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L'analisi del sabato. La XVII legislatura al giro di boa
Con la ripresa dei lavori parlamentari inizia la seconda metà della legislatura. Oggi come nel 2013, i temi dominanti sono l'economia e le riforme istituzionali. Negli ultimi due anni la situazione si è molto evoluta, su entrambi i fronti. Su quello dell'economia, nonostante le nubi che arrivano dalla Cina, è facile constatare che l'Italia non subisce più la pressione sui titoli di Stato che ha caratterizzato in particolar modo il periodo 2011-2013, mentre su quello delle riforme abbiamo - dopo un progetto esaminato nel 2013 e poi accantonato - un testo che (al di là dei giudizi di merito) interviene sul bicameralismo e sul rapporto Stato-regioni. Sono cambiati anche, nel frattempo, i rapporti di forza fra i gruppi parlamentari e la composizione della maggioranza di governo: siamo passati dalla "grande coalizione necessitata" di Letta a un governo Renzi sostenuto da un'alleanza che politicamente, forse, non è più occasionale e transitoria. Nata sotto il segno dell'emergenza (nell'impossibilità di eleggere persino il Capo dello Stato), la legislatura si è dipanata seguendo un percorso non sempre lineare, ma ricco di colpi di scena, di scissioni, di nuove combinazioni parlamentari. Anche l'elettorato non è rimasto fermo sulle posizioni del 2013: alle politiche attribuì all'incirca lo stesso peso a tre poli (Pd-Sel; Pdl-Lega; M5S) ma già alle europee del 2014 portò il Pd sopra il 40%, per rimescolare di nuovo le carte in occasione delle regionali e soprattutto delle comunali 2015. leggi tutto
Una politica che si prepara allo scontro
Dicevano i latini, si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra: sembra essere questo il motto se non di tutte, di gran parte delle forze politiche italiane. La guerra in questo caso sarebbero le elezioni anticipate; la pace il congelamento della situazione attuale senza vincitori né vinti, se vista dalle opposizioni; una netta affermazione di Renzi se considerata dal punto di vista del governo.
La preparazione della guerra è stata avviata da qualche tempo dalle opposizioni, inclusa quella interna al PD, sia pure in forma più o meno aggressiva a seconda dei casi. La strategia ruota intorno alla presunzione di essere in grado di trasformare la battaglia sulla riforma del senato nel “Vietnam parlamentare” a cui si è alluso in passato. Il complicarsi della situazione di contorno per via del drammatizzarsi della vicenda relativa all’immigrazione e in conseguenza della crisi finanziaria cinese sembra interpretata dalle opposizioni come un aiuto insperato in una battaglia che scalda poco i cuori della gente.
Renzi era infastidito dalla piega presa dagli avvenimenti, ma tutto sommato assente, avendo delegato la polemica ai suoi luogotenenti. Adesso è tornato direttamente in campo, annunciando una campagna in grande stile, destinata a toccare, almeno a quanto si lascia trapelare, quasi tutta l’Italia. leggi tutto
Un difficile autunno
L’autunno rischia di essere ben più difficile di quello che lasciavano prevedere le baruffe estive interne ai partiti. Certo queste non facilitano il necessario lavoro per far fronte ad un futuro incerto, ma, tutto sommato, non incideranno forse più di tanto. A fronte della nuova piega presa dalla crisi economica dopo la flessione delle borse cinesi, a fronte dell’incrementarsi del fenomeno migratorio con l’apertura di una seconda corsia attraverso i Balcani, cosa volete che importi alla gente se il centro-destra vuole o non vuole fare le primarie, e se il nuovo senato sarà eletto con procedure dirette o di secondo grado?
La politica più ruspante l’ha capito e infatti si concentra su quei problemi, ma naturalmente per le forze che in qualche modo devono farsi carico del governo del paese la faccenda è più complicata.
Il tema di fondo dell’autunno, se nel frattempo non cambia la situazione (possibile, ma improbabile), sarà come fronteggiare le angosce che a vari livelli sono indotte dai due fenomeni che abbiamo richiamato. Si tratterà di angosce con un duplice versante: uno di opinione pubblica ed uno delle classi dirigenti.
