Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Argomenti

Il meraviglioso mondo giallo-verde

Paolo Pombeni - 19.12.2018

Come previsto da più parti, noi inclusi, alla fine di mesi di scontro con Bruxelles si è ripiegato su una manovra che prevede un punticino in più di quel che aveva proposto inizialmente il ministro Tria che aveva chiaro il quadro di quel che si poteva negoziare con la Commissione Europea: lui aveva previsto 1,9%, si chiuderà al 2,04 (in cui lo 0,4 è un trucchetto comunicativo per fingere che non si è ceduto del tutto). Non torniamo a ribadire che la faccenda ci è costata più di un miliardo in interventi sui nostri titoli di debito pubblico, perché ormai lo sanno tutti.

Non ci stupiamo che nonostante tutto Salvini e Di Maio facciano buon viso a cattivo gioco: è quel che più o meno i politici fanno sempre. Le incognite a questo punto sono due: cosa succederà in parlamento e cosa succederà quando la gente farà i conti con il risultato pratico di questa manovra, che viene presentata come meravigliosa.

Il primo punto è ambiguo. Detto banalmente, il governo presenta la manovra come un programma che si deve prendere a scatola chiusa: non c’è spazio per una discussione in commissione al Senato, bisogna fare in fretta e poi votare in Aula dove si metterà la fiducia. leggi tutto

I capponi di Renzi

Stefano Zan * - 15.12.2018

La cosa più singolare delle dinamiche congressuali del PD è che si ha la netta sensazione che l’unico che si è reso pienamente conto che il renzismo è finito sia lo stesso Renzi.

Per renzismo intendo quel progetto innovativo di modernizzazione del partito e della società italiana che Renzi ha incarnato negli ultimi anni. Che si fosse d’accordo o meno quel progetto ha rappresentato una sfida importante per la politica italiana e innegabilmente ha prodotto anche risultati positivi considerando la pesante crisi economica in cui si è trovato ad operare.

Piaccia o non piaccia e per una molteplicità di ragioni, quel progetto è fallito, come hanno decretato gli elettori, e non è più riproponibile. E non c’è dubbio che una parte non marginale delle ragioni del fallimento sia dovuta alla conflittualità interna del partito e alla pesante opposizione che la minoranza interna ha esercitato in tutti i modi fino ad arrivare alla scissione.

Renzi ne ha preso atto mentre buona parte del partito gioca ancora con gli occhi rivolti al passato.

Il PD, attraverso il congresso, dovrebbe “inventarsi” un nuovo progetto, una nuova visione, una nuova strategia, non solo in ragione del proprio fallimento ma anche in ragione dello straordinario successo degli altri che oggi guidano leggi tutto

Forse nel governo si arriverà al dunque

Paolo Pombeni - 12.12.2018

Se la rottura dell’alleanza di governo fra Lega e Cinque Stelle rimane molto problematica non lo è meno la convivenza. Perché ce la si può anche cavare per un po’ con rinvii, gioco delle parti, fumoserie retoriche, ma poi viene il momento che qualcuno o qualcosa presenta il conto.

La costrizione a rivedere una manovra economica che tutte le persone un minimo informate sapevano essere insostenibile può solo fino ad un certo punto essere nascosta nelle nebbie delle acrobazie sui numeri e sulle scadenze: anche se forse la massa dei cittadini può non avere compreso del tutto che facendo scivolare in avanti il reddito di cittadinanza o rendendo problematica l’adesione immediata alla famosa quota 100 per i pensionamenti se ne depotenziano gli impatti sul bilancio dello stato, rimane che l’avvicinarsi della scadenza delle elezioni europee costringe i due azionisti del governo a chiarire le loro posizioni.

Salvini sembra avere già fatto una scelta abbastanza precisa: continuare sul terreno propagandistico mescolando l’agitazione dei consueti argomenti contro il pericolo dell’immigrazione irregolare, contro i burocrati europei e a favore di un certo tradizionalismo e contemporaneamente offrirsi come un riferimento indispensabile per frenare le pulsioni avventuriste sull’economia intesa in senso ampio (dalle grandi opere alle tasse leggi tutto

I testimoni dei "passi perduti"

