Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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Argomenti

La riforma elettorale

Luca Tentoni - 10.10.2020

L'ipotesi che, fra le riforme in discussione, venga approvata dal Parlamento una legge elettorale proporzionale con preferenze e soglia d'accesso al 5% è finora remota. Le intenzioni del Pd sembrano un po' diverse da quelle del M5S e di Leu, mentre è ancora da capire se Forza Italia avrà il coraggio - sul Mes sanitario e sulla legge elettorale - di fornire alla maggioranza i voti necessari per compensare quelli eventualmente mancanti a causa di scissioni o defezioni sui singoli provvedimenti. Dando però per scontato ciò che non è, ovvero che la riforma elettorale alla fine sia quella voluta da Zingaretti, resta da domandarsi quali interpreti avremo sulla scena nel 2022 o 2023 quando si voterà. Con la soglia al 5%, la sinistra dovrà provare a costruire un patto col Pd (di confluenza nelle liste, magari accompagnato da una distinzione politica, un po' come fecero un tempo i radicali che si candidarono con i Democratici) mentre Italia viva e i centristi dovranno trovare una collocazione; il tutto, mentre Berlusconi si avvierà a superare gli 85 anni e ad affrontare un'eventuale competizione elettorale guidando Forza Italia (con la prossima legislatura che scadrà nel 2027 o 2028, cioè quando il Cavaliere avrà superato la novantina). A destra, Lega e Fratelli d'Italia resteranno come sono, leggi tutto

Una proposta che merita attenzione

Paolo Pombeni - 07.10.2020

Probabilmente finirà in nulla, come tante altre iniziative del genere. Ci riferiamo alla bozza del disegno di legge costituzionale predisposta dal PD e presentata con una certa solennità la settimana scorsa per poi finire subito nel disinteresse generale. Era il mantenimento della promessa di affiancare il sì al referendum grillino con una proposta di sistemazione di alcune debolezze del nostro sistema parlamentare.

Anche se finirà parcheggiata nei cassetti dei progetti di legge senza sviluppo, visto che al momento nessun partito l’ha degnata di attenzione (poca anche dal PD), la proposta elaborata dal gruppo composto dai parlamentari Ceccanti e Parrini nonché da Luciano Violante e con un contributo esterno del prof. Enzo Cheli merita di essere presa in considerazione perché se fosse approvata rimodellerebbe notevolmente il nostro sistema costituzionale.

Intendiamoci: non c’è nessuna vera rivoluzione, ma solo una razionalizzazione meditata dei nodi che sono presenti nel nostro sistema attuale. Partiamo da un dato che è stato molto pubblicizzato, ma in modo approssimativo: non c’è una vera sistemazione del problema del bicameralismo, ma semplicemente il passaggio ad un monocameralismo articolato.

Al contrario di quanto speravano una parte almeno dei nostri costituenti, non abbiamo mai veramente avuto due Camere che rappresentassero due filiere diverse leggi tutto

Nonostante il voto, i problemi del Pd restano

Luca Tentoni - 03.10.2020

Nonostante il buon risultato delle regionali del 20 e 21 settembre (un pareggio: più un viatico che un trionfo) il centrosinistra ha ancora parecchi problemi e nodi da sciogliere. Il Nord gli è ostile: Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto sono state confermate al centrodestra, nel 2018-'20, così come sempre in passato (per i casi lombardo e veneto) o dal 2013-'15 (per gli altri due). Nelle quattro regioni, i candidati presidenti del centrosinistra hanno avuto il 28% contro il 56% di quelli di centrodestra (la metà esatta). Non solo: il vantaggio di leghisti e alleati al Nord su Pd e altri, alle europee e alle regionali, è di circa 20 punti e tende a restare largo (per non parlare del Veneto: 50 punti). Grazie alle vittorie in Emilia-Romagna e Toscana le sconfitte in Umbria e Marche sono state compensate (e il vantaggio dei candidati presidenti delle quattro regioni è stato del 2,8%); nel Lazio Zingaretti, nel 2018, si è imposto di misura, confermando che una certa competitività del centrosinistra resiste, con vistose smagliature, almeno nella parte centrale della Penisola. Ma al Sud, dove pure i candidati presidenti di centrosinistra hanno ottenuto, fra il 2018 e il 2020, il 50,9% dei voti contro il 33,7% di quelli del centrodestra, la realtà non è quella che appare: su sei regioni, il Pd leggi tutto

Arriva il Conte due e mezzo?

Paolo Pombeni - 30.09.2020

Dopo un lungo periodo di stallo il premier Conte accelera. Lo fa a modo suo, puntando sulla comunicazione personale con interventi spot a iniziative varie, snobbando le sedi istituzionali (consiglio dei ministri, parlamento, vertici dei partiti). A quale fine? Vuol davvero rispondere al perentorio invito del PD a cambiare passo? In qualche modo certamente, ma, a nostro avviso, soprattutto come strategia per evitare che il suo governo possa andare a gambe all’aria e lui con esso.