La sindrome cinese, come viene disinvoltamente etichettata, è un fenomeno complesso. Non sappiamo in termini di analisi economica come la si possa inquadrare (non è il nostro mestiere e cerchiamo di evitare analisi impressionistiche), ma crediamo di poterlo fare in termini politici. leggi tutto
L'analisi del sabato. Note a margine del dibattito sulla riforma del Senato
Il dibattito sulla riforma costituzionale sembra ormai circoscritto ad alcuni punti essenziali, fra i quali la disputa sull'elezione diretta o indiretta dei senatori. Si tratta di questioni senza dubbio importanti, che hanno risvolti politici immediati: infatti, il voto di Palazzo Madama sulla riforma del bicameralismo potrebbe provocare - già fra poche settimane - contraccolpi su governo e maggioranza, ridisegnando rapporti di forza (nel Pd) o modificando i confini della coalizione di governo (in modo strutturale anche se non necessariamente organico, oppure occasionalmente e senza ripercussioni sul quadro generale e sulla stabilità dell'Esecutivo); per contro, il governo potrebbe superare la prova senza subire eccessivi scossoni. Alle dispute molto contingenti sugli equilibri politici di brevissimo periodo si affiancano quelle sul merito della riforma. La discussione sulla rappresentatività dei nuovi senatori si è arricchita di contributi, sul piano della filosofia politica e del diritto costituzionale, degni di un passaggio storico importante come la revisione di parti essenziali della Carta Repubblicana del 1947. Certo, sovente i frutti dell'elaborazione teorica e dottrinale sono stati posti in secondo piano da un confronto eminentemente politico non privo di asperità che poco hanno a che vedere con l'atto che il Parlamento si accinge a compiere. La stessa presentazione di centinaia di migliaia di emendamenti non è stata una semplice operazione di immagine ma ha obbedito ad una logica "di manovra" (il tentativo della Lega di: 1) compattare le opposizioni sulla sua linea d'intransigenza, cercando di impedire il "soccorso azzurro" a Renzi; leggi tutto
La politica rude
Il dibattito politico nell’ultima fase si è incentrato attorno alle polemiche per le parole pronunciate in alcune occasioni da mons. Galantino, segretario della conferenza episcopale italiana. E’ un caso a suo modo curioso e interessante, perché mostra quanto sia cambiata la politica italiana.
La prima cosa che ha colpito gli osservatori è stato naturalmente il mutamento di linguaggio da parte di un membro dell’episcopato: non più toni felpati o aulici, ma un lessico diretto che riflette immediatamente il modo di ragionare della gente. Il caso di un vescovo che sferza i politici non è certo una novità: per non andare troppo indietro si possono ricordare per esempio i giudizi dell’allora vescovo di Bologna Giacomo Biffi. Non erano certo frasi tenere, ma il fraseggio era abulicamente moraleggiante.
Mons. Galantino ha invece usato toni rudi prendendo di petto due fenomeni che sono oggetto di critica diffusa, anche se da parte della gente, perché invece i media li monumentalizzano nelle interviste e nei talk show. Il primo fenomeno è quello dei “piazzisti della politica”, cioè la frotta di populisti arrembanti che alla perenne caccia di voti strumentalizzano le paure della gente e propongono soluzioni improbabili, prima ancora che inaccettabili, ai grandi drammi del nostro tempo. Il secondo fenomeno riguarda con tutta evidenza il parlare a vanvera contro le riforme in discussione agitando lo spettro del predominio di una politica di “nominati” contro quella degli eletti dal popolo per libera scelta. leggi tutto
Sarà un autunno caldo?
Chiedersi come sarà la ripresa autunnale è il classico gioco delle previsioni di mezza estate. Agosto è per tradizione il mese dei ballon d’essai politici, fatti un po’ per conservarsi uno spazio sui media un po’ per tastare il terreno senza rischi. Quest’anno la regola è stata rispettata, con una specificità: le prove che attendono la politica italiana nella seconda fase del 2015 sono particolarmente impegnative.
