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Terza Repubblica e ricambio delle leadership
I soggetti politici maggiori della nascente Terza Repubblica hanno in comune una caratteristica: sono tutti “partiti del leader”. Si è giunti a questo punto per le vie più svariate. Il Pd, partendo dalla lunga tradizione “classica” della “Ditta”, ci è arrivato dopo una serie di avvenimenti: lo strano risultato elettorale del 2013; le primarie che hanno condotto Renzi alla guida del partito; il repentino “cambio della guardia” a Palazzo Chigi fra Letta e lo stesso ex sindaco di Firenze, che ha così unificato premiership e leadership. Il M5S è nato come “partito di Grillo”: il rapporto fra il vertice (il portavoce) e la base di simpatizzanti ed elettori è stato mediato attraverso la “Rete” di Internet e dei social network. Quello fra il “padre padrone” di Forza Italia Silvio Berlusconi e i sostenitori “azzurri” è invece stato caratterizzato da un abile uso delle tecniche di comunicazione di massa quali la televisione. Infine, il quarto “partito del leader”, la Lega, ha avuto sempre un legame quasi fisico fra il Capo (Bossi) e il territorio. A questo proposito, l’avvento di Salvini ha mutato in parte le forme comunicative (aggiungendo i social network e soprattutto la televisione) ma ha conservato la natura leaderistica del Carroccio. Oggi, dunque, il sistema politico italiano è nelle mani di poche persone, ma che indicazioni abbiamo circa il futuro? leggi tutto
Prima la governabilità …
La scelta che Renzi sembra sia riuscito a far accettare ai senatori del PD è in fondo quella di sempre: prima viene la governabilità e non è ancora tempo di andare alle elezioni. Ci pare sia questo il senso della decisione di votare il disegno di legge sulle unioni civili in maniera da tenere compatta, il più possibile, la maggioranza di governo anche rinunciando a quanto si era programmato in precedenza.
Francamente non sappiamo se davvero il disegno del leader del PD fosse quello “blairiano” che gli attribuivano alcuni osservatori: lasciar passare una legge connotata nel senso di una “sinistra radicale” per difendersi dalle accuse di essere un politico incline solo a misure che i suoi avversari interni definiscono “di destra”. In effetti qualche indizio in questa direzione c’era, perché aveva lasciato la faccenda in mano al partito parlamentare, perché aveva fatto la voce grossa col cardinal Bagnasco, perché aveva preso pubblicamente posizione per non arretrare.
Ora è sospetto che si sia accorto solo all’ultimo momento che “i numeri non ci sono” e che lo abbia fatto perché improvvisamente ha realizzato che i Cinque Stelle sono gente da agguati parlamentari più che da solide intese. Pare più probabile che abbia fatto qualche conto sui costi politici di una operazione condotta in polemica con i suoi alleati di governo e senza che trovasse nella pubblica opinione quel sostegno massiccio che cercano di accreditare gli appelli dei soliti schierati per il politicamente corretto. leggi tutto
La politica che deve scegliere
Non è semplice decifrare questa fase politica e ancor meno lo è decifrare Renzi. Il suo intervento all’assemblea del PD è stato un atto di battaglia anche se non si riesce a capire quale ne sia l’obiettivo. Indubbiamente il premier-segretario ha deciso di entrare in prima persona nella battaglia parlamentare sul ddl Cirinnà, cambiando linea rispetto a quel che aveva fatto sino ad ora. Ma non si è limitato a questo e bisogna tenere conto anche del resto.
Sul problema delle Unioni civili sembrerebbe che si sia scelta una linea di accordo con la coalizione che sostiene il governo, sino al punto di ventilare la possibilità che sul punto venga posta la questione di fiducia. E’ una sfida alla sinistra interna del PD e un cambiamento rispetto a quella che sembrava la scelta precedente, cioè di usare quel ddl per fare la famosa “cosa di sinistra” che lo coprisse verso una quota del suo elettorato. Se oggi si cambia registro, significa che quel risultato non viene più ritenuto garantito e che si preferisce non mettere a rischio la tenuta del governo.