Dubbioso che se il Conte due dovesse cadere si potrebbe passare ad un Conte tre, così come sarebbe anche nel caso di un rimpasto, si è messo a varare quello che scherzosamente potremmo chiamare il Conte due e mezzo: un esecutivo che non tocchi composizione ed equilibri attuali, ma che dia l’impressione di avere svoltato pagina rispetto al passato.

Da bravo organizzatore della scena, il premier lancia così tre operazioni con forte contenuto emblematico: riforma dei decreti sicurezza, superamento di quota 100 nel sistema pensionistico, revisione decisa del reddito di cittadinanza. Prova così a sottolineare la rottura col Conte 1 a cui risalgono tutti e tre i provvedimenti, picchiando più forte, almeno a parole, su quelli cari a Salvini e potendo sfruttare un bel po’ di ambiguità

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Bilancio del voto regionale

Luca Tentoni - 26.09.2020

Col voto del 20-21 settembre, tutte le quindici regioni a statuto ordinario hanno concluso il rinnovo di presidenti di giunta e Consigli, in ben otto appuntamenti elettorali iniziati con quello in Lombardia e Lazio del marzo 2018. Il riepilogo di tanti turni e di votazioni svolte in circostanze politiche diverse può essere in parte fuorviante, ma a nostro giudizio è ancora utile per delineare delle tendenze generali. A destra, la Lega passa dall'8,7% (più il 4,5% delle liste Maroni e Zaia) del 2013-'15 al 21,4% (più il 4,3% delle liste Fontana e Zaia) del 2018-'20, guadagnando il 12,7% (a livello nazionale, nel 2018, la Lega ebbe il 17,3%, dunque, proiettando - sia pur impropriamente - il dato delle regionali su quello delle politiche arriviamo intorno al 30%, cioè alla media dei sondaggi del triennio, che hanno visto prima il partito di Salvini al 33-35%, ora verso il 25-27%); il dato relativo alle sei regioni al voto domenica scorsa è invece del 24,1% (Lega più Zaia) contro il 14,5% del 2015: un progresso del 9,6% che, proiettato sul nazionale, farebbe arrivare Salvini al 27% circa (realistico). Fratelli d'Italia balza dal 3,6% all'8%, però il dato relativo alle sole sei regioni nelle quali si è votato il 20-21 settembre attribuisce al partito di Giorgia Meloni il 10,6% (quindi almeno l'11-12% su scala nazionale). Forza Italia, invece, perde il 5,6% leggi tutto

Né spallata, né stabilizzazione

Paolo Pombeni - 23.09.2020

E’ sicuro che la spallata preconizzata da Salvini non c’è stata: è la seconda o la terza volta che il Capitano si fa travolgere dal suo entusiasmo. Se ne deve dedurre che una volta di più registriamo una stabilizzazione del sistema, che Conte e il suo governo hanno davanti mesi tranquilli?  E’ possibile, ma non ne saremmo così certi.

I risultati della tornata elettorale del 20-21 settembre non si prestano ad una lettura in bianco e nero: tizio ha vinto, caio ha perso. Sono piuttosto un ennesimo passo in direzione della ridefinizione del nostro sistema politico e non sappiamo ancora dove realmente andremo a finire.

Partiamo pure dai risultati del referendum costituzionale: il sostanziale 70 a 30 per il sì non segna esattamente il trionfo dei Cinque Stelle. E’ semplicemente la registrazione di un certo distacco del paese dalla questione che riguarda i meccanismi di rappresentanza. C’è una larga sfiducia che il parlamento sia un baluardo della volontà di partecipazione dei cittadini, tanto è vero che quasi la metà degli elettori non si è neppure presa la briga di andare a votare e che la riduzione dei parlamentari è stata approvata sull’onda della tesi che un bel taglio nel numero dei parlamentari non avrebbe cambiato nulla leggi tutto

L'eterna protagonista è la mobilità elettorale

Luca Tentoni - 19.09.2020

Non è difficile prevedere che nel voto di domani e lunedì la mobilità elettorale possa risultare elevata. Rispetto al 2015 molte cose sono cambiate, così come rispetto alle politiche del 2018 e a quelle del 2019. Perciò, è forse opportuno, nell'attesa dei risultati, riflettere su quella che da almeno sette anni è diventata una costante della nostra dinamica politico-elettorale: lo spostamento di consensi verso altri partiti e verso (e dal) non voto. Venute meno le appartenenze ideologiche di un tempo, affievoliti persino certi legami apparentemente indissolubili fra territorio e voto (il caso dell'Umbria passata dal centrosinistra al centrodestra alle scorse regionali è emblematico), si è visto che anche la "Repubblica delle leadership" è ormai in crisi. Dal 2012 in poi Monti, Bossi, Grillo, Renzi, Di Maio, Berlusconi hanno patito sconfitte elettorali tanto eclatanti quanto eccezionale era stata l'ascesa del consenso alle singole personalità. Un ruolo importante, in tutto questo massiccio disincanto - una sorta di definitiva "laicizzazione" del voto - è stato svolto dalla crisi economica di dieci anni fa, che ha messo in moto - grazie anche ad un'efficacissima campagna contro la "Casta" - un processo di destrutturazione dei poli tradizionali (che non interscambiavano voti fra loro, salvo quote marginali). Lo "scongelamento" di centrodestra e centrosinistra ha permesso il deflusso verso il M5s - prima leggi tutto