La prima questione dirimente sarà infatti verificare se la ripresa economica fa dei passi avanti. Pretendere che decolli, visto il contesto internazionale, è sperare contro ogni speranza, ma dei passi avanti percepibili sono necessari. Senza questi il governo Renzi rischia molto, perché se si contrae ulteriormente il favore di cui gode (in questo momento non malvagio, al netto del peso di una fascia sempre più grande di cittadini che hanno abbandonato l’interesse per la politica) le sue capacità di resistere all’attacco concentrico di oppositori interni ed esterni diventano ridotte.
Infatti la forza attuale del premier si basa su due pilastri. Il primo è la minaccia di ricorrere ad elezioni anticipate dove ha ancora la possibilità di giocare il ruolo centrale come unica alternativa forte alle derive populiste di Salvini e di Grillo (ma senza fiducia nella ripresa economica la partita diventerebbe impervia). Il secondo, che sembrerebbe in contraddizione con questo, è la scarsa propensione dei ceti dirigenti del paese a correre l’avventura di un cambio di governo. leggi tutto
Rentrée 2015: ultima chiamata per Hollande, ma non solo … .
In queste settimane si è molto parlato del ruolo svolto dallo storico asse franco-tedesco nell’ennesimo (ma forse non ultimo) salvataggio greco. Chi scrive è persuaso, come indicato su queste colonne http://www.mentepolitica.it/articolo/parigi-berlino-e-la-crisi-greca/562, che l’equilibrio della coppia sia oramai rotto e che la leadership, non solo economica ma anche politica, sia ascrivibile a Berlino. Per una serie di ragioni, in larga parte storiche ma anche legate ai nuovi equilibri all’interno dell’Ue a 28, un processo di integrazione a guida tedesca può, sul medio-lungo termine, non essere una notizia così positiva per l’intero Vecchio Continente e nello specifico per l’Italia. Lo “stato di salute” di Parigi diventa così un elemento non trascurabile quando si cercano di valutare le prospettive di ripresa dell’area euro. Per dirla in maniera ancora più esplicita, al di là delle preferenze politiche e dei giudizi personali, il carattere deludente dei tre anni di presidenza Hollande e l’ipotesi di un ritorno alla guida del Paese di Nicolas Sarkozy, dovrebbero preoccupare non poco tutti coloro che hanno veramente a cuore i destini del processo di integrazione europea. Mentre Hollande affonda e Sarkozy arranca, a sorridere resta sempre e comunque Marine Le Pen. Ecco perché la rentrée di Hollande, dopo la pausa estiva, rappresenta uno snodo importante.
Non si tratta di avventurarsi in previsioni relative all’ipotesi che Hollande opti per una clamorosa non ricandidatura nel 2017 (si tratterebbe di una prima assoluta in quasi sessant’anni di V Repubblica). Né tanto meno di insistere sul livello di gradimento bloccato al 20%, peggior risultato dopo tre anni all’Eliseo per qualsiasi presidente quinto repubblicano. leggi tutto
Obbedienza greca: occasioni per l’Europa?
Come trasformare l’obbedienza greca alle autorità e ai partner dell’eurogruppo in una occasione per far crescere l’Europa? Una domanda ridicola? Nient’affatto. L’architettura del sistema di relazioni commerciali e monetarie globali ancora in parte funzionante con Fondo Monetario e Banca Mondiale è stata creata nel 1944 a Bretton Woods ben un anno prima della fine della seconda guerra mondiale. Dunque perché non cominciare già ora, a negoziati in corso sul salvataggio della Grecia, a ideare innovazioni che numerose debolezze europee sembrano imporre? Eppoi i governi pro-Europa sono in debito d’ossigeno e hanno bisogno di un rilancio. I negoziati tra Grecia e sherpa europei avranno un esito positivo. Ma presto o tardi occorrerà affrontare il tema della ristrutturazione del debito greco o con un allungamento a 30 anni delle scadenze dei titoli di stato e riduzione interessi o con un taglio del loro valore nominale. Il che comporterà un onere per il resto di eurolandia, che potrà essere reso più sopportabile se il progetto europeo riprende slancio e la Grecia cresce.
