativa. Noi stessi ci chiediamo all’uscita di ogni numero per quanto riusciremo ad andare avanti, ma ci rispondiamo sempre che fin che abbiamo articoli da proporre e persone interessate a leggerli andare avanti è un dovere.

Ci permettiamo di dire che in questi 21 mesi ci siamo conquistati un nostro spazio e una nostra audience. Abbiamo circa duemila lettori stabili a numero e gli esperti ci dicono che per dei neofiti come noi non è piccola cosa. In più i nostri articoli sono anche rilanciati sia attraverso facebook che attraverso twitter da lettori che evidentemente pensano che quel che si può apprendere dalle nostre analisi possa essere d’aiuto a qualcuno. leggi tutto

L'analisi del sabato. Francia-Italia: riflessioni sul ballottaggio

Luca Tentoni - 19.12.2015

Fra i numerosi spunti interessanti che l'analisi del voto francese offre al dibattito italiano ce ne sono alcuni che meriterebbero maggior rilievo, soprattutto nella prospettiva di un non improbabile ballottaggio, con l'"Italicum", alle future (forse non molto prossime) elezioni per il rinnovo dell'Assemblea di Montecitorio. Al secondo turno delle "regionali" francesi sono andati ai seggi 26.455.071 elettori (il 58,41% del totale degli aventi diritto): fra essi, 25.167.273 hanno espresso un voto valido (55,56% sugli aventi diritto, 95,13% sui votanti). Al primo turno, invece, i votanti erano stati 22.609.335 (49,91%) e i voti validi 21.708.280 (47,92% sugli aventi diritto, 96,01% sui votanti). Nel giro di una settimana, insomma, i francesi che sono andati alle urne sono aumentati di circa 3 milioni e 850 mila unità, mentre i voti validi hanno avuto un incremento di 3 milioni e 460 mila unità. Un progresso notevole, pari all'8,5% degli aventi diritto. Com'è noto, i ballottaggi hanno visto prevalere in sette occasioni il candidato del centrodestra e in cinque quello di sinistra (più un autonomista, in Corsica) ma nessun esponente del FN ha ottenuto la vittoria. Anche senza addentrarci nell'analisi delle matrici di flusso elettorale (che pure ci darebbe indicazioni interessanti, come per esempio il dato Ipsos-France in base al quale l'indice di fedeltà degli elettori nei ballottaggi triangolari, fra primo e secondo turno, è stato del 95% per i socialisti, del 92% per il centrodestra e solo dell'88% fra chi aveva votato FN, leggi tutto

Sfiducia distruttiva

Paolo Pombeni - 17.12.2015

Avete presente la norma della attuale costituzione tedesca che prevede che quando si vuol fare cadere un governo si debba contestualmente presentare il governo che lo sostituirà? Si chiama “sfiducia costruttiva” e venne introdotta per ovviare a quelli che si consideravano i mali della Repubblica di Weimar: sfiducie ai governi senza che fosse pronta alcuna alternativa per cui si avevano lunghi periodi di turbolenza spesso conclusi con governi deboli trovati tanto per riempire un buco.

Nella costituzione italiana una norma simile non c’è. Si pensava che la responsabilità della classe politica dovesse essere sufficiente ad evitare crisi al buio. Ovviamente la storia repubblicana ha già pesantemente menomato questa fiducia, ma ora siamo giunti al peggio: con la mozione individuale dei grillini contro la ministro Boschi e con l’inseguimento di altre opposizioni a presentare mozioni di sfiducia all’intero governo mostriamo che siamo arrivati alla “sfiducia distruttiva”.

Che cosa succederebbe infatti se quelle mozioni venissero ratificate dal parlamento? Semplicemente il caos, perché non è disponibile alcuna maggioranza alternativa per sostenere un nuovo governo. Certo si potrebbe raggiungere il risultato di sbarazzarsi di Renzi, ma a favore di chi? Non occorre una cattedra di politologia ad Harvard per capire che sarebbe comunque un governo debole, sottoposto all’usura della inevitabile vendetta dei renziani, destinato a durare pochissimo ed a portarci rapidamente a nuove elezioni. leggi tutto

Molto rumore per nulla? Il secondo turno delle regionali francesi

Michele Marchi - 15.12.2015

Dunque è stato tutto uno scherzo? Il solito FN che spaventa mezza Europa, poi arriva il barrage républicain e il pericolo rientra?