Ultimi fuochi sul referendum

Paolo Pombeni - 16.09.2020

La questione referendaria continua a premere sul futuro del governo. Quella che sembrava una passeggiata verso una plebiscitaria vittoria del sì, si sta rivelando un sentiero tortuoso che non si sa dove sfocerà, perché il no è in rimonta costante. Decisivo sarà probabilmente, oltre al numero di elettori che si recheranno ai seggi, l’orientamento degli indecisi, che non sono pochi. In effetti anche per noi è difficile scegliere fra la padella e la brace: la padella del sì che emana il profumo poco gradevole dell’olio bruciato del populismo grillino (che non demorde: vedi l’annuncio di passare come punto successivo al taglio dello stipendio dei parlamentari); la brace del no, piena del fumo confuso di un conservatorismo che si veste ogni volta da difensore della Costituzione (che è già cambiata rispetto a quel che sostengono loro).

Sembrava che il PD si fosse finalmente deciso a prendere l’iniziativa necessaria a motivare un sì da riformisti e non da populisti, varando un progetto di riforma costituzionale articolato. Purtroppo, almeno fino al momento in cui scriviamo, disponiamo solo di un comunicato stampa che riassume il lavoro dei tre personaggi (autorevoli) che hanno predisposto la bozza: i parlamentari Ceccanti e Parrini nonché l’ex presidente Violante. leggi tutto

Appunti sulle elezioni regionali

Luca Tentoni - 12.09.2020

Guardando i dati retrospettivi del voto nelle sei regioni a statuto ordinario dove il 20 e il 21 settembre si rinnoveranno i consigli e si eleggeranno i presidenti di giunta, si nota come, nel complesso, il centrodestra - o meglio la destra più Forza Italia - abbia costantemente guadagnato voti, dai 3 milioni del 2015 ai 4,2 delle politiche 2018 e ai 4,7 circa delle scorse europee (2019). Questo crescendo ha infranto un equilibrio fra due poli (centrosinistra e centrodestra) che aveva caratterizzato le elezioni del 2015 (39,3% a centrosinistra e sinistra contro il 37,3% a FdI, Lega e FI, più alleati minori), permettendo alla rinnovata Cdl di affiancare il M5s nel 2018 (35,3% contro 35,8% dei voti) e poi di allungare il passo, arrivando al 48,4% del 2019. In questo panorama si nota, da un lato, il progressivo indebolimento di Forza Italia (dal 14% del 2018 all'8,7% del 2019), il rafforzamento costante di Fratelli d'Italia (2015: 3,9%; 2018, 4%; 2019: 6,4%) e soprattutto della Lega (dal 9,3% del 2015 al 33,1% del 2019, passando per il 15,8% del 2018). Il M5s, invece, pare subire una sorta di legge del pendolo: va bene alle politiche e male alle amministrative o alle elezioni di secondo ordine come le europee (era già accaduto, in modo meno eclatante, nel 2014). I pentastellati hanno avuto 1,276 milioni di voti alle regionali del 2015, per salire ai 4,267 delle politiche e riscendere leggi tutto

Il problema della seconda Camera

Paolo Pombeni - 09.09.2020

Finalmente Nicola Zingaretti si è accorto, con molta cautela, che il vero nodo che si potrà porre dopo una eventuale conferma della riduzione dei parlamentari è la questione del Senato. La decisione presa a cuor leggero di farne del tutto la fotocopia della Camera dei deputati per la verità non passa dalla riforma grillina, ma da quella, costituzionalmente indecente, dell’on. Fornaro (di LeU) di equiparare i criteri dell’elettorato attivo e passivo fra le due Camere ed abolire il vincolo delle circoscrizioni regionali per il Senato. Sta di fatto che così il Senato diventerebbe ancor più un doppione senza significato, e, come ha notato Enzo Cheli (uno dei migliori costituzionalisti italiani ed ex giudice della Consulta), si scivolerebbe inesorabilmente verso il monocameralismo.

Ma sarebbe questa una buona soluzione, anche lasciando perdere che così si tradirebbe quanto deciso dai Costituenti che respinsero espressamente una scelta per il monocameralismo che allora il PCI sosteneva in prima battuta? Crediamo che la questione meriti qualche considerazione, tanto più che recentemente il segretario del PD Zingaretti, accogliendo un buon suggerimento di Violante, si è pronunciato per avviare un processo di ripensamento su come rendere il Senato una Camera che abbia un contenuto e un significato.

Per capire la natura leggi tutto