E allora in primo luogo occorre accelerare l’integrazione bancaria con l’avvio da subito della assicurazione federale sui depositi bancari alla pari di quanto avviene negli Stati Uniti con la FDIC (Federal Deposit Insurance Corporation). Questa assicurazione può essere costituita dalle aziende di credito senza aggravi per il cittadino e per la BCE, lasciando a questa solo il ruolo che sta svolgendo ora senza aggiunta di alcunché. A questa assicurazione federale sui depositi potrebbero partecipare, e sarebbe una vera innovazione, anche altri paesi europei come la Gran Bretagna se fosse disposta a scambiare le informazioni della sua vigilanza bancaria con la BCE. leggi tutto
L'analisi del sabato. Il “partito del 2018”
Durante l'estate, com'è noto, il dibattito politico si riduce a temi di scarso peso, che si rivelano sovente effimeri una volta ripresi i lavori parlamentari. Tuttavia, le voci sull'esistenza di un "partito del 2018", cioè di un gruppo - più o meno vasto - che, soprattutto in Senato, sarebbe disposto ad assicurare un sostegno al governo per evitare elezioni anticipate prima della scadenza naturale della legislatura, non appaiono del tutto infondate. Ad oggi, abbiamo tre "finestre elettorali" possibili: 2016, 2017, 2018. La prima (2016) escluderebbe il voto con l'Italicum (a meno di una "leggina" o comunque di una norma ad hoc) perchè la nuova normativa elettorale entrerà in vigore nella seconda parte dell'anno. La terza (2018) coinciderebbe con la conclusione naturale della legislatura, che sarebbe verosimilmente preceduta (di un anno e mezzo o due anni) dal referendum confermativo della legge di revisione costituzionale (la quale, fra l'altro, cambia il sistema bicamerale). La seconda, invece, è forse la più agevole per le forze politiche, perchè permetterebbe di votare con l'Italicum avendo, nel frattempo, riorganizzato alleanze e verificato (alle amministrative 2016) i rapporti di forza fra i partiti. Inoltre, in quest'ultimo caso, se prevalessero i sì al referendum confermativo costituzionale, il vincitore alla Camera potrebbe governare col margine assicuratogli dal premio dell'Italicum (l'unico ramo del Parlamento titolare del rapporto fiduciario col governo sarebbe, infatti, quello di Montecitorio). leggi tutto
Cambiare davvero verso? L’Italia tra diplomazia e politica di difesa
Dove vuole andare l’Italia? Vuole davvero costruire, su solide basi di riforme interne (istituzionali ed economico-sociali) e su una rinnovata credibilità in politica internazionale, qualcosa che assomigli al rilancio del sistema Paese, inserito nel contesto delle storiche partecipazioni alle varie organizzazioni sovranazionali? Al netto della retorica, pare di no.
In questo secondo decennio del XXI secolo le illusioni da “fine della storia” del post-bipolarismo non solo paiono chimere, ma si stanno tramutando in incubi che rischiano di turbare il sonno di molte generazioni. E il nostro Paese si trova al centro di un pericoloso crocevia “nord-sud” nel quale sfida dell’Isis, immigrazione e crisi libica si aggiungono alle tensioni interne all’Ue tra un nord “virtuoso” e un sud “lassista” e tra Ue e Russia sul confine orientale. Insomma l’Italia è passata in un ventennio dalla “rendita di posizione” che la sua collocazione geopolitica le ha garantito nel corso della Guerra fredda, all’impellente necessità di ricostruirsi un ruolo, tramutando le sfide in opportunità e sfruttando una tradizione di politica estera che, proprio nelle odierne principali aree di crisi, in passato è riuscita ad imporsi ben al di là delle nostre potenzialità.
Come spiegare l’assenza italiana nei vari negoziati che hanno condotto ai fragili, ma ad oggi unici, accordi tra Russia ed Ucraina del febbraio scorso? Un’Italia storicamente in prima linea nel dialogare prima con l’Urss (con il contributo anche della ostpolitik vaticana) e poi soprattutto con la nuova Russia, basti pensare alla storica firma dell’accordo tra Nato e Russia a Pratica di Mare nel 2002. leggi tutto


