Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Argomenti

La politica dell’avvocato

Paolo Pombeni - 13.03.2019

Eh, sì: il presidente Conte è un avvocato e non va al di là delle tecniche da controversie legali, cioè quelle di tirare tutto per le lunghe, vuoi nella speranza di sfinire i litiganti, vuoi in quella della prescrizione, vuoi nell’attesa che prima o poi qualcosa possa cambiare. L’abbiamo pensato in molti. Più autorevolmente di noi e prima di noi Giovanni Maria Flick sull’ Huffington Post.

Del resto Conte aveva esordito promettendo di essere l’avvocato del popolo: poi il popolo è scomparso ed è rimasto solo l’avvocato, anzi, visto come sta gestendo la vicenda TAV, il popolo è stato sostituito da Luigi Di Maio, ancor più che dal M5S (ma del resto, col nuovo statuto appena reso pubblico, le due entità si dovrebbero identificare).

Non è un passaggio di poco significato. Conte era sin dall’inizio una scelta dei Cinque Stelle, poiché da loro veniva l’indicazione, né il personaggio aveva dalla sua un curriculum tale da renderlo particolarmente adatto al compito a cui veniva chiamato. A lungo si è tentato di sottrarlo a quel legame iniziale, anche facendo leva sul suo orgoglio personale: con una alleanza governativa così anomala poteva esserci spazio per qualcuno che si assumesse seriamente il compito di fare il mediatore. Sembrò per un leggi tutto

La gestione politica del disincanto

Luca Tentoni - 09.03.2019

Si è detto e si è scritto molto, nell'anno trascorso dalle ultime elezioni politiche, del valore che - nella raccolta dei consensi - può assumere l'evocazione o il riconoscimento delle paure degli italiani. Ciò vale anche per le evoluzioni dei sondaggi. Tuttavia, con particolare riguardo alla volatilità elettorale e alla diminuzione complessiva dell'affluenza alle urne (la Sardegna è una piccola eccezione alla regola) c'è forse da porre attenzione ad un altro fattore che permette la "libera uscita" (in taluni casi, definitiva) di quote consistenti di voti. Ci riferiamo alla categoria del disincanto. Durante la Prima Repubblica questo effetto colpiva soprattutto l'elettorato d'opinione, che non si poteva definire disincantato ma selettivo nelle scelte. Certo, il brusco calo della Dc nel 1983 e quello - meno consistente, ma rilevante - del Pci nel 1979 rappresentarono esempi di reazione negativa ad un'offerta politica che risentiva di un logorio (i comunisti avevano pagato l'alleanza con la Dc nel triennio '76-'79) o di un mutamento interno non accettato da alcuni settori dell'elettorato (la svolta di De Mita, che mandò "in libera uscita" milioni di voti soprattutto verso il Pri, il Pli e il Msi). Però il luogo in cui la "libera uscita" diventò disincanto fu (ed è) la Seconda Repubblica. Raggiunse il massimo nel biennio 1992-1994, incoraggiato leggi tutto

Volatilità elettorale e crisi delle appartenenze

Luca Tentoni - 02.03.2019

Talvolta, per prefigurare scenari politici, si fa ricorso ad un passato anche remoto. Nel Novecento le subculture politiche territoriali hanno lasciato una profonda impronta nella società, tanto da riemergere carsicamente - soprattutto nel caso di quella socialcomunista - dopo il ventennio fascista. Eppure, se si vanno a guardare le stime sulla composizione dell'elettorato della provincia di Vicenza nel 1946 (elezioni per la Costituente, referendum istituzionale), rapportata con quello del 1921 (elezioni politiche) elaborate a suo tempo da Allum, Feltrin e Salin ("Le votazioni del 1946 a Vicenza", in "Il triplice voto del 1946", ed. Liguori, 1989) si nota che su cento aventi diritto al voto alle prime elezioni libere dopo il fascismo solo 22 erano elettori anche venticinque anni prima. Nel frattempo, la cancellazione (per morte o emigrazione) della metà degli elettori 1921, unita all'afflusso di chi nel frattempo aveva maturato i requisiti per votare (neoiscritti, immigrati, giovani, pari a circa il 25%) e naturalmente l'aggiunta delle donne (ammesse a votare per la prima volta proprio nel '46 e rappresentanti il 53% del corpo elettorale) aveva drasticamente mutato il quadro. Eppure, con solo un quarto o poco più degli elettori del 1946 "ereditato" dal 1921, le tendenze politiche non mutavano. Resistevano, nonostante quella fascista non fosse stata una semplice "parentesi". Così, quel 49,9% ottenuto dal leggi tutto

Canne al vento

Paolo Pombeni - 27.02.2019

Poiché si parla di Sardegna, a vedere i risultati della tornata delle elezioni regionali ci è tornato alla mente il titolo di un famoso romanzo di Grazia Deledda: Canne al vento. La ragione è molto semplice: il panorama che abbiamo davanti è quello di una frammentazione molto alta con ben 24 liste che hanno raccolto voti. Anche considerando scarsamente significative le ultime quattro legate a candidati-presidente poco rilevanti, che peraltro nel complesso hanno raccolto circa l’8% dei voti, rimangono pure sempre 20 liste che si sono mosse a sostegno dei tre candidati principali.

