Ultimo Aggiornamento:
13 giugno 2026
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Riforma elettorale: la storia infinita

Paolo Pombeni - 03.06.2026
Festa della Repubblica

Assopite le diatribe sull’esito della tornata delle amministrative, adesso (quasi) tutta l’attenzione del ceto politico sembra essersi spostata sulla riforma della legge per regolare le elezioni nazionali. La maggioranza di governo ha deciso di accelerare nella speranza di arrivare all’approvazione entro l’autunno del nuovo testo che ha elaborato, tenendo conto di qualche osservazione dei costituzionalisti (laddove non toccavano interessi dei ceti dirigenti dei partiti).

Alcuni delle opposizioni che speculano su tutto sostengono che la riforma si fa per andare a votare già quest’anno, ma è quanto meno improbabile. Innanzitutto perché solo a marzo del 2027 i parlamentari conseguiranno il numero di mesi necessari per avere computata l’attuale legislatura ai fini pensionistici. In secondo luogo perché in autunno c’è la sessione di bilancio e nelle circostanze attuali sarebbe azzardato per qualunque governo uscisse dalle urne affrontare come prima prova il passaggio di una legge che, visto che non ci sono margini di manovra coi fondi pubblici, prevedibilmente scontenterà una platea ampia.

Resta in sospeso se si voterà la prossima primavera dopo marzo, o se si andrà all’inizio del prossimo autunno. La ragione dell’incertezza è che ci sarà anche, prevedibilmente intorno a maggio-giugno, una tornata elettorale amministrativa per i sindaci di alcune città molto importanti che fanno ciascuna un caso nazionale (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli). Votare per le elezioni politiche prima di questa scadenza metterebbe al riparo (fino ad un certo punto) dall’effetto-traino possibile dei risultati delle grandi città. Sulla carta si tratta di sedi attualmente governate dal centro-sinistra, ma bisognerà vedere come va: dopo l’esperienza di Venezia sono tutti cauti a fare pronostici blindati.

Comunque vada intanto si deve vedere se la riforma elettorale passerà, se passerà così com’è stata disegnata nella nuova versione, o quali emendamenti interverranno (a meno che il governo non ponga la questione di fiducia, ma sarebbe una mossa per screditare definitivamente l’immagine di un qualche ruolo del parlamento). Le opposizioni sono compattamente schierate a non accettare nessun dialogo o confronto con la maggioranza (eccetto Calenda), ma lo fanno sperando di lucrare, come hanno fatto nel referendum sulla riforma Nordio, sul mito della costituzione tradita e dell’assalto al potere dell’estrema destra. Che porti a dei risultati ci permettiamo di dubitare.

Il vero obiettivo delle opposizioni sarebbe costruire due trappole: la prima, parlamentare, è che dalle fila di quelle componenti del centro destra (soprattutto Lega, ma anche FI) che vedono la nuova legge troppo favorevole a Meloni e ad FdI, arrivino nel segreto dell’urna voti di rincalzo che portino alla bocciatura del disegno di legge; la seconda è che si crei un clima di “allarme costituzionale” che spinga la Consulta, una volta che inevitabilmente sarà investita del tema della compatibilità della riforma con la nostra Carta, a trovare il modo di cassarne almeno molti punti come avvenne con la riforma elettorale di Renzi (il cosiddetto Italicum).

Le possibilità che questa tattica porti tutti i frutti sperati non ci sembrano molte. Invece un punto diventa assolutamente problematico per il cosiddetto campo largo. Se passa la norma della riforma per cui le coalizioni che competono devono indicare preventivamente un candidato premier, nonché un progetto comune, si porrà il tema di come la coalizione “progressista” (perché sembra sarà questa l’etichetta) designerà il suo campione. Giornali e TV sono già da tempo arrovellati a discutere se la designazione del candidato premier contro la Meloni (scelta scontata per l’altro campo) si farà con le primarie, magari da aprire anche al voto elettronico, o con un accordo da trovare fra i leader dei partiti coalizzati.

La seconda modalità richiede o una resa di tutti alla segretaria del maggior partito, il PD, o, inevitabilmente, la scelta di un cosiddetto papa straniero, cioè una figura che non possa essere attribuita alla preminenza di uno dei partiti. Ammesso che ci si riesca, sarebbe poi un “capo” a cui tutti tenteranno, chi più chi meno, di fare le scarpe (vedasi il caso emblematico di Prodi).

Le primarie non sono più invece uno strumento che garantisca una scelta alla fine condivisa. Senza contare che il numero dei partecipanti ai famosi “gazebo” (fisici o virtuali che siano) è comunque minore di quello degli elettori che poi faranno la scelta vera (a meno di non contare su un ulteriore incremento dell’astensionismo), non è neppure detto che chi di loro ha votato per un candidato poi sconfitto trasferisca il suo consenso sul vincitore (anzi in tempi di radicalizzazione di ogni posizione è piuttosto difficile).

Come abbiamo sia pure sommariamente illustrato, il problema di tenere insieme i blocchi elettorali diventa sempre più complicato e vale per entrambe le coalizioni. Ciò temiamo abbia come conseguenza la spinta a ricorrere, in entrambi gli schieramenti, alla radicalizzazione delle posizioni, in modo da far apparire chi si allontana come un traditore o quanto meno come uno che non ha capito quale sia la fatale posta in gioco.

Non è una bella prospettiva per un Paese come il nostro che dovrà affrontare mesi inchiodato in questi duelli all’ultimo sangue, mentre invece ha davanti mesi sotto il segno dell’incertezza per una situazione internazionale complessa, fra l’altro con pesanti ricadute su una economia come la nostra che non è messa malissimo, ma che sconta fragilità che possono collassare anche sotto gli effetti di contingenze che di per sé si dovrebbe essere in grado di tenere sotto controllo.