Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

Giochi di Palazzo?

Paolo Pombeni - 14.03.2018

L’autoproclamatosi premier in pectore (altrimenti non ci sarebbe democrazia!) Luigi Di Maio liquida come giochi di Palazzo l’agitarsi convulso della politica a fronte di una situazione che non tanto ha visto uno stallo per mancanza di vincitori assoluti, ma che sconta una campagna elettorale giocata su promesse irrealizzabili che adesso vincolano i due partiti che potrebbero essere a un passo da Palazzo Chigi. Invece è solo la realtà politica che presenta il suo conto: la democrazia parlamentare non è una lotteria dove uno può estrarre il biglietto vincente con un colpo di fortuna.

Del resto, se di giochi di Palazzo si deve discorrere, già la questione di designare i vertici delle due Camere lo sono e i Cinque Stelle ci stanno partecipando alla grande. La delicatezza delle due posizioni sembra sfuggire e del resto era già accaduto nella legislatura appena conclusa, con la trovata di metterci Grasso e Boldrini, che non si sono rivelati esattamente due figure capaci di ricoprire il ruolo di mallevadori e garanti di una cultura politica nazionale capace di ricucire le lacerazioni di un paese in crisi. Così, una volta di più, le due presidenze vengono viste più come fortini da conquistare per piantarci la propria bandierina che leggi tutto

2018: un primo bilancio del voto

Luca Tentoni - 10.03.2018

Le elezioni del 4 marzo hanno profondamente mutato i rapporti di forza fra i partiti, ma soprattutto hanno dimostrato che nessuna posizione acquisita è destinata a restare immutabile nel tempo. La volatilità elettorale è stata, in una prima e parziale stima, non inferiore al 27% degli elettori, con scambi fra i poli di almeno il 15% dei voti. I due partiti (Pd e Fi-Pdl) che nel 2008 avevano il 70,6% dei consensi alla Camera e che nel 2013 erano scesi al 47%, sono ora al 33%. I saldi delle coalizioni - nonostante il crollo di Pd e Fi - sono resi meno pesanti dal risultato degli alleati: nel centrosinistra la lista Bonino (pur non raggiungendo il 3%) permette di contenere la flessione a 1,6 milioni (il Pd ne perde 2,6), mentre nel centrodestra ai 2,8 milioni di consensi persi dagli "azzurri" fanno da contrappeso i 4,2 guadagnati dalla Lega e i cinquecentomila in più conquistati da FdI, per un saldo finale positivo per 1,9 milioni. È stata - quella del 2018 - un'elezione di "rimescolamento". L'indice di bipartitismo sembra fermo (passa dal 51% del 2013 al 51,4%) però, in realtà, non vede più due partiti praticamente alla pari come cinque anni fa (divisi da uno 0,1%) ma il M5S che distacca il Pd di ben 4,5 milioni di voti e circa 14 punti percentuali. Nel centrodestra, il partito leggi tutto

Un paese di fronte alla sua crisi politica

Paolo Pombeni - 07.03.2018
Che interpretazione dare dello tsunami elettorale che domenica 4 marzo 2018 si è abbattuto sull’Italia? In verità le interpretazioni che si sono susseguite in questi giorni sono convergenti: segnano il rigetto da parte di una metà abbondante del paese delle filiere che hanno prodotto nell’ultimo ventennio le classi dirigenti della politica italiana. Parliamo di filiere più che di partiti, perché altrimenti non si comprenderebbe perché il PD, che è stato connotato da una stagione di “rottamazione”, abbia pagato un prezzo così alto. In realtà quel partito aveva sì rottamato un po’ di vecchi leader e loro seguaci (prontamente corsi a farsi un loro partitino clamorosamente fallito), ma i nuovi erano prodotti di quelle stesse filiere ed avevano subito da quelle ereditato modalità, stili di comportamento e chiusure nei circoli consacrati.
Non stupisce dunque che il principale beneficiario della reazione a quel “sistema” sia stato il Movimento Cinque Stelle,  dove, pur con molte limitazioni, chiunque poteva buttarsi a guadagnare un posto in politica solo che fosse capace di disporre di un numero modesto di sostenitori nelle selezioni in rete (un obiettivo alla portata di molti se non di tutti). Abilmente, va riconosciuto, la dirigenza del movimento ha coronato l’esplicitazione di questo messaggio con la presentazione della sua ipotetica squadra di governo.
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Le tante lezioni dalla sentenza di Lipsia sui Diesel

Gianpaolo Rossini - 03.03.2018

Il tribunale amministrativo federale di Lipsia ha riconosciuto ai comuni tedeschi la potestà di tenere fuori dai loro perimetri le auto a gasolio. Il ricorso era venuto dai Land Baden Württemberg e Nord Reno Westfalia che ritenevano la materia di esclusiva competenza federale. La sentenza di Lipsia è un importante punto a favore di chi, come chi scrive, si batte da tempo contro i diesel e segna quasi certamente la parola fine per questo tipo di propulsione, almeno per le auto. E’ infatti una decisione di peso istituzionaleche arriva dopo una lunga storia di illusioni, errori, corruzione, miopia da parte di imprese ed autorità nazionali ed europee. E tante sono le lezioni da trarre, alcune delle quali hannoimplicazioni per il nostro sistema democratico. 

