Ultimo Aggiornamento:
18 aprile 2026
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La politica estera in tempi di incertezza

Paolo Pombeni - 11.03.2026
Meloni e guerra

Nella tradizione italiana la politica estera è stata raramente un tema seguito costantemente con passione dal complesso dell’opinione pubblica. In ciò nulla di strano, perché è così in quasi tutti i Paesi, salvo quando accadono fatti che possono accendere passioni elementari o prestarsi a manipolazioni per essere visti come segnali che interpretano il futuro. In questo anche la nostra opinione pubblica non fa eccezione.

Altro discorso per l’attenzione che al tema viene riservato dalle classi dirigenti, specie da quelle politiche. Qui si può vedere una certa anomalia italiana, perché anche in quegli ambienti sembra si faccia fatica a misurarsi con quel che succede a livello internazionale mantenendo una certa freddezza di giudizio e lasciando perdere le facili strumentalizzazioni propagandistiche.

Questa premessa è necessaria se si vuole affrontare l’analisi del difficile momento con cui si sta confrontando la politica estera del nostro Paese. Le prese di posizione roboanti, i giudizi in bianco e nero, le intemerate pseudo-moraleggianti servono a poco o a nulla. Un sistema politico, a cominciare ovviamente dal suo governo e dal parlamento, dovrebbe valutare con attenzione una congiuntura specifica, specie quando questa, come nell’attuale fase della crisi mediorientale, è particolarmente oscura e intricata. Assistiamo invece ad una fascinazione superficiale ed ingenua per prese di posizione che sono semplici retoriche populiste come quella dello spagnolo Pedro Sanchez, o per giudizi che vorrebbero essere universali sulla crisi dell’Occidente, sul pericolo islamico, sulle virtù del trumpismo se non del messianesimo ipocrita alla Netanyahu.

In questo clima è stata molto criticata la affermazione della premier Meloni che non si sentiva né di condividere, né di condannare l’iniziativa israelo-americana contro l’Iran degli ayatollah. Subito è tornato a galla il famoso “né aderire, né sabotare” dei socialisti italiani per l’entrata del nostro Paese nella Prima Guerra Mondiale, una linea che, alla luce di quel che successe dopo, non portò certo fortuna al PSI. Con un po’ di freddezza, si può invece vedere nella pronuncia della premier un certo realismo, sia pure non scevro di ambiguità. Da un lato infatti si prende atto che la scelta della guerra preventiva contro l’Iran avviene senza tenere conto di un quadro di legalità internazionale, già saltata con l’aggressione russa all’Ucraina, ma che riproponendosi avrà non poche conseguenze. Dall’altro lato si coglie che condannare l’azione che comunque mette sotto pressione un regime come quello iraniano inaccettabile da molti punti di vista, a partire dalla repressione selvaggia contro il suo popolo, finirebbe per giustificare una qualche sorta di legittimità per quel regime.

Non siamo ingenui, e valutiamo anche che per Giorgia Meloni è importante non mettere in crisi la sua relazione con l’amministrazione Trump: quella è una sua carta da spendere nelle relazioni internazionali e l’Italia è un paese con molte debolezze per cui non sarebbe in grado di reggere uno scontro con un sistema come quello statunitense da cui ancora dipendiamo da più di un punto di vista.

Tuttavia l’aspetto importante, e, credeteci, di gran lunga preminente è che l’Italia agisce nel quadro di una coalizione europea, la cui sovrapponibilità con la UE non è sicura, ma che può essere in grado di permettere una presenza in quel delicatissimo quadro mediorientale e per estensione mediterraneo che è per noi di importanza vitale. Il fatto che al momento si prospetti una gestione a quattro dell’evoluzione della guerra, Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia, non va assolutamente sottovalutata, a partire dal fatto che si mettono insieme interessi e prospettive che sino a ieri non erano esattamente coincidenti, anzi talora erano in conflitto (icasticamente si pensi al rapporto Macron-Meloni).

La faccenda è tanto più importante, quanto più diventa chiaro che l’Europa ha scarse capacità di giocare un peso. Netanyahu non la vuole fra i piedi, perché sa che costituisce una difficoltà per il suo progetto di annientare la questione palestinese. Trump, ma più di lui, che è uno instabile per cui a quanto sostiene va dato un peso relativo, il suo gruppo dirigente a Washington considerano l’Europa un non-soggetto che complica solo la risistemazione della geopolitica con la sua posizione sull’Ucraina.

Il rilievo per noi dell’evoluzione che potrà avere la situazione in Medio Oriente è fuori discussione. La strategia dell’Iran è chiaramente quella di provare ad incendiare tutta la regione, per costringere Trump a chiudere un intervento che è poco popolare negli USA e che gli sarà d’inciampo nelle elezioni di novembre anche per le conseguenze economiche sugli approvvigionamenti energetici (un problema che toccherà pesantemente anche l’Europa). Netanyahu e il gruppo dirigente israeliano vogliono invece che la guerra continui per risistemare l’area in senso nuovo, con l’Iran disarmato e di conseguenza i suoi proxy debellati, la questione palestinese messa in frigorifero, il Libano destrutturato e i paesi arabi della regione a leccarsi le ferite.

Ma ciò apre una ulteriore questione, perché il conflitto di interessi fra Trump e Netanyahu è una variabile da non sottovalutare: non sappiamo ovviamente se e come si comporrà (intanto Witkoff e Kushner hanno annullato la visita prevista a Gerusalemme), ma si tratta di una incognita di notevole rilievo.

In un contesto del genere la politica estera di una media (molto media) potenza come è l’Italia è una partita più che difficile da gestire. Più che mai per avere davvero un ruolo sarebbe fondamentale poter far conto su un solido consenso nazionale delle maggiori componenti della classe politica (ma anche di quella intellettuale), cosa al momento inesistente. Continuiamo ad incartarci in lotte di fazione, trasversali perché da questo punto di vista non valgono né maggioranze né opposizioni, né solidarietà interne ai partiti. Come se il problema del nostro futuro dipendesse davvero dalla conquista di voti nel referendum o alle prossime elezioni e non da come riusciremo a gestire collettivamente questo difficilissimo passaggio storico.