Ovviamente in questo gioco di machiavellismi c’è da tenere conto anche dello scontro con il M5S, a cui Renzi vuole addebitare la impossibilità di portare a casa il risultato “di sinistra”. Prontamente Di Maio si è invece dichiarato disponibile a votare il ddl così com’è, consapevole che in questo caso probabilmente si porterebbe a casa la sua approvazione integrale, ma col risultato di mettere in seria crisi la coalizione di governo. leggi tutto
Appunti sulla "Terza Repubblica"
La transizione avviata con le elezioni del 2013 non si concluderà, probabilmente, neppure se al referendum sulla revisione della Carta Repubblicana dovessero prevalere i sì al progetto di riforma. Un quadro politico-istituzionale, infatti, non si caratterizza solo per l'impianto "formale" che lo sorregge (la Costituzione, le leggi come quella elettorale) ma anche per una serie di fattori, fra i quali spicca la struttura del sistema partitico. Quest'ultimo è tanto importante che - ristrutturandosi profondamente, fra il 1992 e il 1996 - ha "imposto" un passaggio alla "Seconda Repubblica" avvenuto in realtà a Costituzione immutata. Stavolta, data la vastità della revisione della Carta Fondamentale introdotta col voto delle Camere (il testo sarà sottoposto a ottobre-novembre al giudizio del popolo) potremmo osservare un fenomeno opposto rispetto a quello di venti anni fa. Passando alla "Terza Repubblica", il sistema dei partiti resterà verosimilmente strutturato sui tre soggetti (due costituiti da singoli gruppi - Pd e M5S - e uno "plurale", un centrodestra dai contorni ancora non ben definiti) che hanno dominato le scorse elezioni parlamentari. In realtà, il quadro istituzionale non sarà affatto modificato soltanto nei suoi risvolti costituzionali, ma vedrà le forze politiche adattarsi ad un nuovo sistema elettorale (l'Italicum). Un cambiamento - persino se a vincere fossero i no alla riforma - avverrà comunque nel breve-medio periodo, perchè l'attuale sistema dei partiti è - come si accennava all'inizio - in piena transizione: non siamo più nella Seconda Repubblica, ma non si è ancora approdati alla Terza. leggi tutto
Quando manca un timoniere
La vicenda del rinvio di una settimana del dibattito in Senato sul ddl Cirinnà dimostra una cosa che tutti sapevano già: impossibile arrivare ad una legge decente in una materia difficile se non la si è preparata nel paese e se non c’è un timoniere che guidi la nave nei marosi della politica attuale.
Il primo aspetto dovrebbe indurre a riflessioni più generali, ovverosia a chiedersi se si possa andare avanti con una politica che su aspetti molto delicati lascia tutto in mano alle piazze guidate dai pasdaran di opposte fazioni nonché alla spettacolarizzazione dei dibattiti nei talk show televisivi dove si fa a gara a scavalcarsi in estremismo. Perché esattamente questo è quanto è accaduto e continua ad accadere sulla delicata questione delle unioni civili.
Solo una classe politica superficiale poteva immaginarsi che regolamentare un cambiamento di costumi che tocca impostazioni secolari potesse essere una passeggiata. Ammettiamo pure che sia difficile capire in questo momento dove penda la bilancia della pubblica opinione, ma che questa bilancia oscilli pericolosamente è cosa certa. Di conseguenza non ci voleva molto a capire che i partiti si sarebbero buttati a corpo morto alla ricerca del “trofeo” da esibire ai loro elettorati, vuoi intestandosi la promozione della legge “attesa da anni”, vuoi gloriandosi di averla bloccata, vuoi facendo i pesci in barile cercando di dare il classico colpo al cerchio e l’altrettanto classico colpo alla botte. leggi tutto
Dove va la destra italiana?
Non sappiamo se davvero le prossime amministrative saranno quel test rivelatore del vero stato della politica italiana così come sostengono in molti. Certamente però serviranno ad aiutare a capire a che punto siano giunti i sommovimenti a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni.
Per la destra italiana c’è davvero bisogno di comprendere dove portino dei percorsi che sino ad oggi sono stati più che ondulatori. La tre componenti più solide di questo universo non riescono infatti né a trovare una sintesi, né a conoscere la vittoria di una componente sulle altre. Da questo punto di vista il percorso di selezione delle candidature in alcune città chiave è stato piuttosto rivelatore.
Il primo dato che colpisce è come in questo frangente colui che sembrava l’astro nascente della destra italiana, cioè Matteo Salvini, sia finito in un cono d’ombra. In nessuna delle grandi città chiamate al voto c’è un candidato della Lega in pole position. Anzi in senso proprio solo a Bologna quel partito ha ottenuto di far convergere la destra sul suo candidato, che però è un candidato debole e di scarso appeal che nessuno accredita della possibilità di impensierire la candidatura al secondo mandato dell’attuale sindaco, il PD Virginio Merola, che peraltro è tutto fuori che un personaggio dotato di carisma e di solida presa elettorale. leggi tutto
La società caleidoscopica