Ora, prima di affrontare il tema di chi ha vinto e chi ha perso, c’è da chiedersi come potranno esprimere una linea politica i due blocchi principali, vista la loro composizione interna. Il vincitore Solinas è appoggiato da 11 liste. Quella che viene presentata come prevalente, cioè la Lega rappresenta qualcosa meno del 12% dell’oltre 47% raccolto dalla coalizione. Il Partito Sardo d’Azione, storica sigla forse non proprio coerente con la sua storia, ha quasi il 10%. Curiosamente Solinas appartiene ad esso, anche se è al contempo parlamentare della Lega, sicché si può anche chiedersi a quale forza risponderà nella vita concreta della politica regionale. Aggiungiamoci che FI e FdI sono due altre componenti con un loro peso leggi tutto

Partiti, leader e mediazioni: tabù da superare

Luca Tentoni - 23.02.2019

Le più recenti vicende politiche offrono spunti di riflessione su due discutibili opinioni che - per un certo periodo di tempo - hanno riscosso ampi consensi: l'idea che la democrazia possa fare a meno dei partiti; la negazione della mediazione, sia fra (e nei) soggetti politici, sia con i corpi sociali. Si è pensato, durante l'intera Seconda Repubblica ma soprattutto negli ultimi sei anni, che fosse sufficiente avere un potere "monocratico" (il leader, la Rete) per governare la complessità tipica delle democrazie contemporanee. Le quali, proprio perché complesse, hanno bisogno di più saperi, di un maggiore livello culturale e d'informazione dell'opinione pubblica, di un rapporto dialettico ma rispettoso delle differenze fra partiti, società e Stato. Il "direttismo", invece, ha tagliato tutti i rami dell'albero: niente partiti, meglio i movimenti ("partito" è una parola sconveniente, ormai); niente élites di competenti (meglio il televoto o il voto delle piattaforme informatiche); niente organizzazione sul territorio (roba vecchia, meglio una app sul telefonino); niente compromessi (il programma è come il Vangelo: chi non lo osserva o lo discute è accusato di apostasia e rapidamente esiliato dai suoi compagni); niente comunicazioni e protocolli ufficiali (meglio un comizio su Facebook, dove non c'è neanche un giornalista che potrebbe rivolgere domande sgradite); niente leggi tutto

Tra color che son sospesi …

Paolo Pombeni - 20.02.2019

È tutta una politica sospesa quella italiana. Così sono i partiti: la Lega che aspetta di vedere come Salvini se la caverà col caso Diciotti e colle elezioni sarde; i Cinque Stelle che si leccano le ferite dopo lo smacco abruzzese e aspettano anch’essi le urne della Sardegna; il PD che non riesce ad uscire dalle schermaglie fra i candidati alla segreteria mentre Renzi torna a spargere veleni con la scusa di un libro. Poi ci si aggiungono le decisioni politiche che non si riescono a prendere: su tutte campeggiano la questione delle nuove autonomie regionali e quella sempiterna della TAV. Ci si aggiungano i pasticcetti delle nomine, da una posizione nel direttivo della Banca d’Italia a quelle al vertice dell’INPS.

La situazione in teoria dovrebbe implodere, ma in pratica questo non avviene, perché non c’è alternativa parlamentare disponibile per un governo diverso da quello in carica. È vero che qualcosina di nuovo sembrerebbe arrivare perché Zingaretti, candidato alla segreteria PD, ha detto per la prima volta che se il governo dovesse cadere non sarà un dramma andare ad elezioni anticipate. Probabilmente si pensa ormai che nello stallo attuale, per non dire nella palude attuale, non ci sia più da temere quel leggi tutto

Appunti sulle elezioni europee del 26 maggio

Luca Tentoni - 16.02.2019

Le elezioni europee del 26 maggio saranno diverse da tutte le altre, perché avranno - in qualche maniera - ancora un elemento della Prima Repubblica: non sono possibili coalizioni (salvo il regime speciale per i sudtirolesi) quindi ogni partito "corre" per proprio conto e in concorrenza con tutti gli altri. Così non è per il Parlamento nazionale, per le regioni, per i comuni. L'unica novità è lo sbarramento del 4%, introdotto nel 2009 per arginare il proliferare di liste minori nate (talvolta) solo per ottenere un seggio all'Europarlamento. La soglia fu un tentativo di razionalizzazione, perché fra il 1979 e il 2004 la percentuale minima per ottenere seggi era stata compresa fra lo 0,54 (Pri) del 1999 e lo 0,73 (FT) del 2004, con una media dello 0,63%. Va inoltre ricordato che per ottenere seggi alla Camera dei deputati, fino al 1992, un partito doveva ottenere un quoziente pieno in una circoscrizione e 300 mila voti di lista, cioè lo 0,8-0,9% nazionale; negli anni Ottanta il Psi propose uno sbarramento al 5% (anni dopo, il Pri suggerì una soglia più bassa, intorno al 3%). La soglia del 4% per la Camera dei deputati, introdotta col "Mattarellum" nel 1993, fu aggirata con l'abbinamento di più simboli (e con la candidatura nei collegi "sicuri" degli esponenti dei partiti minori delle coalizioni) nella ripartizione maggioritaria uninominale; leggi tutto