La prima lezione riguarda una certa arroganza europea per avere insistito in una tecnologia, quella del diesel, che il resto del mondo ha rifiutato o visto con scarsa simpatia da decenni complice il carico di inquinanti prodotto dai motori diesel a dispetto del buon rendimento energetico. Germania, Francia e Italia hanno testardamente insistito ad investire negli ultimi 25 anni nei motori diesel usati come una scorciatoia a buon mercato per ridurre la eccessiva CO2 dell’impronta umana, presunta causa del cambiamento climatico. leggi tutto

Dopo le sparate elettorali

Paolo Pombeni - 28.02.2018

Si sa che specie negli ultimi giorni prima del voto tutti i partiti si arroccano sulle loro posizioni identitarie, timorosi di offrire il fianco alle incursioni degli avversari. Non mancano i giochi spregiudicati (per non dire sporchi) tipo il parlar bene di Minniti da parte di esponenti del centrodestra per sostenere dall’esterno la tesi che il PD non è più di sinistra, o lasciar intendere che la Bonino può diventare un elemento ponte col centrodestra, in modo da renderla sospetta agli elettori di centrosinistra e suscitare zizzania con Renzi, che già si preoccupa per l’ipotesi che quella lista superi il 3% non contribuendo così ad aumentare i seggi del PD.

Ci limitiamo a questi due esempi, anche se tutti stanno facendo cose simili. Naturalmente la contromossa contro le sparate iperboliche è la strategia del realismo ostentato, che è quanto sta facendo Gentiloni. E’ la vecchia tecnica con cui De Gasperi e Adenauer nel primo dopoguerra riuscirono a raccogliere un consenso maggioritario, ma allora si veniva dall’indigestione delle trombonate di fascismo e nazismo e tutti avevano toccato con mano dove si era andati a finire.

Non sappiamo se questa volta la strategia funzionerà, soprattutto perché l’astensionismo sottrae elettorato alle componenti più riflessive: è infatti tutto da leggi tutto

Elezioni, la Tv ha ancora il suo peso

Luca Tentoni - 24.02.2018

Quella che si va concludendo è stata una campagna elettorale che ha visto la scomparsa dei manifesti dai muri delle città. Non sappiamo se il 2018 sarà ricordato per uno stravolgimento del quadro politico, ma lo sarà di certo per aver rappresentato l'ennesimo passo verso il tramonto della comunicazione politica tradizionale, quella alla quale la Seconda Repubblica, già nel 1994 (ma, ancor prima, l'ingresso del marketing negli anni Ottanta) aveva assestato un duro colpo. In quei cartelloni spogli sta il segno di un cambiamento profondo, che però non va necessariamente e completamente ad avvantaggiare la comunicazione via web e social network. Va ricordato, infatti, che un'ampia fascia di popolazione non più giovanissima non ha molta familiarità con il computer, però fa registrare ancora buoni tassi di affluenza alle urne. Considerando che questa coorte elettorale è più numerosa di quella dei giovani (e che questi ultimi, soprattutto fra i 22-23 e i 30 anni, sono stati nel recente passato meno attratti dal voto rispetto agli altri italiani) possiamo dire che è ancora la televisione il miglior mezzo per raggiungere le "pantere grigie". I leader politici lo sanno molto bene: le loro presenze nei "talk show" si moltiplicano fino alla saturazione, perchè il comizio televisivo, anche se un po' leggi tutto

Grande coalizione e unità nazionale: riflessioni necessarie

Paolo Pombeni - 21.02.2018

Ha detto Gentiloni che tra governo di grande coalizione e governo di unità nazionale ci sono sottili differenze che tanto sottili non sono. Non ha spiegato di più, ma ha ragione. Vediamo di capire le differenze e soprattutto di interrogarci su cosa potrebbe significare un governo di unità nazionale e quali scenari potrebbe aprire nel contesto attuale.

La grande coalizione è una alleanza governativa che mette insieme due o più componenti che nella storia di un paese si sono presentate in competizione per la leadership dell’esecutivo. Il caso classico è l’alleanza in Germania fra CDU/CSU e SPD. Il governo di unità nazionale è quello a sostegno del quale si schierano tutti o quasi tutti i gruppi rappresentati in parlamento in nome di un superiore interesse del paese che è, o si ritiene che sia messo in grave pericolo. L’esempio classico è quello dei governi in tempo di guerra (nella Francia del 1914 venne chiamata una “unione sacra”).