Luca Tentoni - 08.12.2018

In democrazia, il ruolo della stampa è essenziale. Quello del giornalismo politico e parlamentare lo è, se possibile, ancora di più. Spiegare - da analisti o editorialisti - o raccontare - da cronisti - ciò che avviene nelle stanze del potere è un modo per dare all'opinione pubblica le informazioni necessarie per giudicare i propri rappresentanti nelle istituzioni. Dal resoconto di una banale seduta d'Aula o di Commissione (che talvolta può rivestire un'importanza fondamentale per una categoria di persone interessata al testo che si discute) al "retroscena" (ormai diventato un genere a parte, a volte un po' romanzesco), il giornalismo politico-parlamentare offre al lettore molti strumenti e informazioni utili. Ciò che si è spesso sottovalutato, però, è che gli articoli, così come i libri di memorie dei giornalisti parlamentari di lungo corso, finiscono per diventare materiale per gli storici. Episodi della "quotidianità politica", dei rapporti umani dei personaggi di primo piano, possono spiegare decisioni, reazioni, prese di posizione. Inoltre, persino le "veline" (ciclostilati di 4-5 pagine che tracciavano le linee principali della giornata politica: la più importante era quella di Vittorio Orefice, durante la Prima repubblica) sono reperti da analizzare, non solo per il contenuto, ma per lo stile, per la selezione degli eventi e la trattazione degli argomenti. leggi tutto

Il populismo, i nodi e le bandierine

Paolo Pombeni - 05.12.2018

Sono venuti al pettine i nodi della situazione politica che voleva promuovere il governo giallo-verde? Per certi aspetti sì e per altri no. È tipico di qualsiasi contesto populista e di questa specificità si fatica a rendersi conto.

La prima fase è stata quella delle “bandierine”, cioè di una sfilata infinita di prese di posizione intorno a slogan la cui sostenibilità quanto a traduzione in misure concrete non era mai stata studiata. Tuttavia l’importante per i due partiti al governo era far sapere forte e chiaro che loro avrebbero provato ad andare all’assalto alla baionetta delle trincee dell’odiato sistema. L’impresa si è risolta in una strage degli assalitori? Non importa, cade la carne da cannone come da manuale, i generali sbandierano l’eroismo di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo.

Poi è arrivata la seconda fase, che è quella in cui si deve valutare se vale la pena di rinunciare a tutto quel che si è guadagnato (le poltrone governative) per il gran gesto di immolarsi sul campo di battaglia. Anche qui come nella più classica di queste storie si è riscoperta la virtù della ritirata strategica, che però tale è se viene sempre spacciata appunto come strategica, cioè, nell’immaginario che si vende al popolo, arretro per prendere nuovo slancio nell’attacco. leggi tutto

La "vox populi" del 4 marzo

Luca Tentoni - 01.12.2018

Al termine della rassegna dedicata in queste settimane da Mentepolitica ai volumi che hanno spiegato il voto del 4 marzo, ci occupiamo di "Vox populi" (Il Mulino), il libro dell'Itanes sul "voto ad alta voce" del 2018. Per introdurre l'argomento, tuttavia, ci sembra opportuno un richiamo alla campagna elettorale che ha preceduto l'appuntamento con le urne. Lo spunto più interessante ci giunge dal saggio di Giovanni Diamanti ("Una campagna-lampo al tempo della campagna permanente") per il volume "Una nuova Italia" (di Cavallaro, Diamanti e Pregliasco, edito da Castelvecchi). Secondo Diamanti, la campagna elettorale del 2018 è stata caratterizzata da "poche innovazioni, pochi colpi di scena, poca originalità. È stata un'agenda mediatica dominata, ancora una volta, dalle tematiche dell'immigrazione e della sicurezza", come vedremo approfondendo gli esiti del voto e le motivazioni. Su questi argomenti, "il centrosinistra sceglie di non inseguire il centrodestra, non solo perché gli elettori, fra due proposte simili, scelgono sempre l'originale, ma perché su questi temi la credibilità del centrodestra è nettamente superiore"; sull'economia, invece, "il centrosinistra e il M5S sono più competitivi, ma il Pd non ha trovato il tempo e la forza di imporre i propri temi, un problema dovuto anche a errori nella definizione delle priorità" oltre che - aggiungiamo noi - leggi tutto

La crisi del “progressismo” italiano

Paolo Pombeni - 28.11.2018

C’è da stupirsi di un certo stupore con cui sono state accolte le parole di Romano Prodi che hanno espresso la banale constatazione che è impossibile appassionarsi alla competizione per la scelta del segretario PD visto che nessuno dei candidati presenta qualcosa che somigli anche vagamente allo straccio di un programma, ovvero di una proposta politica.

Che la competizione sia più che altro fra gruppi di professionisti politici che si confrontano semplicemente per il controllo della “macchina” (scassata, ma sempre tale è) sperando che lì stia la chiave di una ripresa elettorale è abbastanza evidente. Tuttavia ci si consenta di dire che è semplicistico prendersela con una classe politica che non ha capacità propositive, per la semplice ragione che le si chiede qualcosa che non è in grado di dare: non è il suo mestiere.

