Ultimo Aggiornamento:
10 ottobre 2026
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Il mondo brucia, noi guardiamo ai ballottaggi?

Paolo Pombeni - 10.06.2026
Valutazione Youtrend

Adesso il test delle amministrative è completato perché si sono tenuti anche i ballottaggi. Come sempre in questi casi l’analisi andrebbe fatta in profondità caso per caso, ma in un contesto ossessionato dal prevedere come potranno andare le elezioni nazionali dell’anno prossimo quel che al momento attira l’attenzione è il dato complessivo. Ebbene, nelle sei principali città il risultato è un pari e patta: tre vanno al centro sinistra (Agrigento, Trani, Chieti), tre al centro destra (Lecco, Arezzo, Macerata). Nessun segnale di una grande inversione di tendenza nelle preferenze degli elettori: per dire nella rossa Emilia Ronagna dopo la vittoria del campo largo al primo turno ad Imola, Faenza e Cervia, nei ballottaggi il centro destra si è preso Vignola e Comacchio. Sempre per citare casi in cui si va contro le aspettative a Vigevano dove al primo turno c’era stato un exploit del partito di Vannacci, al ballottaggio ha vinto il candidato del centro destra nonostante il boicottaggio dei fedeli del generale.

In complesso a stare ad una valutazione di Youtrend, in genere affidabile, su 118 comuni che sono andati al voto, 50 sono andati al centrosinistra (più o meno campo largo), 40 al centrodestra, 28 a candidati civici o di partiti fuori dei due grandi raggruppamenti.

Insomma le due coalizioni se la giocano, non c’è nessun vento impetuoso che soffi a favore di una parte o dell’altra. Lo si è visto anche dal trend dell’astensionismo: questa volta ha votato il 52% con un calo di 8 punti rispetto al primo turno, segno che neppure i “duelli” mobilitano l’elettorato. Dunque c’è da aspettarsi un incremento dello sforzo populista da una parte e dall’altra nella lunga vigilia prima delle elezioni nazionali, ma anche con l’incombere delle elezioni dei sindaci di alcune grandi città che ci saranno nella tarda primavera prossima: una partita anche questa che le due coalizioni contrapposte non potranno permettersi di sottovalutare.

Però tutto questo avverrà in un contesto che sarebbe miope sottovalutare e che davvero può sconvolgere i pigri equilibri del nostro sistema dei partiti. In primo piano c’è ovviamente il quadro internazionale con la crisi in Medioriente ben lontana dall’avviarsi a soluzione e con la guerra russo-ucraina che non si sblocca.

Sono due teatri di guerra che toccano, e non poco, anche la politica italiana. Fra un poco, il 12-14 luglio, ci sarà a Parigi il summit dei cosiddetti “volonterosi” dopo l’incontro che si è tenuto domenica scorsa a Londra fra Macron, Starmer, Merz e Zelesnsky. Poi ci sarà il vertice del G7 a cui parteciperà anche Trump. In quei contesti l’Italia vuole presentarsi come un attore di qualche peso, o rimarrà schiava delle molte faide interne che sulla politica estera sono presenti tanto nel destra-centro quanto nel campo largo? Non è una questioncella banale: la politica estera non può portare frutti se lasciata solo sulle spalle di Giorgia Meloni, la quale, peraltro, guarda anch’essa alle diatribe presenti nella nostra opinione pubblica, a cominciare da quei settori più vicini alla coalizione che la sostiene.

Ci sono chiaramente le tensioni più visibili con il populismo del generale Vannacci e quelle con la Lega di Salvini dove l’ex “capitano” è alle prese con le domande di riforma di Zaia, Fedriga ed altri, ma ci sono i dibattiti interni ai gruppi dirigenti dei ministeri, roba che noi non conosciamo, ma che conta non poco. Sono tutte variabili su cui giocano le opposizioni, che certo così fanno il loro mestiere nel contrasto al governo, ma che in definitiva non concorrono affatto a costruire un solido retroterra per una politica nazionale che possa essere spesa in politica estera.

Se non fossero abbastanza questi problemi, adesso ci si aggiungono i movimenti di redistribuzione dei pesi politici fra quelli che sbrigativamente si definiscono i poteri forti. Parliamo ovviamente del mondo dell’economia, dove dopo decenni di sostanziale stagnazione nel distribuirsi delle posizioni si è arrivati al grande ribaltone. Come definire altrimenti i movimenti nel mondo bancario? Era sembrato che si fosse arrivati ad una prima redistribuzione con l’operazione sul Monte dei Paschi di Siena coi suoi riflessi sulle Generali. L’impressione era che si fosse se non rotta ridimensionata la sistemazione che storicamente si era trovata in Mediobanca: per quanto in crisi non da ieri, ad alcuni era parso che ci si trovasse di fronte ad uno spostamento dell’asse dalla finanza dell’area classica nordista ad altre potenze finanziarie.

Ora la discesa in campo di Banca Intesa, formazione “torinese”, in alleanza con l’emiliana Unipol delle Coop, ci manda il messaggio di una risistemazione niente affatto conclusa, le cui coordinate sono difficili da capire per chi, come anche noi, è fuori dai grandi giochi.

Resta il fatto che sarebbe da ingenui pensare che tutti questi sommovimenti, in politica internazionale come in politica economica, siano al margine del quadro politico. Certo non influenzano il contesto delle elezioni amministrative, non almeno nell’immediato, ma ci fanno capire che la situazione italiana è tutt’altro che stabilizzata. Del resto basta vedere un certo nervosismo che si comincia a percepire sotto traccia nel mondo della comunicazione, anche questo interessato da cambiamenti fuori dei circuiti sino a ieri normali (l’arrivo di Del Vecchio nel mondo dell’editoria, tanto per citare).

La politica dovrebbe avere tutto l’interesse a lavorare per tenere sotto controllo i molti sommovimenti di un mondo, internazionale ed interno, che diventa sempre meno fragile da decifrare. Ovvio che in una situazione confusa ed opaca le riesce più facile continuare ad accapigliarsi sulle vecchie categorie del passato.