Il confronto molto aspro sulle unioni civili ci ricorda che nel nostro paese non solo non è possibile, ma è addirittura anacronistico ricondurre le contrapposizioni politiche al continuum sinistra-destra. Non era molto facile neppure al tempo della Prima Repubblica, quando le differenze ideologiche si sommavano a quelle riguardanti le scelte religiose. Non lo è stato durante la Seconda, quando allo schierarsi per un polo o l'altro si è sovrapposta la forte motivazione del berlusconismo-antiberlusconismo, che però è stata accompagnata da altre divisioni nell'elettorato, ad esempio da quella sul federalismo. Oggi, soprattutto dopo il voto del 2013 e ancor più dopo questo triennio di legislatura, appare sempre più difficile tracciare confini tradizionali fra destra e sinistra e collocare i partiti seguendo vecchie distinzioni. La posizione anti-euro, ad esempio, è condivisa dalla Lega come dal M5S. Ora, inoltre, persino sull'Unione europea sembra talvolta allargarsi il fronte di chi vorrebbe assetti diversi, sia pure senza rivoluzionare il sistema dell'UE. Le critiche rivolte dal premier italiano al presidente della Commissione europea appaiono inedite nella forma e nella sostanza, tali da prefigurare quasi una terza posizione rispetto ai tenaci antieuropeisti e ai difensori "senza se e senza ma" dell'Europa e dell'euro. Una posizione non intermedia fra le due "estreme", ma semplicemente diversa, che può (o vuole) avere consensi trasversali nell'opinione pubblica. leggi tutto
Due ragioni per non buttare l’Europa nel vortice della crisi
Predicare in mezzo alle tempeste finanziarie in favore dell’Europa ricorda la preghiera di Paolo durante il naufragio dal quale si salvò approdando fortunosamente a Malta. Certo le difficoltà sul cammino dell’integrazione che sono scoppiate dalla primavera del 2010 sembrano essere tutte ancora lì e averne generate di nuove per le quali la soluzione appare ancora più lontana di prima. Sul piano finanziario l’area euro e il resto della Ue rappresentano un mercato tra i più aperti del globo. Il che può essere un vantaggio ma anche un’ipoteca in momenti in cui le correnti speculative sono travolgenti. Se questo l’Europa non può tornare indietro, occorre sapere che una forte esposizione richiede anche difese adeguate. Per tutti e non solo per i paesi che in un particolare momento sembrano più deboli.
Consideriamo due temi caldi per l’integrazione europea.
Il primo, sottolineato dal presidente della BCE Mario Draghi, e sul quale più volte mi sono soffermato su questo periodico, tocca l’ assicurazione federale sui depositi, fino a 100000 euro, ricordandoci che negli Usa (la FDIC) arriva invece a 200000 dollari. Questa assicurazione, negli Usa, garantisce i depositanti nel caso la banca fallisca. E’ basata su fondi federali e quindi su base geograficamente mutualistica. leggi tutto
I rebus delle primarie
Adesso Renzi vuol proporre le primarie anche al gruppo socialista europeo per la scelta del futuro candidato alla presidenza della UE. Una proposta a dir poco azzardata che continua a non tenere conto della natura piuttosto particolare di questo meccanismo per il coinvolgimento della “base” nelle scelte delle candidature per posizioni di vertice.
Per capire bisogna iniziare a ragionare sui problemi che le primarie hanno messo in luce nella nostra esperienza che ormai non è più così limitata. Anche la recente riproposizione di questo meccanismo a Milano non ha affatto sciolto le questioni che sono da tempo in campo.
La prima riguarda da chi debba essere formato il cosiddetto “popolo delle primarie”. In astratto ci sono due possibilità: 1) da coloro che sono regolarmente iscritti al partito o ai partiti che accettano quel passaggio per determinare la candidatura; 2) da tutti coloro che al momento del voto si autodichiarano partecipi di quell’ “universo politico” che li ha chiamati ad esercitare la scelta. Ovviamente non si tratta di scelte neutre, proprio perché non è che abbiamo a che fare con due categorie astratte, ma con fenomeni ben individuati della vita politico-sociale.
Nel primo caso c’è la garanzia astratta che a scegliere siano persone che hanno fatto delle scelte di militanza consapevole. Il piccolo problema è che attualmente le iscrizioni ai partiti sono più che in crisi, riguardano uno spettro sociale limitato (per esempio molti anziani e pochi giovani), leggi tutto
La difficile Europa
Dare troppa importanza alle sortite di Renzi su chi deve fare i compiti a casa, chi deve presentarsi col cappello in mano e roba simile è poco utile. Altrettanto inseguire le reazioni che le uscite del premier italiano suscitano a Bruxelles: anche quelle sono fatte tanto per finire sui giornali. Gli osservatori più attenti vedono bene le contraddizioni che si annidano in tutte queste posizioni. Werner Mussler sulla “Frankfurter Allegemeine Zeitung” ha ironizzato sul commissario Moscovici che prima dichiara solennemente che il rispetto dei parametri e l’ortodossia economica sono “un mantra” (parole sue) e poi deve far capire che, insomma, il termine va poi preso con cautela. Il commentatore tedesco ha insinuato che con la Francia, paese di cui Moscovici è stato ministro delle finanze, che rischia di sforare il limite di deficit del 3%, avesse tutto l’interesse ad andarci leggero.
Vale però la pena di passare oltre le sceneggiate politiche e di interrogarsi sulla sostanza della faccenda: l’Unione Europea è o no in crisi? C’è una leadership capace di affrontarla? Rispondere a queste domande significa anche affrontare la necessaria analisi del contesto mondiale in cui si muove l’Europa. Continuiamo a parlare di globalizzazione, ma poi ci dimentichiamo che è qualcosa di più di un vago slogan passpartout. leggi tutto