Anche un vero leader politico raramente di suo è un elaboratore di visioni. È invece un personaggio che riesce a raccogliere ed interpretare, vorremmo quasi dire ad incarnare, il lavoro che è stato fatto nelle sedi sociali in cui maturano le analisi e le proposte su quanto sta accadendo nelle vicende di un paese e del mondo. Se questo è vero, allora la domanda da porsi è come mai nella situazione attuale manchino le “sorgenti” a leggi tutto

Le tante "Italie" del 4 marzo (2)

Luca Tentoni - 24.11.2018

Il voto del 4 marzo scorso per il rinnovo di Camera e Senato non è soltanto il prodotto di una congiuntura politica, sociale, economica, ma di movimenti molto profondi che hanno interessato l'Italia e che sono giunti al punto attuale dopo anni, forse decenni, di evoluzione e sedimentazione. In questa seconda puntata del viaggio nelle "più Italie" non ci occupiamo dei risultati delle elezioni del 2018 e neppure della loro riconducibilità diretta a status socio-economici. Tuttavia, come si vedrà, l'esito del voto è sempre in qualche modo presente nel filo che seguiremo, quello del ragionamento di Renato Mannheimer e Giorgio Pacifici sulla "sociologia del plurale" ("Italie, sociologia del plurale", Jaca Book). In effetti, come scrivono gli autori, "la lettura del sistema politico italiano si presenta assai più difficile di quello che poteva essere trenta o anche soltanto venti anni fa. L'assetto del nostro paese è divenuto ancora più complesso di quanto fosse in passato e assai meno sistemico. È meno rilevante il peso delle ideologie, ma anche inevitabilmente quello di ogni insieme di valori che pretendesse di avere una validità generale"; nello stesso tempo, "i vincoli all'interno delle singole componenti e tra le diverse componenti del sistema socio-politico si sono allentati, sino in certi casi a leggi tutto

Scossoni politici

Paolo Pombeni - 21.11.2018

Non è il caso di derubricare a folklore propagandistico lo scontro sui termovalorizzatori fra Salvini e Di Maio. La faccenda è più seria di quel che potrebbe apparire a stare alla banale sostanza della cosa, perché davvero di contenuto immediato ce n’è pochino. La pretesa di Di Maio di risolvere il problema dei rifiuti in Campania (e altrove) con la storiella della raccolta differenziata e dell’economia circolare non può che suscitare ilarità in chi ha visto in TV i cumuli di rifiuti di cui sono piene le strade di varie contrade in quella regione (e, se per questo, anche di Roma). Non si vede davvero per quale miracolo l’inciviltà di chi lascia ogni tipo di immondizia per strada dovrebbe sparire in un attimo e come si possa attivare rapidamente una “circolarità” il cui contenuto è al momento solo una sfilza di belle parole.

D’altra parte però anche la proposta di Salvini di dare l’avvio alla costruzione di termovalorizzatori è sensata, ma non tale da risolvere nell’immediato una emergenza, perché si tratta di impianti che comunque richiedono tempo per essere costruiti ed entrare in funzione. Dunque c’è da chiedersi perché abbia aperto uno scontro che al momento è puramente ideologico.

È qui che va esercitata un po' leggi tutto

Le tante "Italie" del 4 marzo (1)

Luca Tentoni - 17.11.2018

Un paio di settimane fa, il Corriere della Sera ha pubblicato un interessante sondaggio realizzato da Ipsos, secondo il quale i rapporti di forza fra i partiti - in particolare, ma non solo, fra quelli di maggioranza - sono molto cambiati rispetto al voto del 4 marzo scorso. In appena otto mesi, infatti, la Lega è passata dal 17,4% dei voti al 34,7% delle intenzioni di voto (+17,3%: il doppio), il M5S dal 32,7% al 28,7% (-5%), il centrosinistra dal 22,9% al 20,2%, Leu dal 3,4% al 2,1%, FI dal 14% all'8,7%, FdI dal 4,3% al 2,7%; l'astensionismo potenziale è del 6,2% superiore a quello effettivo delle politiche 2018. La volatilità, che abbiamo calcolato sui dati del sondaggio, oscilla intorno al 18%: poco più di un elettore su sei, insomma (uno su cinque se includiamo gli astenuti aggiuntivi) ha già cambiato idea rispetto al 4 marzo. Il dato più interessante, però, riguarda la diversa distribuzione del voto nelle cinque aree in cui Ipsos divide il Paese: la Lega guadagna al Nord oltre il 18%, ma se a pagarne le spese è, nel Nord-Ovest, soprattutto il resto del centrodestra (-9%) e il M5s (-5,7%), nel Triveneto sono i Cinquestelle ad essere più colpiti (-7,9%). Nelle regioni del Centronord il centrodestra cede "solo" il 4,8% e la Lega guadagna "appena" il 14,1%, ma il M5S perde il 6,6% e il centrosinistra il 3%. leggi tutto