Di test in test
Dunque abbiamo avuto il secondo test sulla tenuta della maggioranza di destra-centro. Dopo aver interpretato il risultato del referendum sulla riforma Nordio (bocciata) come segno di una ripresa del campo largo ecco i risultati delle comunali che smentiscono quella lettura, perché la maggioranza di governo esce abbastanza bene dalla prova. La prima osservazione da fare ora è che era sbagliata la lettura del risultato referendario, la seconda è che interpretare il voto di queste comunali è tutt’altro che semplice.
La sconfitta della proposta governativa sulla riforma della giustizia non è stata ottenuta grazie al lavoro dei partiti del campo largo, ma grazie alla mobilitazione populista dei talk show che hanno diffuso la tesi (farlocca) che si aveva di mira lo stravolgimento della costituzione e che si voleva punire una magistratura tutta impegnata nella lotta ai mali della politica. Non si è riusciti a contenere l’ondata di populismo e gran parte degli elettori hanno votato seguendo quella piuttosto che farsi arruolare in una futura maggioranza di governo alternativa.
In occasione di questa tornata di comunali la mobilitazione generale di opinione pubblica è del tutto mancata. A livello nazionale, giornali e TV avevano dedicato poca attenzione all’appuntamento col rinnovo dei sindaci, persino con quelli di città importanti come Venezia, al massimo dedicando pezzi “di colore” al solito De Luca che per la quinta volta correva per tornare sindaco di Salerno. Così le battaglie sono state battaglie “locali” e lì molti partiti hanno mostrato le loro debolezze.
È accaduto in maniera diversa a sinistra come a destra. Nel cosiddetto campo largo non si è riusciti a tirar fuori un candidato di spessore nazionale per nessuno dei grandi comuni (che sono quelli che fanno notizia). Anzi dove si è vinto lo si è fatto a dispetto dei partiti: a parte il caso, peraltro clamoroso, di De Luca a Salerno, la riconquista di Prato nella rossa Toscana è stata possibile grazie alla candidatura di Biffoni, non solo già sindaco per dieci anni della città, ma da ultimo marginalizzato dal PD nella sua regione per fare un favore ad M5S. In generale il centrosinistra ha tenuto posizioni che aveva o aveva avuto quando è andato avanti con la politica di proporre più o meno il ritorno di personaggi radicati nei territori e più interessati alla continuità amministrativa che alle avventure del progressismo di maniera.
Anche a destra in generale è prevalso il successo delle logiche di continuità e dei radicamenti nei sistemi di influenze locali. Sembrerebbe, ma i dati a questo proposito sono ancora incerti e in elaborazione, che FdI abbia tratto molto più profitto degli altri partiti della sua coalizione. Da questo punto di vista è emblematico il caso di Venezia dove il partito di Meloni è andato bene, la Lega male, ma si è vinto puntando su un candidato che è tutt’altro che l’emblema del nuovo rampantismo della destra radicale. Dato che questa era stata presentata come una sfida chiave, col campo largo che scommetteva su una sua certa vittoria, potrebbe essere una lezione per FdI per un’uscita da quella logica del “amichettismo” nel distribuire cariche e posti, logica che l’ha piuttosto penalizzato.
Tutto va letto tenendo conto di quel che ci aspetta, che non sono solo le mitiche elezioni nazionali. A primavera 2027 c’è un’altra tornata di amministrative molto importanti, perché si rinnovano i sindaci di città chiave come Milano, Roma, Torino, Bologna, Napoli. Difficile che questo non sia visto come un test chiave per saggiare la distribuzione del potere fra le forze politiche e dunque la scelta dei candidati sindaco sarà qualcosa di più e di diverso dalla ricerca di accontentare gli appetiti dei vari partiti e dei loro gruppi dirigenti. Dire che questo sarà un passaggio non marginale per impostare anche il confronto fra le coalizioni a livello nazionale è del tutto scontato, salvo che non prevalgano, ma sembra difficile, i pochi che invitano Meloni a sciogliere la legislatura e ad anticipare le urne a questo autunno. Fra i tanti problemi che ciò porrebbe, ci sarebbe anche la scarsissima possibilità che in questo caso si possa operare con una nuova legge elettorale.
Con tutte le cautele del caso, anche da una tornata di amministrative i partiti possono trarre insegnamenti, ma anche ricavare preoccupazioni. Nella attuale maggioranza di centrodestra per esempio vediamo non pochi problemi di equilibrio fra le varie componenti e anche al loro interno, ma il successo di Venezia potrebbe spingere ad una scelta di candidature radicate ed equilibrate fuori dello sfoggio di bandierine di parte. Più complessa la questione nel campo largo dove le lobby interne al PD sono più strutturate e si misurano con gli appetiti dei Cinque Stelle ma anche del duo Fratoianni-Bonelli. Anche in questo caso però il flop veneziano di un candidato inventato nei caminetti di partito dovrebbe aver insegnato più di qualcosa.
Insomma di test in test procede il lavoro di risistemazione della nostra geografia politica, che non può più essere una rielaborazione alla buona delle mappe che sono state riviste nella crisi del sistema tradizionale dei partiti. Come sempre succede in questi casi sono percorsi lenti nella sostanza, anche se vengono narrati, e magari anche vissuti, come un susseguirsi di scosse di terremoto di intensità variabile. Per questo dobbiamo aspettarci un anno ricco di eventi con l’incognita, che potrebbe essere preoccupante, di una situazione internazionale che con le sue evoluzioni interverrà a modificare non poco le strategie di forze politiche che continuano ad essere confuse (a voler essere benevoli nel giudizio).


