L'incognita della nuova legge elettorale
Mentre i due fronti referendari continuano a scontrarsi per lo più indifferenti ai richiami di Mattarella alla compostezza (che ciascuno giudica come indirizzati solo all’altro), nei meandri del parlamento si continua a lavorare all’ipotesi di varare entro fine primavera una nuova legge elettorale. Questa volta il tentativo è di trovare un accordo sostanziale che attraversi la maggior parte delle forze politiche, anche se poi le esigenze di scena imporranno che le opposizioni si lamentino per un asserito furto di opportunità e la maggioranza, in realtà piuttosto divisa su questo tema, sostenga che invece si è lavorato d’armonia e d’accordo per il bene del Paese.
Vediamo di sbrogliare un poco la matassa. Il fulcro è il superamento del sistema simil-maggioritario attualmente in vigore, sistema che per una serie di problemi (collegi troppo ampi, liste bloccate, discrepanze di equilibri fra le varie zone d’Italia) è diventato sempre più una lotteria, non solo per determinare i vincitori, ma altrettanto per produrre delle Camere in cui la transumanza da un partito all’altro rende poi comunque aleatorie le maggioranze (a meno di non piegarsi ai diktat dei gruppi minori). Di qui una sorta di concordia sottotraccia a tornare ad un impianto di tipo proporzionale che consente a ciascun partito di verificare la sua presa sull’elettorato senza dover negoziare con gli altri membri della coalizione.
Per non ricadere però nella trappola di un sistema che frammenta tutto e che non produce maggioranze di governo, si torna all’eterno inghippo della cosiddetta “legge truffa” del 1953. Un premio consistente in un adeguato numero di seggi da assegnare alla coalizione piazzata in modo da risultare la maggioranza relativa. La soglia, seguendo una prescrizione di minima della Corte costituzionale, viene fissata al 40% dei consensi, forse con due o tre punti in più. Questo presuppone che il 60% di voti che andrebbero agli altri partiti non veda una coalizione almeno di pari peso, ma si distribuisca su un certo numero di partiti non coalizzati in maniera significativa. In quest’ottica alla coalizione vincitrice andrebbe un premio in seggi che le consenta di avere una maggioranza certa: si tratterebbe, secondo alcuni calcoli, di circa 130 seggi fra Camera e Senato.
Già qui sorge, per la gioia degli azzeccagarbugli dei sistemi elettorali, un problemino non secondario: a chi andrebbero questi seggi aggiuntivi? Ovviamente sul punto le divisioni sono molte. Una distribuzione che li attribuisse sulla base dei voti proporzionalmente presi da ciascun partito della coalizione vincente non piace, perché tornerebbe a tutto vantaggio dei partiti maggiori riducendo gli altri a innocui portatori d’acqua senza ricompensa. Allora la soluzione che sembra emergere, in questa congiuntura in cui la politica è sempre più un affare di corporazioni chiuse, è che tutti i partiti coalizzati abbiano parte nella divisione dei seggi supplementari, ma non sulla base di rapporti proporzionali, bensì di “listini” di candidati aggiuntivi che ciascun partito indicherebbe a priori.
Tutto questo con sprezzo della necessità di incentivare la partecipazione degli elettori, a cui si lascerebbe solo la modesta scelta di indicare un partito ed eventualmente di conseguenza una coalizione: la scelta della classe politica, che in teoria dovrebbe rappresentare i cittadini, verrà fatta in sede di formazione delle liste dalle forze politiche per rappresentare sé stesse e i propri equilibri. Di tornare al sistema delle preferenze, che, per quanto non proprio esente da pecche, comunque stimolava i candidati a raccogliersi dei voti in nome proprio, proprio non si vuol tornare a parlare.
Sembra si sia superato lo scoglio dell’indicazione obbligatoria per ciascuna coalizione o partito del nome di chi sarebbe divenuto premier in caso di vittoria. Pur con l’argomento che questo avrebbe limitato la prerogativa costituzionale del Capo dello Stato di conferire l’incarico (discutibile nel senso che la prassi costituzionale stabilisce che comunque il Quirinale nomina il capo della coalizione che eventualmente vince le elezioni), la sostanza è che quest’obbligo avrebbe creato di fatto coalizioni con un capo e che con questo l’elettorato sarebbe stato indirizzato a votare più per questo e per il suo partito che per gli altri membri della coalizione. Per ragioni opposte non va bene né ai componenti dell’attuale maggioranza, né a quelli dell’opposizione. Nel primo caso l’indicazione di Giorgia Meloni sarebbe inevitabile e così si sottrarrebbero voti e legittimità agli altri partiti e ai loro leader. Nel secondo caso notoriamente è un’impresa trovare un nome che vada bene a tutti, non solo per il duello fra Schlein e Conte, ma per la sensazione abbastanza diffusa che nessuno dei due sia una calamita di consensi.
Poi ci sono molti dettagli (si fa per dire) che devono venire sistemati tipo: se nessuna coalizione raggiunge il 40%, si va al ballottaggio fra le due più votate o si distribuiscono semplicemente i posti in modo proporzionale senza premio di maggioranza? Nel primo caso si può immaginare cosa sarebbero capaci di fare nella battaglia per il ballottaggio i designati nei “listini” per tentare di difendere il loro posto al sole. In maniera più tecnica: come si gestisce un sistema proporzionale per il voto al Senato che per legge costituzionale va conteggiato su base regionale? Ma l’elenco potrebbe facilmente proseguire.
Senza affrontare le molte tecnicalità di una riforma che sembra essere pensata solo con l’occhio a quel che potrebbe tornare a beneficio dei partiti, c’è da notare che di fronte all’attuale crisi di fiducia nella democrazia e per elezioni che si terranno dopo un referendum come quello sulla riforma Nordio che è gestito per organizzare il Paese in curve da stadio non sarebbe proprio il caso di fare nuove leggi incomprensibili per i cittadini. Se non si ricostruisce una simbiosi virtuosa fra la gente e la classe politica si costruisce il sistema sulla sabbia.
Troppo rischioso, per non dire di peggio, in tempi di sconvolgimenti a tutti i livelli.
di Paolo Pombeni