La commedia degli equivoci intorno alle autonomie regionali

Paolo Pombeni - 13.02.2019

Consentiteci di dirlo con franchezza: l’attuale dibattito/scontro sull’ampliamento delle autonomie da riconoscere ad alcune regioni è grottesco. Vediamo che si moltiplicano i difensori dello status quo e già questo è abbastanza strano, perché non ci ricordiamo pari vigore di interventi quando vennero introdotte le riforme costituzionali degli articoli 116 e 117 che consentono di assegnare alle Regioni a statuto ordinario, in presenza di certe condizioni, di allargare le loro competenze esclusive. Forse che si pensava che quanto si statuiva non sarebbe mai entrato in vigore? Beh, in quel caso si sbagliava di grosso.

La seconda stranezza, chiamiamola così per pudore, è denunciare che con queste riforme si porterebbe un vulnus mortale all’unità nazionale e soprattutto si impoverirebbe il Sud a favore dei “ricchi” del Nord. Il vertice dell’impudenza è stato in questo caso raggiunto dal segretario del PD siciliano, l’on. Faraone, che ha difeso questa tesi facendo parte di una regione che, godendo addirittura della stessa autonomia speciale, ne ha fatto strame sperperando in molti decenni una quantità enorme di denaro pubblico. Al di là di questo caso estremo, la tesi non regge per una serie di ragioni che cerchiamo di esaminare.

Il pilastro principale del ragionamento è che se passasse quanto richiedono Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna leggi tutto

Pd, il tempo è quasi scaduto

Luca Tentoni - 09.02.2019

Il destino del Pd e, più in generale, delle attuali opposizioni parlamentari si decide da qui a fine giugno, nei cinque mesi durante i quali si rinnoveranno l'Europarlamento, alcuni consigli regionali (Abruzzo, Sardegna, Piemonte, Basilicata; Emilia-Romagna e Calabria voteranno a fine 2019) e molti consigli comunali. I primi risultati - ferma restando la specificità della regione nella quale si vota e la strutturazione dell'offerta elettorale, soprattutto a sinistra - arriveranno già nelle prossime ore dall'Abruzzo. Si tratta di test indicativi solo se considerati nel loro complesso, a consuntivo. Detto ciò, è molto probabile che a fine maggio (e ancor più dopo le comunali) avremo un quadro politico diverso da quello del 4 marzo 2018: tendenzialmente più favorevole alla Lega e meno a FI e (forse) ai Cinquestelle. Il problema delle opposizioni "in crisi", che si pose nel 1997-'98 per il centrodestra di Berlusconi e nel 2002-'03 e nel 2009-'10 per il centrosinistra, venne superato perché quando si verificarono problemi ci fu anche il tempo di risolverli (cosa che non fu possibile al centrodestra del '94 e al centrosinistra del 2008, vincitori delle elezioni ma presto entrati in un tunnel senza uscita). Le legislature "lunghe" (1996-2001, 2001-2006, 2008-2013, così come la 2013-2018, durante la quale una Lega in crisi ebbe tempo e modo per rilanciarsi raggiungendo leggi tutto

Prigionieri delle ideologie

Paolo Pombeni - 06.02.2019

Parlare di ideologie per preconcetti e fissazioni trasformati in slogan elettorali è senz’altro tecnicamente sbagliato. Ma di questi tempi in cui l’uso di un linguaggio appropriato è ridotto al lumicino anche quella roba lì può essere fatta passata per ideologia. Comunque la si voglia mettere resta il fatto che la politica italiana, specie quella del governo, è bloccata da un sostrato di rappresentazioni propagandistiche su cui si è costruita la raccolta del consenso elettorale. E poiché come sempre accade il consenso ottenuto a base di slogan è volatile tutti vivono nella preoccupazione che il vento cambi direzione.

L’elenco delle materie in cui le pseudo-ideologie delle varie parti paralizzano una seria presa in carico dei problemi è presto fatta. Si può cominciare da due casi eclatanti, la TAV e il Venezuela.

Sulla telenovela della alta velocità fra Torino e Lione ormai siamo alle comiche finali, con i Cinque Stelle che non sanno più cosa inventarsi per fare i bulli senza poter esibire il famoso documento sulla valutazione costi-benefici, documento che deve sempre uscire, ma non esce mai. È sempre più evidente che si tratta di quelle che a torto potrebbero essere definite questioni di principio: M5S a dire che quei soldi sono buttati e che è meglio spenderli altrove leggi tutto