La sottigliezza della distinzione sta nel fatto che anche le grandi coalizioni vengono presentate come alleanze eccezionali giustificate da emergenze, meno drammatiche di quelle di una guerra, ma comunque rilevanti. Tuttavia esse di per sé possono affermarsi, come è oggi il caso in Germania, lasciando vivere un sistema parlamentare in leggi tutto

Il "non voto" e il Sud alla prova del 4 marzo

Luca Tentoni - 17.02.2018

C'è una forza - probabilmente la più grande, in Italia - che può cambiare l'esito del voto del 4 marzo: l'esercito estremamente eterogeneo formato da chi, il giorno delle elezioni, non va a votare oppure annulla la scheda o la riconsegna bianca. Sono ben 12,9 milioni di italiani a fare questa scelta (che talvolta, va detto, è compiuta per necessità o per impedimento). Nel 2013 i non votanti, alla Camera, sono stati 11 milioni e 635 mila, ai quali possiamo aggiungere il milione e 265 mila che è andato ai seggi ma non ha scelto alcun partito (395 mila schede bianche, 870mila nulle). Quest'ultimo gruppo aveva dimensioni, per intenderci, di poco superiori a Sel e di poco inferiori alla Lega nord. Un milione e quasi 300mila italiani che va a votare, aumentando la percentuale della partecipazione, ma poi opta per una scelta "apartitica" (alcuni di essi - va precisato - la compiono per errore, perché fra le schede nulle ci sono anche quelle nelle quali l'elettore ha messo qualche segno di troppo). Fatto è che questo 27,5% nazionale di "non voto" (27,8% nei capoluoghi) sembra destinato a crescere. Dal maggiore o minore incremento dell'astensione può dipendere il futuro di alcuni partiti che hanno un elettorato deluso e incerto e di altri che hanno un elettorato deluso leggi tutto

La trappola delle coalizioni

Paolo Pombeni - 14.02.2018

Chi ha costruito il cosiddetto Rosatellum ha fatto male i conti: diventa sempre più evidente. Si è trattato dei classici apprendisti stregoni che hanno evocato spiriti che non sono poi stati capaci di tenere sotto controllo: avessero non diciamo letto la famosa poesia di Goethe, ma almeno visto il cartone con Topolino in quel ruolo forse sarebbe stati indotti a riflettere prima di buttarsi nella loro avventura.

Oggi ad essere diventato palese è un altro inghippo, quello delle coalizioni, immaginato nell’ingenua prospettiva di azzoppare i Cinque Stelle, mentre si sta rivelando una trappola per tutti i partiti, sebbene con modalità diverse. Innanzitutto andava tenuto conto che una formazione come M5S è inossidabile e resiste a qualsiasi attacco, perché si basa su elettori che l’hanno scelta a prescindere, sostanzialmente “per fede”. Dunque inutile pensare che le campagne di stampa che mettono in luce debolezze oggettive e anche peggio dei pentastellati possano allontanare più che qualche conversione marginale dell’ultimo momento.

Se dunque non serve contro i Cinque Stelle, a cosa serve la coalizione? La risposta è banale: si voleva offrire un canale di raccolta dell’italica tendenza alla frammentazione politica ottenendo che fosse quanto più piccolo possibile il numero dei voti o dispersi (si doveva pur inserire leggi tutto

Il voto dei giovani

Luca Tentoni - 10.02.2018

Negli anni Settanta, il voto dei giovani era considerato decisivo, sia per l'orientamento degli elettori fra i 21 e i 25 anni (non compiuti) o fra i 18 e i 25 (dopo l'abbassamento della maggiore età, avvenuto nel 1975), sia per la numerosità di quelle coorti. I giovani erano tanti, figli del dopoguerra, cresciuti durante gli anni Sessanta, mediamente più istruiti dei genitori e di tutte le generazioni precedenti; il loro peso elettorale non era inferiore a quello dei votanti della "terza età". Oggi la situazione è molto diversa. I giovani sono pochi, hanno una grande indecisione se andare a votare o meno, dunque politicamente pesano molto meno degli "over 60" (o 70). Le loro aspettative socio-economiche, inoltre, sono ben diverse dai coetanei degli anni Sessanta e Settanta: il futuro che si presenta è molto meno roseo, così come il presente (nonostante un livello d'istruzione ancora superiore rispetto ai ventenni di quaranta anni fa). Insomma, il voto dei giovani adulti non "fa più paura" ai partiti, il che alimenta, nei ragazzi che si sentono "esclusi" un ulteriore sentimento di abbandono da parte della politica, di inutilità della partecipazione elettorale. Secondo un recente studio Demopolis, il 47% dei giovani fra i 18 e i 25 anni non sembra intenzionato ad andare ai seggi. Il 4 marzo prossimo. leggi tutto