Doppiamente sospesi
Sarà un momento di grande difficoltà per la politica italiana stretta in una morsa assai poco piacevole: l’esito delle urne referendarie e lo sviluppo della crisi in Medio Oriente. Siamo un sistema politico, ma anche un paese doppiamente sospesi nell’attesa di eventi che sono estremamente difficili da prevedere.
Partiamo dalla questione del referendum sulla riforma Nordio. Lasciamo perdere il profluvio di strumentalizzazioni, furberie retoriche, demagogie di vario conio che ci hanno invasi provenienti da ambedue le parti dello schieramento. Ora il problema è prevedere come sarà possibile gestire l’esito del voto, nei due diversi casi. Il timore è che, complice lo stress di questi mesi di fanatismi esasperati, chi risultasse vincente voglia semplicemente affermare la visione totalitaria che è stata elaborata da ciascun fronte nel furore delle polemiche.
In termini banali significa che se vincerà il no alla riforma ci si tenga un sistema che ha mostrato molte criticità, come da tempo e dalle sponde più diverse è stato affermato. In pratica che il dominio sul CSM di una magistratura organizzata in correnti di potere (come sempre le correnti cominciano come orientamenti ideologici e finiscono come lobby- vedere la storia della DC) e in cui dominano quelle più radicalizzate ritenga di avere avuto il via libera per esprimere la sua egemonia come regolatore del sistema politico-istituzionale. Non stiamo parlando di tutta la magistratura ma di all’incirca 2000 associati su più di 8000 magistrati. Non avremmo un sistema bilanciato, ma un irrobustirsi delle lotte fra fazioni, di togati e di politici: uno scenario che dovrebbe quantomeno impensierire chiunque abbia a cuore le sorti del nostro sistema di governo e convivenza.
Non è affatto che si possa stare tranquilli nel caso di una vittoria del sì. Sebbene ultimamente il ministro Nordio si sia speso a dire che in quel caso la messa su strada della riforma sarà fatta con cautela e coinvolgendo tutti, magistrati, avvocati e forze politiche, le sue parole cozzano con un contesto in cui prevalgono componenti che vogliono imporsi a tutti i costi. Qui bisogna ricordare che il nodo della questione sono le norme di attuazione della riforma. Al contrario di quanto dicono i polemisti del no, al momento non è deciso come avverranno le estrazioni dei membri togati dei due CSM e dell’Alta Corte, essendo improbabile che ci sia la banale estrazione alla cieca su una platea indifferenziata di più di 8000 magistrati. Altrettanto si dica per quanto riguarda la formazione della lista di personalità predisposta dal parlamento su cui poi estrarre: anche qui si andrà semplicemente a maggioranza, o, per esempio come nel caso della Corte Costituzionale, si avranno eletti che per essere inseriti in lista debbano avere un quorum che imponga un coinvolgimento delle opposizioni?
Come si vede anche qui c’è da preoccuparsi, ma a chi ha chiesto di sapere prima, dall’uno e dall’altro fronte, come si intendevano risolvere i problemi che abbiamo sollevato (e altri) si è risposto picche per paura di perdere pezzi di coalizione che in entrambi i casi agli equilibri razionali sono molto poco interessati.
La preoccupazione per i futuri scenari è molto rafforzata dall’attuale fase delle relazioni internazionali. L’iniziativa israelo-americana di scatenare una grande guerra contro l’Iran non ha fatto i conti con le potenzialità di resistenza del regime degli ayatollah. Il calcolo che bastasse dargli una mazzata per farlo crollare si è dimostrato sbagliato e adesso si è davanti al problema di come chiudere una avventura che non potrà finire a breve come si era immaginato. A portare il confronto a fondo, cioè ad avere una guerra fino all’annientamento del nemico, ci sono disponibilità più scarse di quel che Trump e Netanyahu si aspettavano.
L’Europa vuole star fuori dalla guerra e su questa posizione converge anche il governo italiano che avrà anche più di un debole per la figura di Trump, ma non è così cieco da non vedere che la situazione si sta incartando in maniera sempre più pericolosa. Tuttavia la questione fondamentale non è come intervenire, cosa che non è richiesta perché non c’è spazio e non saremmo di grande aiuto (né noi, né gli altri paesi europei). Non è neppure quella di salvarsi l’anima facendo intemerate anti americane e anti sioniste come vorrebbero le opposizioni, perché ci attireremmo solo problemi senza dare alcun contributo. Il tema vero è come gestiremo la situazione economica critica che questa guerra sta già provocando e che potrebbe diventare anche molto più drammatica.
Non dovrebbe essere difficile capire che una congiuntura del genere non la governi con un Paese spaccato in lotte di fazione e in cui gli occhi della politica sono fissi solo sulle elezioni politiche del prossimo anno (e ci permettiamo di avvertire che le letture impressionistiche di come è andata domenica scorsa nelle amministrative in Francia riattiverà sia i fan delle soluzioni di destra radicale che quelli di sinistra radical-movimentista). Il nostro sistema sociale ha molte fragilità, sia pure distribuite per alcuni ambiti a macchia di leopardo: non sappiamo quanto reggerebbe ad un incrudelirsi dell’inflazione coi salari bassi che ci sono in troppi comparti, per non parlare delle reazioni a fiammate spudoratamente speculative che l’opinione pubblica non è in grado di tollerare.
Varrebbe la pena di ragionare sugli scenari doppi che, sia pure schematicamente, abbiamo cercato di descrivere, piuttosto che buttarsi a capofitto nei ludi retorici che tanto piacciono in questi tempi di esasperato “agire comunicativo” (tanto fare un piccolo omaggio a Jurgen Habermas appena scomparso).
di Paolo Pombeni
di Maurizio Griffo *


