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15 luglio 2026
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USA, Europa, Italia

Paolo Pombeni - 10.12.2025
MAGA

In quel gioco di specchi che è diventata al momento la politica internazionale ci si interroga sul peso da dare al documento programmatico dell’amministrazione americana che prova a disegnare il futuro della sua politica estera scagliandosi con violenza con l’Europa. Come era da aspettarsi questo accende un dibattito anche nella nostra vita politica, considerando le sue incertezze e le scelte pro Trump della presidente Meloni.

Ma andiamo con ordine. Quanto al significato del documento americano ci sono fra gli osservatori pareri contrastanti. Se tutti sottolineano il tributo che esso paga alle mode della destra statunitense, il mondo sbrigativamente etichettato MAGA, per cui vanno messi nel conto eccessi retorici, ci si divide se considerarlo un piano che riflette andamenti reali o un manifesto retorico che è più che altro destinato a mandare messaggi provocatori a vari interlocutori. A nostro modesto avviso le due interpretazioni non si eludono a vicenda, ma sono integrate.

La storia delle relazioni internazionali contiene non pochi esempi di documenti di quel tipo che hanno sbandierato una linea abbandonata in seguito per adeguarsi al contesto delle forze e delle tensioni in campo. Avverrà così anche questa volta, soprattutto se i messaggi subliminali mandati a vari interlocutori andranno o non andranno a buon fine. Il primo di questi è una premessa banale, si dovrebbe dire lapalissiana: gli USA sono interessati solo a fare il loro interesse e rinunciano al ruolo (oneroso) di regolatori e guardiani degli equilibri internazionali. Non è né più né meno quello che ogni sistema politico ha sempre fatto, per lo più evitando di teorizzarlo cinicamente. Anche quando un paese si è assunto il ruolo di agente decisivo nel mantenimento degli equilibri, lo ha fatto nella convinzione che solo così si garantisse il proprio specifico interesse. È banalmente la teoria per cui se vuoi vivere sicuro devi farti carico di avere intorno a te un contesto sicuro.

Detto questo, ci sono i messaggi subliminali, che sono sostanzialmente due e mezzo. Il primo è diretto a Putin e alla sua cerchia: non saremo noi americani a regolare la vostra capacità di espansione se state attenti a non portarla in collisione con la nostra. A Mosca hanno capito al volo e subito sono scattati gli applausi: di comodo, come si usa da parte di quella diplomazia. L’obiettivo di Trump è appuntarsi la medaglia per la chiusura della guerra in Ucraina.

Il secondo è diretto all’Europa ed è l’annuncio dello scioglimento del mondo euro-atlantico: Trump e i suoi non vogliono considerare un dovere di solidarietà storica agire come vertice della cosiddetta comunità atlantica e facendosi carico del suo sviluppo. Quella era roba da guerra fredda e conseguenze, adesso ciascuno per sé e per tutti il dio degli interessi nazionali diversi.

Non significa necessariamente dismettere una “alleanza”, ma ridimensionarla brutalmente ad accordi di convenienza: niente basi ideologiche, solo rapporti per reciproci interessi. La svalutazione selvaggia della “civiltà europea”, che è dipinta come in fase di progressiva dissoluzione, risponde esattamente al ripudio della ideologia, considerata dalla destra americana non solo superata, ma falsa, di una comune natura ed origine del sistema socio-politico europeo e di quello americano (la tesi, per dirla con un famoso storico, che l’America fosse una nuova Europa emigrata oltre atlantico). Gli USA, si sostiene dai Maga, non hanno nulla da imparare dalla decadente Europa, che è un coacervo di stati in crisi, dentro ciascuno dei quali essi vedono componenti consapevoli di questa realtà e pronte a mettersi al servizio della nuova cultura post-occidentale (e su di esse puntano Trump e soci).

Il mezzo messaggio è destinato alla Cina: voi siete il nostro concorrente storico, perché avete capacità espansive e risorse che a noi scarseggiano (anche se un tempo hanno fatto la nostra fortuna) e le state impiegando al massimo. Di conseguenza non possiamo essere “amici”, ma solo eventualmente consensualmente separati in casa, nella casa comune del mondo, se accettate di spartirla molto chiaramente con noi.

Come devono reagire a questa relativa novità (relativa, perché andava preparandosi da tempo) l’Europa e in questo contesto l’Italia? È ragionevole che per ora sia stata per lo più scelta la strada del troncare e sopire (con qualche eccezione, giusto per battere un colpo di presenza): bisogna capire in questo gioco di specchi quanta realtà hanno le ombre e le sagome che in essi si riflettono. Il tema chiave non può però essere quello di ricostruire un euro-atlantismo che è finito con il venir meno del grande scontro ideologico che per semplicità si definiva liberal-capitalismo vs. comunismo. L’Europa deve mettersi nelle condizioni di ricostruire il suo “spessore”, se ci concedete il termine.

Significa non solo investire in capacità di difesa (l’erbivoro non sopravviverà tra i carnivori, tanto più se nessuno di questi lo tutelerà), ma soprattutto affrontare i ritardi e le storture, per altro ben note: basta rileggersi i rapporti Draghi e Letta. Non si tratta di dissolvere la UE, ma di portarla a compimento, sia abolendo tutto ciò che tutela i particolarismi nazionali (a iniziare dalle decisioni all’unanimità), sia rivedendo le varie fughe in avanti fatte nella convinzione di regolamentare tutto e di sottomettere tutto al presunto raggiungimento di un mondo futuro perfetto.

E l’Italia? Vorremmo sommessamente suggerire di lasciar perdere le intimazioni alla Meloni di rompere con Trump: in questo momento non sarebbe possibile (e infatti in Europa esplicitamente e veramente non lo fa nessuno) e non sposterebbe nulla. C’è piuttosto da avviare nel nostro paese una seria operazione per riflettere sul momento che attraversiamo e come possiamo affrontarlo, accettando la premessa che non c’è spazio per giocare in solitaria, ma solo per essere un membro attivo e portante della rinascita europea.