In realtà le cose sono andate piuttosto diversamente. E in attesa di poter riflettere sui flussi elettorali e sui dati precisi e relativi ad ogni singola regione, è possibile avanzare qualche riflessione di circostanza.

Prima di tutto bisogna riflettere sul dato della partecipazione. Tra primo e secondo turno si è passati dal 49 al 58,5%, quasi dieci punti percentuali che in termini di voti significano circa quattro milioni di elettori in più che si sono mobilitati. È stato l’effetto della “chiamata alle armi” in funzione anti-frontista? La lettura in questa direzione può essere corretta, ma il dato può anche essere interpretato in altro modo: ancora una volta una parte consistente di elettori dei partiti di governo (PS e LR) hanno voluto mandare un segnale di insoddisfazione alle rispettive classi dirigenti astenendosi massicciamente al primo turno, un po’ meno al secondo. Al contrario il voto FN sembra oramai essersi strutturato come voto di adesione, che non tende a diminuire quando aumenta la partecipazione. Insomma gli elettori da mobilitare sembrano essere oramai una percentuale sempre maggiore di quelli tradizionalmente ascrivibili ai partiti di governo. leggi tutto

L'analisi del sabato. Appunti sul voto in Europa

Luca Tentoni - 12.12.2015

Nell'analisi politica c'è spesso il rischio di incappare in alcuni indizi che "spiegano troppo". Ci sono circostanze, sia pure molto rilevanti, che però sono concause di un determinato fenomeno e che non bastano, da sole, a spiegarne la vera natura. Taluni hanno affermato, subito dopo il voto regionale francese del 6 dicembre, che l'avanzata del Fronte nazionale di Marine Le Pen era frutto della paura per gli attentati terroristici di Parigi. Forse sarebbe stato sufficiente riprendere alcuni sondaggi precedenti al 13 novembre e persino dati elettorali recenti significativi, per rendersi conto che c'era anche dell'altro. L'istituto Ipof, poi, ha diffuso un interessantissimo studio sul voto regionale dal quale si evince che solo il 16% degli elettori del FN ha cambiato intenzione di voto a seguito degli attentati. In altre parole, nel 28,4% ottenuto dai lepenisti c'è un 4,5% conquistato in seguito ai fatti di Parigi: ciò dimostra che il restante 23,9% era già acquisito o acquisibile anche senza il verificarsi di eccezionali eventi esterni al dibattito politico corrente. Alle elezioni europee del 2014, peraltro, il FN aveva ottenuto il 24,86% dei voti (prima ancora persino dell'attentato a Charlie Hebdo dello scorso gennaio, quindi). Nella vittoria dell'estrema destra francese non c’è solo la contingenza del terrore e neppure soltanto la linea "securitaria" di Marine Le Pen. leggi tutto

Una politica sospesa

Paolo Pombeni - 10.12.2015

Forse qualcuno l’avrà notato, anche se non se ne parla molto: la politica italiana è in una fase di stanca. Per carità, imperversano i talk show, Salvini è dovunque, qualche battaglia interna ai partiti raggiunge sempre le pagine dei giornali, ma è quasi impossibile dire che oggi le questioni politiche tengano banco.

Non mancherebbero gli argomenti a cominciare dalla politica economica, visto che siamo entrati nella sessione di bilancio e c’è da approvare la legge di stabilità. I tecnici talora richiamano la nostra attenzione su qualche passaggio, magari anche significativo come è il caso della questione del salvataggio delle quattro banche andate a rotoli e della tutela da dare o da negare ai risparmiatori coinvolti. Eppure anche in questo caso non c’è, salvo eccezioni si capisce, alcuna riflessione che coinvolga la pubblica opinione al di là del solito generico buonismo: come si può lasciar distruggere il patrimonio di risparmi di tanta gente che si è semplicemente fidata della sua banca? Il tema non è piccolo e ha un risvolto elettorale, tanto che il ministro Padoan per spiegare all’estero l’abbandono del principio economico corrente (chi acquista capitale di rischio deve sapere quel che fa) ha parlato di “aiuti umanitari” ai piccoli risparmiatori.

Se non ci siamo distratti, ben pochi parlano del tema di come punire un sistema di piccole banche che mungono la clientela locale con management e azionisti senza adeguate competenze e che dunque avranno pure delle responsabilità. leggi tutto

Il pasticcio delle elezioni per la Consulta

Paolo Pombeni - 08.12.2015

L’evolversi della vicenda delle elezioni di tre giudici della corte costituzionale in corso al Parlamento è di quelle che meriterebbero più attenzione e dibattito di quanto ce ne sia. Al momento ci sono severi moniti da parte del presidente Mattarella, dei presidenti Grasso e Boldrini, nonché una iniziativa di protesta dei radicali. Purtroppo tutto finisce sostanzialmente qui e non è un bel segnale.

Non c’è infatti solo il problema, che già non sarebbe piccolo, di un organo costituzionale, il Parlamento, incapace di adempiere al dovere costituzionale di rispettare il funzionamento di un altro organo costituzionale, cioè la Corte. Già sarebbe un bel pasticcio, ma non ci si ferma qui. Infatti per come si sta sviluppando la vicenda si colgono due debolezze strutturali che in una democrazia dovrebbero preoccupare e non poco: una è la sostanziale ignoranza da parte di una componente non certo piccola dei parlamentari di cosa sia una corte costituzionale; l’altra è il rifiuto da parte dei partiti di considerare cosa significhi la ricerca di maggioranze qualificate nel nostro sistema parlamentare.

Per quel che riguarda il primo punto si deve esaminare l’obiezione avanzata da più parti (i Cinque Stelli sono i più aperti nel farlo, ma molti si accodano) secondo cui non sarebbe accettabile che si eleggano dei giudici che hanno una valutazione positiva della attuale legge elettorale che è stata denunciata alla Corte per violazione di principi costituzionali. leggi tutto

L'analisi del sabato. I "nodi" delle primarie

Luca Tentoni - 05.12.2015

Anche se il Presidente del Consiglio afferma che il referendum confermativo costituzionale dell'autunno 2016 sarà il vero snodo politico della legislatura, le elezioni comunali di primavera restano un ostacolo da superare. Un conto, infatti, è presentarsi all'appuntamento col giudizio popolare sulla revisione del bicameralismo e del Titolo V della Costituzione sulla scia di buoni risultati nelle principali città del Paese, un altro conto è arrivarci dopo almeno tre mesi di polemiche (inevitabili) seguite all’eventuale perdita, per il Pd, di uno o più capoluoghi di regione. Nella "narrazione" (come si dice ora) e nella costruzione, oltre che nel mantenimento del consenso, l'azione di governo non sempre è sufficiente, così come non basta una ripresa economica che si preannuncia non impetuosa (condizionabile, peraltro, da un clima internazionale diventato fosco dopo gli attentati di Parigi). Puntare tutto sul referendum confermativo è tipico di Renzi, che negli ultimi due anni ha (quasi) sempre "dettato l'agenda" mediatica e politica nazionale. Se però il Presidente del Consiglio fa bene a concentrare i suoi sforzi e a fissare il suo obiettivo di breve-medio termine sulla revisione costituzionale e sul "sì" degli italiani a quello che è certamente l'atto più significativo del suo governo e dell'intera legislatura, il segretario del Pd ha qualche nodo in più da dover sbrogliare. leggi tutto

Fine dell’ottimismo?

Paolo Pombeni - 03.12.2015

E’ sempre bene in politica non lasciarsi sconvolgere da ogni stormir di fronda, perché non è poi detto che i sussulti di un giorno siano destinati a durare. Nonostante questa premessa ci azzardiamo a prendere in considerazione un certo cambiamento di tono che sembra affermarsi nella politica italiana: sta cedendo la lunga luna di miele che Renzi aveva avuto con gran parte dell’opinione pubblica e anche di una quota ampia delle classi dirigenti di questo paese.

Chi valuta il clima sulle varie intemerate di talk show e di sfogatoi su media si stupirà sentendo parlare di una lunga luna di miele per un governo che è sempre stato sotto attacco o al più considerato con sufficienza da molti circoli dei cosiddetti “opinion maker”. In realtà però l’umore del paese era tutto sommato positivo, perché si riconosceva che Renzi “almeno sta facendo qualcosa”, “prova a cambiare la situazione”, e via elencando. Lo si vedeva anche dai sondaggi che registravano una prevalenza, sia pure non ampia, del PD renziano e un largo apprezzamento del premier.

Ora la situazione è cambiata. Non solo cala la popolarità del segretario-premier, ma nei sondaggi sulle intenzioni di voto il suo partito è tallonato da vicino e in alcuni casi addirittura superato in caso di ballottaggio dal M5S. Certo sui sondaggi bisogna fare la tara, lo abbiamo imparato elezione dopo elezione, perché gli intervistati sulle intenzioni di voto si sfogano più che ragionare, mentre poi nella cabina elettorale qualche riflessione in più la fanno. leggi tutto